NPC Magazine https://www.npcmagazine.it Wed, 07 Dec 2022 08:43:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.0.3 https://i0.wp.com/www.npcmagazine.it/wp-content/uploads/2019/10/cropped-NPC_LOGO_MAGAZINE-1-1.png?fit=32%2C32&ssl=1 NPC Magazine https://www.npcmagazine.it 32 32 172844220 Il Corsetto dell’Imperatrice, Sissi torna al cinema https://www.npcmagazine.it/il-corsetto-dellimperatrice-film-recensione/ https://www.npcmagazine.it/il-corsetto-dellimperatrice-film-recensione/#respond Wed, 07 Dec 2022 08:43:54 +0000 https://www.npcmagazine.it/?p=47023 Tra i film più intriganti di quest’ultimo scorcio di 2022 c’è Il Corsetto dell’Imperatrice, in uscita nelle sale italiane dal 7 dicembre. Diretto e sceneggiato dall’austriaca Marie Kreutzer, con protagonista assoluta Vicky Krieps (Il Filo Nascosto), il film è candidato a tre European Film Awards, ed è il titolo scelto dall’Austria per concorrere al premio Oscar come miglior film straniero.

Il trailer italiano di Il Corsetto dell’Imperatrice, dal 7 dicembre al cinema

Il Corsetto dell’Imperatrice riporta al cinema la figura di Elisabetta di Baviera, meglio conosciuta come principessa Sissi. Ammirata dal popolo per la sua bellezza ed eleganza, Sissi è entrata nella storia anche per una spiccata anti-convenzionalità su cui ancora oggi si interrogano molti storici. Kreutzer sceglie di raccontare una piccola parte della sua vita: alcuni mesi che vanno dal 1877 al 1878, quando Sissi, compiuti quarant’anni, comincia a mostrarsi sempre più insofferente verso il suo ruolo di imperatrice. 

Molto più di un personaggio storico

Non è la prima volta che la settima arte celebra la leggenda dell’indimenticata monarca. Non poteva non essere così; la vita di Sissi si è talmente cristallizzata nell’immaginario popolare da rendere quasi inevitabile una versione cinematografica, il più delle volte fortemente romanzata. Oltre a vari film tedeschi di successo degli anni ‘20, è ancora oggi molto conosciuta al grande pubblico la Sissi interpretata da Romy Schneider in una trilogia degli anni ‘50. Edulcorata e raggiante, questa Sissi ha alimentato per molti decenni una specifica vulgata, un’immagine però stereotipata che ha idealizzato una monarca in realtà molto più complessa e sfaccettata.

Il cambio di rotta è avvenuto nel 1973 con Ludwig di Luchino Visconti. Nel racconto del regno di Ludovico di Baviera, c’è ancora Romy Schneider ad interpretare Sissi, ma questa volta, oltre a essere più in là con gli anni, l’imperatrice è disillusa, introversa, talvolta sprezzante. La giovinezza splendente della trilogia cede qui il passo a una maturità scontenta, con all’orizzonte una vecchiaia che si profila sempre più minacciosa. Del resto, il casting del grande regista italiano non è casuale; scegliere l’attrice che aveva incantato negli anni ‘50 è un’operazione perfettamente funzionale per il messaggio che si vuole dare a un pubblico più attento e meno generalista. Tutti devono inchinarsi al tempo che passa, pure le icone.

Un’interpretazione sontuosa

Ludwig può essere considerato un buon punto di partenza per analizzare la Sissi de Il Corsetto dell’Imperatrice; qui l’attrice lussemburghese plasma mirabilmente un personaggio che, trasudando tragicità da tutti i pori, tenta una lotta disperata contro una decadenza che incombe. Metafora calzante è quella sottesa dal corsetto, un tempo fondamentale per circuire le forme aggraziate della giovane Sissi, ora oggetto soffocante che provoca rabbia, risentimento, problemi alimentari che rasentano l’anoressia. L’avvento dei quarant’anni segna per Sissi, dunque, l’inizio di un declino irreversibile, una decadenza che Krieps rende finemente perturbante con un’interpretazione che da sola vale il prezzo del biglietto

Ad alimentare lo spessore di un personaggio così moderno è la colonna sonora quasi interamente firmata dalla cantante francese Camille; i suoi brani fanno da contrappunto a una delicatezza irriverente, una sensibilità che, pur conservando una certa grazia, sa come essere spietata. Oltre alla magistrale interpretazione di Krieps, non emergono in Il Corsetto dell’Imperatrice altri pregi significativi. La regia di Kreutzer, forse ispirata dai manieristici La Favorita di Yorgos Lanthimos e Marie Antoinette di Sofia Coppola, non presenta guizzi rilevanti, mentre la fotografia poco incisiva di Judith Kaufmann non sembra esaltare adeguatamente gli ambienti tetri e stantii della corte austriaca.

Il cinema come possibile evasione

La sceneggiatura piuttosto lineare di Il Corsetto dell’Imperatrice presenta però una sola pregevole arguzia: in alcune scene Sissi interagisce con Louis Le Prince, l’inventore francese considerato il vero padre del cinema. Le Prince, desideroso di promuovere un macchinario in grado di catturare svariate immagini in movimento, propone alla principessa di figurare in una rappresentazione che, al contrario della pittura, non tenta di imprigionare l’essenza di qualcuno in una sola, inesorabile immagine. Le Prince, insomma, offre a Sissi una scappatoia puramente artistica. Il cinema che, nella sua declinazione più liberatoria, sa sprigionare di tutto. Bellezza, sogni, persino tormenti.

In definitiva, uno dei meriti del film di Kreutzer è aver colto il carattere intrinsecamente divistico della principessa Sissi. In un’epoca in cui il cinema stava soltanto nascendo come idea tanto prevedibile quanto rivoluzionaria, c’era già una diva capace di catalizzare l’attenzione di un determinato pubblico. Splendida, problematica, profondamente umana, la protagonista di Il Corsetto dell’Imperatrice giganteggia in un film di discreto valore, ma che a conti fatti non brilla di originalità.


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Rick e Morty 6, parte 1: un passo nel futuro e due nel passato https://www.npcmagazine.it/rick-e-morty-6-serie-recensione/ https://www.npcmagazine.it/rick-e-morty-6-serie-recensione/#respond Wed, 07 Dec 2022 08:35:39 +0000 https://www.npcmagazine.it/?p=47258 Definita da molti come l’erede de I Simpson per la sua innata capacità di rinnovarsi pur mantenendo intatta la propria natura e per il forte interesse nei confronti dell’attualità, Rick e Morty torna su Netflix con i primi sei episodi della sesta stagione, disponibili a partire dal 1° Dicembre.

Irriverente, politicamente scorretta e follemente geniale, la serie ideata da Justin Roiland e Dan Harmon, con la quinta stagione aveva – se possibile – alzato ancora di più l’asticella, sia per quanto riguarda la qualità dell’animazione sia per la bontà di una narrazione incredibilmente caotica ma mai casuale. I primi episodi della sesta stagione riconfermano che la parola banalità, sul dizionario di Roiland e Harmon, proprio non esiste.

Rick e Morty, dove eravamo rimasti?

Rick e Morty 6 parte 1 NPC Magazine

Avevamo abbandonato la quinta stagione di Rick e Morty con un finale assolutamente sorprendente, che in una serie che ha fatto della verticalità uno dei suoi punti di forza, forniva alla narrazione un’orizzontalità mai così accentuata, riavvolgendo il nastro e mostrandoci, tramite un flashback, l’origin story di Rick. Un passato che fino a quel momento era stato solo accennato, veniva allora confermato.

Abbiamo quindi (ri)scoperto che la storia del “nostro” Rick – quello della timeline C137 – ha inizio con la morte della moglie Diane e della figlia Beth, per opera di una sua controparte malvagia proveniente da un altro universo. A quel punto, Rick C137, costruita la spara-portali per il viaggio interdimensionale senza però riuscire ad uccidere la sua nemesi, aveva deciso di stabilirsi in un universo dove Beth era ancora viva, iniziando quelle avventure con Morty che lo spettatore segue fin dalla prima stagione.

Abbiamo poi assistito alla distruzione della Cittadella da parte di Evil Morty, e alla creazione di una breccia nella Central Finite Curve, una barriera che divide tutti gli universi abitati da super Rick da quelli abitati invece da Rick minori – della quale siamo venuti a conoscenza per la prima volta -, all’interno della quale tutti i Morty vengono creati al solo scopo di essere fedeli ai Rick.

leggi anche: Il Multiverso e la parabola di Rick e Morty

Distrutta la barriera, il finale della quinta stagione ci aveva quindi messo davanti a un futuro sempre più incerto: la Cittadella distrutta e un rapporto tra i due protagonisti sempre più logoro, con l’allettante opportunità per Morty di fuggire alla proprio natura, di fronte a certezze andate in fumo e un domani da ricostruire pezzo per pezzo, universo per universo.

Cronache di un nuovo inizio

Rick e Morty 6 parte 1 NPC Magazine

La sesta stagione riparte esattamente da dove eravamo rimasti: Rick e Morty sono bloccati nello spazio, senza una spara-portali, tra le rovine della Cittadella, convinti che quella sia la loro fine. D’altronde, “la fine è parte del viaggio” – come afferma Tony Stark nei primi minuti di Avengers: Endgame -, ma l’ultima ora dei nostri eroi non è ancora giunta, perché la Beth dello spazio arriva in loro soccorso, vestita proprio con una tuta molto simile a quella di Iron Man.

Rientrati sulla Terra, tutto sembra tornato alla normalità. Il finale della quinta stagione, o meglio le verità che esso ha portato a galla, non sembrano in realtà aver inficiato sul rapporto tra Rick e Morty, né sul futuro prossimo della serie, tanto che, in tutti i sei episodi usciti fino ad ora, torna quella verticalità che aveva contraddistinto la narrazione fin dalle prime stagioni (fa eccezione il finale del sesto episodio). Un peccato, certamente, ma possiamo essere ottimisti: i colpi di scena, solitamente, arrivano in coda al treno.

Nuove vecchie avventure

Rick e Morty 6 parte 1 NPC Magazine

Citazioni cinematografiche, rimandi all’attualità, black humor tagliente, avventure grottesche e follia contagiosa. Rick e Morty è l’uragano Katrina delle serie tv, è uno tsunami che travolge tutto ciò che trova sul suo cammino. Ormai ne siamo consapevoli, ci lasciamo trasportare dalla corrente, ci immergiamo nel flusso e ci troviamo improvvisamente su lidi sconosciuti.

Certo è che, se ogni puntata è tutto questo – e ci piace da morire -, è vero anche che Justin Roiland e Dan Harmon hanno sempre adottato lo stesso canovaccio da quando la serie è sbarcata su Netflix la prima volta. Un canovaccio che funziona, ma che alla lunga può risultare un po’ ripetitivo. È per questo che il finale della quinta stagione aveva estasiato il pubblico facendogli percepire finalmente una certa orizzontalità della narrazione, un filo invisibile che collegava ogni puntata e che finalmente faceva sentire lo spettatore parte di qualcosa di più grande.

I primi sei episodi della sesta stagione di Rick e Morty, ci propongono invece delle nuove vecchie avventure, quelle con cui ci siamo innamorati della serie, che purtroppo, però, non creano più quello stupore della prima volta. Vedere Beth raggiungere un nuovo livello di autoerotismo facendo sesso con la sua versione proveniente dallo spazio, Jerry tentare in tutti i modi di sottrarsi ad una profezia – all’interno di un biscotto della fortuna – che lo vedrebbe fare sesso con sua madre, o i dinosauri tornare sulla terra come creature evolute anni luce più degli umani, ci diverte tantissimo, ma non genera più quell’effetto che potremmo definire mind-blowing.

Il sesto episodio, poi, sembra addirittura voler tagliare i ponti con lo scorso finale di stagione… ma solo il tempo saprà dircelo. Oggi come non mai, sembra che gli ultimi quattro episodi possano essere l’ago della bilancia: un gol allo scadere dei supplementari o una partita persa ai rigori ad un passo dalla finale. Ci ritroveremo sugli spalti, in attesa di un nuovo fischio di inizio.


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Tori e Lokita, il grido d’aiuto dei fratelli Dardenne https://www.npcmagazine.it/tori-e-lokita-film-recensione/ https://www.npcmagazine.it/tori-e-lokita-film-recensione/#respond Wed, 07 Dec 2022 08:32:01 +0000 https://www.npcmagazine.it/?p=47320 Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes 2022, dove ha ottenuto il Premio del 75° anniversario, Tori e Lokita è l’ultima pellicola dei fratelli Dardenne, disponibile al cinema dal 24 Novembre. Il duo belga torna nelle sale italiane con un film che incarna ancora una volta quell’umanesimo – inteso come esaltazione del valore e della dignità dell’uomo – che è da sempre collante della loro filmografia e quel cinema dal piglio documentaristico che, questa volta, si fa però portatore di una morale mai così gridata e diretta.

Tori e Lokita, una storia di fratellanza

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Tori e Lokita sono due immigrati africani di undici e sedici anni, vivono in Belgio, in un centro di accoglienza, e si fingono fratello e sorella, pur provenendo una dal Camerun e l’altro dal Benin, nel tentativo di far ottenere a Lokita i documenti che Tori invece ha già.

Per la legge belga, però, devono poterlo dimostrare. Non riuscendoci, Lokita – che deve inviare in Africa il denaro necessario al sostentamento della famiglia, ma saldare anche il proprio debito con i contrabbandieri che le hanno permesso di arrivare in Europa – è costretta a fare da corriere della droga per un cuoco italiano, che la sfrutta anche sessualmente in cambio di qualche soldo in più, di cui la ragazza ha disperatamente bisogno. 

Tori rimane sempre al suo fianco, i due sono inseparabili, uniti da una fratellanza spirituale che – al contrario di quella di sangue – nessuno potrà mai sottrarre loro o mettere in dubbio. Tuttavia, dopo l’ennesimo rifiuto di concederle i documenti, per Lokita la situazione diventa insostenibile.

La sola possibilità che le rimane è quella di ottenere dei documenti falsi, ma questo implicherà una lunga separazione da Tori, dunque la rinuncia a quel poco che la vita ancora non le ha tolto. Il legame indissolubile che li unisce, però, non conosce confini, e il desiderio di tornare ad abbracciarsi porterà dolorose conseguenze

Il cinéma vérité dei fratelli Dardenne

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Tori e Lokita è un inno alla fratellanza e un film sull’infanzia rubata. In questo caso, il fulcro della pellicola ruota attorno all’immigrazione e allo sfruttamento minorile, ma rimane ben salda quell’idea di cinéma vérité dalla quale i Dardenne non accennano a scostarsi. È una concezione del cinema inteso quale strumento utile per raccontare figure ai margini della società, in grado di trascendere completamente il dualismo tra cinema di finzione e cinema documentaristico.

D’altronde, Jean-Pierre e Luc Dardenne vengono proprio dal documentario – è così che hanno iniziato la loro carriera -, e in un certo senso non l’hanno mai abbandonato, perché nel loro cinema c’è una spasmodica ricerca della verità e il ripudio dell’opulenza. Non c’è spettacolo, e non c’è neanche intrattenimento, le loro sono storie di finzione messe in scena come le realtà più tangibili che ci possano essere. Raccontano verità scomode, quelle da cui  inconsciamente cerchiamo di stare alla larga, perché ci fanno sentire sporchi in quanto esseri umani.

Nel caso di Tori e Lokita, i fratelli Dardenne sembrano volerci ricordare quanto incombente sia la questione dell’immigrazione, perché, al contrario di quanto si possa credere, quello di coloro che cercano una speranza altrove, è un viaggio che spesso non finisce appena messo piede in Europa. A volte, è un viaggio senza fine, guidato dalla speranza stessa, che non è altro che una flebile illusione.

Una morale gridata

Tori e lokita NPC Magazine

L’urgenza di avere un pubblico sempre più ampio al quale raccontare le proprie storie, è un qualcosa che accomuna ogni narratore. Agli inizi della loro carriera, i fratelli Dardenne non sembravano prestare particolare attenzione a questo aspetto, ma ad oggi, invece, qualcosa sembra cambiato, seppure mantengano intatta la loro idea di cinema.

La suddetta urgenza è da ricercarsi, ad esempio, in un approccio sempre più diretto e in una morale mai così gridata – ben lontana da quella appena sussurrata di pellicole come Rosetta o Il Figlio -, che sfocia in un finale che rappresenta la summa di questo mutamento. Una chiusa che urla il proprio disgusto nei confronti della società, così come fa Tori, quando si ritrova di fronte alla consapevolezza di aver perso tutto ciò che poteva perdere.

Con Tori e Lokita, i Dardenne vogliono farci riflettere, ammonirci. Il loro approccio diventa sempre più diretto, ma è la società ad imporglielo. O meglio, è il bisogno che la società ha di un certo tipo di cinema a renderlo un’esigenza inevitabile, e il loro cinema è assolutamente necessario, questo è certo.

Perché quando racconti la verità, è indispensabile che quest’ultima abbia il pubblico più numeroso possibile, anche a costo di dover scendere a patti con sé stessi. I fratelli Dardenne lo sanno meglio di chiunque altro.


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The Woman King: Viola Davis non basta a salvare una promessa esaltante ma disillusa https://www.npcmagazine.it/the-woman-king-film-recensione/ https://www.npcmagazine.it/the-woman-king-film-recensione/#respond Tue, 06 Dec 2022 12:00:00 +0000 https://www.npcmagazine.it/?p=47280 Quali sono le premesse di una storia che respira l’epica e si ispira al reale storico di un esercito di guerriere in lotta contro forze di oppressione e schiavismo? Quali sono le attese nei confronti di un’epopea cinematografica che è esperienza creativa di scrittura, regia, fotografia, montaggio, recitazione (quasi) tutta al femminile? Le risposte sono intuitive: esaltanti ed elevatissime.

The Woman King, il nuovo lavoro di Gina Prince-Bythewood (in sala dal 1° dicembre), esordisce con un incipit esplosivo, combattivo, eccitante e promettente. Sa allestire le sue intuizioni in una promessa di racconto originale, brillante, corposa e muscolare, che però si spinge così in là da richiudersi in sé stessa, ruotando intorno a cliché e convenzioni che ne scaricano la personalità e finiscono per renderlo un esperimento interessante ma disilluso. Il premio Oscar Viola Davis (qui anche produttrice), sempre all’altezza delle aspettative, non basta a salvare un film che tiene strette le sue qualità ma rimane tristemente interrotto.

The Woman King: Viola Davis è la guerriera regina delle sue Agojie

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Se nella sua opera precedente, The Old Guard, Prince-Bythewood traeva spunta dal fumetto, in The Woman King decide di rifarsi al reale, trasponendo parte della vera storia delle Agojie. Si tratta della celebre milizia femminile del regno del Dahomey che combatte in nome del suo re per liberarsi da decenni di oppressione dell’Impero Oyo, il cui unico obiettivo è continuare a prosperare grazie alla vendita degli schiavi conquistati in battaglia ai coloni europei.

La cornice storica è il 1823, il luogo è l’Africa occidentale, le sue protagoniste sono tenaci, rabbiose, rigorose e ostinate. A guidarle è Nanisca (Viola Davis), una donna che gode della fiducia del re, dotata di forza fisica ma soprattutto mentale: è alle sue intelligenza, disciplina e oculatezza che il re Ghezo (John Boyega) si affida. Di fianco a questi due personaggi, l’intera milizia che combatte incessantemente, ma fa spazio, accogliente, a tutte quelle donne che non hanno dove stare, che sognano un tempo in cui la loro voce venga ascoltata, le loro scelte accettate e il loro destino individualmente scelto.

A non avere un posto e a respingere un futuro scritto dal proprio padre, c’è soprattutto Nawi (Thuso Mbedu): recluta che si mostra ribelle fin dal suo esordio sullo schermo, esponente di una gioventù che si specchia in quella perduta di Nanisca, provvista di un temperamento che è già, nel sangue, quello di una combattente. La sfida nei suoi occhi si accende da subito, quando lo sguardo si alza ammaliato sulle guerriere di ritorno dalla battaglia, disobbedendo al volere del re: mai guardare le Agojie in volto. Di qui un racconto di formazione, addestramento, solidarietà, vendetta e liberazione che prenderà strade ramificate ma ben poco esplorate.

The Woman King, le buone intenzioni si sfaldano nelle sue trame secondarie

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The Woman King si apre con una sequenza sensazionale, un combattimento che deflagra lo schermo e infiamma lo spettatore. Lo scontro è travolgente, cinetico, energico nelle espressioni e nei movimenti delle sue amazzoni. Viola Davis irrompe con una presenza scenica statuaria, apripista di un esercito di donne che si battono con una ferocia che trasuda storia, passato, vendetta.

Il minutaggio traccia l’effigie di un popolo con delle regole ben precise, distintive e distinguibili. La promessa di fondo è la liberazione dai soprusi degli Oyo, l’avvento di una nuova era. La parola d’ordine è uguaglianza. Il re è uomo ma il suo esercito è donna, il suo concilio è bipartito nello stesso numero di personalità maschili e femminili. Il futuro è un impegno al cambiamento, alla possibilità di trovare delle vie alternative affinché il benessere del proprio popolo che non passi più attraverso lo sfruttamento degli uomini ma sappia trarre vantaggio dalle risorse del territorio.

L’eccitazione si spegne quando la storia si sfalda nelle sue trame secondarie, aprendosi a una love story scarica e a delle rivelazioni che non reggono il peso delle attese su cui il film si è costruito.
Epifanie, sacrifici, rinunce a sentimenti e fragilità perdono l’occasione di aggiungere, effettivamente, qualcosa sulla specificità delle Agojie in quanto minoranza e scelgono di rimanere superficialmente in coda a retoriche facilmente riconoscibili.

La seconda metà cade a poco a poco nei cliché del melodramma, avvitandosi intorno a un sistema narrativo e valoriale già noto, che tenta di agganciare il pubblico nella sensibilizzazione empatica ma lo perde in termini di originalità ed interesse. L’esito, d’altro canto, oscilla in più direzioni: quello che il film smarrisce in narrazione lo recupera in significazione visiva.

L’immagine si fa segno: i costumi delle Agojie raccontano un’altra storia

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Se c’è un aspetto di The Woman King davvero coinvolgente è l’attenzione meticolosa con cui forgia l’iconografia dei suoi personaggi. L’immagine si fa segno nel modo in cui distingue popoli, gerarchie, ranghi e personalità. Le Agojie sono muscoli e sensualità e lo sono nella specificità visiva che le adorna: la pelle scura che riluce, quasi unta, nella notte, i gioielli, i costumi e le acconciature.

Viola, rossi, gialli e blu sono le dominanti colore del film, vividissimi nella densità fotografica. Svettano con intensità anche nella maggioranza di campi lunghissimi, paesaggistici, dove la natura e la fauna africana fanno da sfondo nebbioso alla vivacità cromatica che esplode davanti alla macchina da presa.
I costumi del Dahomey sono viola per le amazzoni, blu per gli uomini, bianco verginale per le reclute; il rosso è il colore degli Oyo.

Ogni donna esprime singolarità attraverso l’aspetto, sfoggia orgogliosamente delle cicatrici che sono simboli, marchi di passato e sofferenza, tracce di una storia per cui combattere. Izogie (Lashana Lynch), mentore di Nawi nel suo addestramento, ha trasformato le sue unghie in artigli, le sue mani in armi, la sua vita in battaglia. Costumi, rituali, canti e balli tribali contornano le figure stratificando la raffigurazione di un popolo che desidera auto-determinarsi quanto auto-rappresentarsi nelle sue identità. Il tappeto sonoro e le sequenze action contribuiscono alla spettacolarizzazione tecnica di una produzione che ha l’indole da blockbuster.

The Woman King è una promessa non mantenuta

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Al netto di pro e contro, The Woman King sa tenersi stretto le sue qualità anche quando viene meno alle sue promesse. Le due ore di visione scorrono piacevolmente, soddisfano gli occhi e si fanno seguire senza difficoltà. Il rammarico è che il film sembrava volerci dire qualcosa di nuovo, raccontandocelo con un’esperienzialità cinematografica inebriante, ma finisce per ripeterci il più comune dei discorsi. L’amaro in bocca è il risultato di una variazione sul tema del film action/storico, le cui tesi risuonano echi che non ci scuotono e aggiungono poco di quella visione prevalente femminile che alludeva a grandi speranze.


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Sr., Robert Downey Jr. racconta se stesso e un padre stravagante https://www.npcmagazine.it/sr-documentario-netflix-recensione/ https://www.npcmagazine.it/sr-documentario-netflix-recensione/#respond Tue, 06 Dec 2022 11:19:29 +0000 https://www.npcmagazine.it/?p=47286 È uscito su Netflix l’inedito documentario sul regista americano underground Robert Downey Sr., conosciuto ai più per essere il padre di Robert Downey Jr., il noto attore famoso per aver dato vita ad Iron Man nell’Universo Cinematografico Marvel. Il film, ironicamente intitolato Sr., vuole essere molte cose: il tributo di un figlio a suo padre, la celebrazione di un artista, una retrospettiva sui suoi film, un ritratto familiare, l’ultima fatica di un regista da tempo inattivo. Ma, più di tutte, è il tentativo finale di RDJ di legare con suo padre, di conoscerlo meglio, e di creare e condividere gli ultimi ricordi della vita di Sr. insieme.

Documentario o film intimista?

Sr Robert Downey Jr NPC Magazine

Sin dai primi minuti è evidente che Sr. è un progetto familiare. Non certo amatoriale, visto il coinvolgimento attivo di persone esterne al nucleo familiare, come il regista Chris Smith (che ha già diretto un altro documentario Netflix sul mondo del cinema e della performance: Jim & Andy: The Great Beyond) e il montatore Kevin Ford, che diventano personaggi e parti integranti del documentario.

Il film inizia subito con RDJ che tenta di spiegare quello che ci aspetta. Scopriamo così che padre e figlio hanno scelto di iniziare a girare il documentario senza alcuna idea precisa alla base. Un film senza pretese, che ha alla base il rapporto tra un padre e un figlio, ma anche quello tra due artisti. Sr. infatti coglie l’occasione per fare una retrospettiva su RDS e sulla sua filmografia, ma anche sul suo background familiare: il film fa conoscere a tutti la famiglia Downey, l’educazione artistica impartita ai figli, come questa li ha influenzati fino all’età adulta.

Il film tocca anche, in modo estremamente delicato e veloce, il periodo più buio della vita di RDJ, dove la dipendenza da droghe ed alcool fa da protagonista e viene ricollegata a comportamenti del padre. Nonostante il focus resti sul rapporto tra Robert Downey Jr. e Sr., il vero protagonista è quest’ultimo. Jr., infatti, ripete molte volte che il documentario è nato anche come un modo per far conoscere ad un pubblico più ampio i film realizzati dal padre, e la disanima della sua filmografia si rivela l’argomento più interessante della pellicola.

Un ritratto artistico e personale

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In effetti, è risaputo anche ai meno esperti che Robert Downey Sr. è stato un regista, ma sono in pochi a conoscere quali film ha realizzato. Con l’ausilio di interventi esterni da parte di amici dell’artista, come il regista Paul Thomas Anderson e l’attore Alan Arkin, Sr. ripercorre per una buona metà del film la carriera di RDS, a doppio filo con la sua vita privata e la storia familiare.

Veniamo così a conoscenza di film sgangherati e assurdi come Chafed Elbows, descritta dal figlio come “un’ode a Edipo” , Putney Swope, Pound e Greaser’s Palace, questi ultimi due strettamente legati alla storia familiare dei Downey perché vi recitano la moglie Elsie Downey e i figli (Pound è l’esordio di RDJ). Film estremamente artistici, estremamente provocatori, estremamente interessanti, che invogliano alla visione (sarebbe un’ottima idea da parte di Netflix ammettere la filmografia di Robert Downey Sr. nel suo catalogo, visto che è già successo con Five Came Back, serie documentario sui film realizzati dai registi americani durante la Seconda Guerra Mondiale).

Oltre a fare una rassegna dei film di RDS, il documentario cattura molto bene la personalità del regista: il suo senso dell’umorismo spiazzante e pungente, la sua sensibilità e le sue scelte di vita, la sofferenza, i rimorsi. Argomenti che il figlio cerca di trattare, ma che inevitabilmente non vengono mai davvero approfonditi, forse anche per una scelta di riservatezza (curioso, se pensiamo che ci viene mostrata invece una seduta psicoterapeutica di RDJ).

È sempre difficile cercare di realizzare dei documentari familiari, destinati al grande pubblico, che entrino a fondo in argomenti privati delicati e profondi, spesso controversi o dolorosi, specie se i soggetti sono celebrità, e ancor più se sono associati ad una certa immagine pubblica. Sr. non è da meno, anche se gli va riconosciuto che prova ad essere più incisivo di altri film simili grazie alla notorietà della famiglia e al carattere eclettico, simpatico e carismatico di Robert Downey Sr.

Un metafilm mancato

Sr Robert Downey Jr NPC Magazine

Come anticipato sopra, il concept alla base di Sr. non era mai stato veramente discusso e definito prima di iniziare a girare. Questo dettaglio rischiava di essere un’arma a doppio taglio: in questi casi, non ci sono limiti, ma non ci sono neanche obiettivi da raggiungere, e il rischio è quello di non trovarne affatto o di crearne così tanti da non riuscire a portarli a termine. Si presenta proprio l’ultima circostanza, in particolare per uno dei temi, che avrebbe potuto veramente rendere Sr. un documentario molto più toccante e rilevante dal punto di vista artistico.

Padre e figlio infatti decidono, relativamente presto, di realizzare due versioni dello stesso documentario: quella di Jr. e quella di Sr., una radicalmente diversa dall’altra. Se RDJ vuole realizzare un percorso sulla carriera e sulla vita di suo padre, RDS invece opta per un ritratto artistico, tra momenti di cinéma vérité e clip d’archivio, familiari e non. Il documentario impiega molto tempo nel seguire la realizzazione della versione di Sr., realizzando un vero e proprio making of, tanto che viene data l’impressione che il fulcro principale del documentario sia proprio il confronto tra le versioni del padre e del figlio.

Confronto che, però, non arriva mai, nonostante venga mostrato e celebrato il momento preciso in cui la versione di Sr. ha raggiunto la sua final cut, che ha coinvolto in prima persona il regista nonostante il peggioramento delle sue condizioni dovute al morbo di Parkinson. Sembra un evento speciale: la realizzazione dell’ultimo progetto di uno dei registi più importanti della scena underground americana degli anni ’60 e ’70.

L’infelice scelta di non mostrare quello che è a tutti gli effetti l’ultimo film di Robert Downey Sr. non viene spiegata o giustificata. Forse si è deciso di renderlo un film privato, non destinato al grande pubblico, bensì alle persone più strette nella vita del regista. Se da una parte sembra uno spreco non condividere l’ultimo sforzo artistico di un regista apprezzato da molti, dall’altra, forse, lo lo scopo di Sr. non ha mai voluto essere questo. L’obiettivo, forse, è solo regalare un ritratto dell’artista, compiere un plateale gesto d’amore da figlio a padre, dare un ultimo saluto prima di doverlo lasciare per sempre.


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Pinocchio, la stop-motion di Guillermo Del Toro reinventa il classico https://www.npcmagazine.it/pinocchio-guillermo-del-toro-recensione/ https://www.npcmagazine.it/pinocchio-guillermo-del-toro-recensione/#respond Tue, 06 Dec 2022 11:03:33 +0000 https://www.npcmagazine.it/?p=47255 È una delle storie più longeve della letteratura fantasy: rimaneggiata, mai del tutto stravolta, la favola collodiana di Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino (1883), all’alba dei suoi quasi centoquarant’anni torna sullo schermo – grande e piccolo – nelle mani di Guillermo Del Toro, a pochi mesi di distanza dal Pinocchio di Zemeckis. Disponibile dal 4 dicembre in alcune sale selezionate, e dal 9 dicembre su Netflix, il viaggio del regista messicano vive nella perfezione minuziosa della sua messa in scena, forte della collaborazione con l’esordiente Mark Gustafson nella realizzazione di una pellicola girata in stop-motion.

Pinocchio Del Toro NPC Magazine

Lo spazio è materico in ogni dettaglio studiato al millimetro: dal Cristo scolpito sulla croce alle pareti della Chiesa, dai volti solcati dei personaggi alle lacrime di Geppetto, gli animali, le piante, il legno intagliato, il buco nel petto di Pinocchio, la pigna di Carlo, Pinocchio è un bassorilievo da manuale di cinema e fotografia. Un progetto di lunga gestazione, dall’idea nel 2008 ai rallentamenti dovuti all’alto budget richiesto dall’animazione a passo uno, che trova la via della luce dieci anni dopo, quando Netflix decide di investire sul progetto e ne acquista i diritti.

Leggi anche: 3 versioni di Pinocchio che rivelano gli errori del Live Action di Zemeckis

La storia, alla nona trasposizione in live action e alla decima versione animata, trova una linfa inedita nella visione del regista messicano: ambientato nell’Italia fascista, il dramma umano di Geppetto si riconcilia con l’idea di un tempo ineluttabile, segnato dal dolore e dalla perdita, attraverso personaggi che si fanno mentori nell’esemplarità del loro viaggio interiore. Primi tra tutti, il Sebastian di Ewan McGregor e la Fata Turchina di Tilda Swinton: il grillo che vive nel suo cuore, la Chimera che lo “risveglia”.

Pinocchio di Guillermo Del Toro è un film che non abbiamo mai visto

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Annebbiata e intorpidita dai bombardamenti, l’Italia sotto l’egida fascista strappa via a Geppetto il suo unico figlio, Carlo, che rimane ucciso nell’esplosione della Chiesa della cittadella. Sconvolto e senza meta, il falegname annega nei vizi dell’alcol nel tentativo di dimenticare la dolorosa perdita, finché, in uno slancio di odio e risentimento, armato di scalpello, abbozza un burattino dal tronco di un albero. Storto e malconcio, frutto della rabbia, il burattino prende vita per volontà della Chimera (Tilda Swinton), un essere mitologico – simile alla fata, nella sua rivisitazione in chiave contemporanea – che affida al grillo parlante (Ewan McGregor), inquilino del suo “cuore”, il compito di affiancarlo e guidarlo nel percorso verso il bimbo vero che sarà.

Geppetto sfrutta la vitalità di Pinocchio per colmare l’assenza di Carlo, e non perde occasione per sottolineare al burattino di legno la differenza con il figlio vero. La presenza assidua del grillo non trattiene l’esuberanza curiosa di Pinocchio, che vuole conoscere il nome di ogni cosa, di ogni luogo in cui arriva, ciondolando, per la prima volta; piuttosto si scontra con le mire di antagonisti che, se nel classico collodiano vivevano in caratterizzazioni distinte, qui si sommano nell’acredine di figure sintetiche a più voci che, di Pinocchio, bramano l’immortalità.

Così il burattino diventa ora arma in mano ai fascisti, ora attrazione defaticante di un circo in decadimento, persistendo nel deridere il pericolo senza misure, a volto aperto. Oltre la guida di un padre, Pinocchio esiste nella capacità di discernere in autonomia giusto e sbagliato, nel valore del suo libero arbitrio.

Del Toro uccide Pinocchio, lo fa umano oltre il legno, transitorio e sacrificale, a metà tra il mondo dei vivi e quello dei morti (gotico e grottesco, nel pieno stile del regista), ostile ai vertici, ribelle e sovversivo, incapace di trattenersi lungo i margini senza eccedere: genuino e curioso, nel suo infantile paragonarsi a Cristo ne ricorda l’umanità, e di questa si appropria nel sacrificio. Pinocchio non diventa bambino nella bontà delle sue azioni, ma nella loro verità, non diventa umano nel saper formulare domande, ma nella consapevolezza dell’ineluttabilità delle risposte.

Un musical tragico: la Chimera rivela il segreto del tempo, il grillo la dignità del fallimento

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Pinocchio è un musical drammatico, un intreccio sul perturbante che si aggrappa agli occhi ancor prima di procedere nella visione. Basta un’immagine per innamorarsi di un ciocco di legno, della sua storia un attimo prima che si realizzi, dell’imprevisto del suo genio, mal riposto in un corpo rozzo e poco levigato, goffo e pedante. Nell’estasi del regista messicano l’errore convenzionale è un dono, è la possibilità di lanciarsi oltre la piattezza delle condizioni imposte e morire più volte, sprofondare negli abissi più funerei, è l’occasione di risalire la corrente nell’accettazione di ciò che non possiamo cambiare.

“Tempus fugit”, scriveva Virgilio nelle Georgiche: non è un caso se questa verità latente si fa manifesta per volontà dei personaggi-guida di Pinocchio, che agiscono da novelli Virgilio nella Selva Oscura della sua transizione umana.

Il fallimento è un’attestazione di vita, nel coraggio che richiede ogni tentativo ancora ignaro del successo. Le mani di McHale, in addizione a quelle del regista, incoraggiano l’unicità dei percorsi di vita, i vicoli sbagliati, le svolte impreviste, la sfiducia nel proprio dono e la fissità tragica dei non-luoghi in cui ci costringiamo per paura dell’oltre. È tutto giusto, tutto necessario, tutto degno di essere trasportato faticosamente su per ogni gradino. Sebastian, a casa nel cuore di Pinocchio, vive nell’attesa della sua luce:

“Il meglio che posso fare, è meglio di quanto chiunque altro possa fare”.


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Ice and Sky: quando un fiocco di neve fa la differenza https://www.npcmagazine.it/ice-and-sky-recensione/ https://www.npcmagazine.it/ice-and-sky-recensione/#respond Sat, 03 Dec 2022 10:00:56 +0000 https://www.npcmagazine.it/?p=47161 Ormai sono tantissimi i film sul cambiamento climatico che escono ogni anno; se ci si pensa bene saranno almeno una decina divisi tra piccole produzioni indipendenti (La Crociata di Louis Garrel) e tra grandi produzioni hollywoodiane (Don’t Look Up di Adam McKay). Tra i molti si annoverano anche, ovviamente, i documentari, da sempre strumenti amici del pianeta.

Di recente uscita è ad esempio il docu-testamento dei coniugi vulcanologi Krafft, riportati in vita dal film di Sara Dosa Fire of Love. Un’operazione del genere la fece nel 2015 anche il cineasta francese Luc Jacquet, che portò sugli schermi l’assurda vita di Claude Lorius in Ice and Sky: documentario che racconta le scoperte scientifiche portate avanti nella seconda metà del Novecento in Antartide, disponibile esclusivamente sulla piattaforma streaming NPC Watch, il portale pay-per-view curato dalla redazione.

Vi sveliamo un dietro le quinte: la scelta da parte della redazione di inserire anche Ice and Sky all’interno della nostra piattaforma (rigorosamente senza algoritmi di gradimento) fu in realtà presa con ferma adesione generale, e senza troppi giri di parole. Non tanto perché il tema del cambiamento climatico sia importante o molto discusso, bensì perché la sezione dedicata al documentario, riccamente adornata con film di tutte le tasche (musica, arte, meta-cinema, architettura) non poteva essere completa senza l’ipnotico film di Luc Jacquet.

Ice and Sky: la trama

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Ice and Sky ha la capacità di far conoscere ai comuni mortali l’esistenza di Lorius, scienziato sconosciuto che altrimenti, senza il film del regista francese, rientrerebbe in quella massa informe di teste che i media generalizzano sempre chiamandoli con l’etichetta di “scienziati”.

Gli scienziati hanno fatto una nuova scoperta”, “il mondo, secondo gli scienziati, si sta scaldando a un ritmo impressionante”, “il cambiamento climatico, prevedono gli scienziati, sarà una grave minaccia agli ecosistemi”. Tutte frasi con cui abbiamo imparato sostanzialmente a conoscere il tema principe che ormai costeggia la nostra quotidianità: tra talk televisivi, chiacchiere da social e dibattiti improvvisati durante le pause caffè tra colleghi. Ebbene, tra quegli “scienziati” c’è anche Claude Lorius, glaciologo ormai novantenne, che già nel 1965 avvertì l’opinione pubblica sul problema del riscaldamento climatico. Otto anni prima della presa di coscienza globale sul tema.

La grossa responsabilità di Ice and Sky, racchiusa in un minuscolo spazio vitale

Ice and Sky NPC Magazine

Ice and Sky, infatti, ha la grossa responsabilità di far conoscere al mondo la figura di Lorius, in una vita dedicata completamente ai ghiacci dell’Antartide e a spedizioni al limite dell’umano, lo scienziato francese all’interno del film narra lui stesso le sue avventure e le sue ricerche con una ritrovata passione che va aldilà del bene comune. Da quando ha ventitré anni la vita di Lorius non è più la stessa, e forse non saremmo nemmeno qui a parlarne se non fosse stato per ricerche fondamentali che donò al sapere e alla scienza.

Fu il primo a battere zone di ricerche nell’entroterra antartico, il primo a condurre una spedizione per studiare i cosiddetti “carotaggi” del ghiaccio, il primo a capire l’importanza dell’estrazione delle bolle d’ossigeno intrappolate nel ghiaccio da migliaia di anni. Per lui l’Antartide non è solo una terra amata, un focolare gelato simile a una seconda casa, ma anche un vero e proprio saggio storico che il pianeta Terra ci ha donato attraverso la stratificazione dei ghiacci.

Tavole di sapere concesse dalla nostra casa fondamentali per raccontarci le mutazioni climatiche nel corso dei decenni e secoli passati. Nevicate su nevicate, inverni su inverni, glaciazioni e riscaldamenti: in ogni singolo fiocco di neve Lorius ci intravede una storia di migliaia di anni.

Ice and Sky: la vita di un genio tra i ghiacci

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Jacquet lo lascia narrare meravigliato del suo rapporto con una terra biologicamente inospitale, ma che agli occhi di Lorius diventa la meta finale del proprio viaggio terreno. Attraverso dronate spettacolari e filmati d’archivio originali, Ice and Sky racconta non solo la vita e le scoperte dello scienziato probabilmente più importante dei nostri tempi, ma ne esamina anche lo scheletro: la sua pazzia agli occhi di molti diventa per Jacquet un’opportunità fondamentale atta a scrutare l’interno della pulsione emotiva umana.

Cosa spinge persone come Lorius nel dedicare un’intera vita a un qualcosa in maniera così maniacale, per non dire ossessivo? Pazzia o genio? Jacquet vuole dimostrare la seconda opzione: attraverso Ice and Sky vuole esporre sulla pubblica piazza l’intelletto umano elevato all’ennesima potenza.

Il nostro senso esistenziale che si intreccia con quello della natura, il venire a patti con le nostre ossessioni più recondite e coltivarle, senza anzi reprimerle per esigenze conformiste; Lorius ci insegna, attraverso il suo lavoro, che una società funziona quando tutti noi contribuiamo nel nostro piccolo per cercare di fare qualcosa di grande.

Il problema della modernità, in qualche modo, è proprio che questo concetto è spesso preso sottogamba, confuso con l’ossessione patologica e nevrotica. Un mondo, insomma, in cui i geni sono rinchiusi nei manicomi e i mediocri sono seduti sul trono. In questo contesto, la crisi climatica può accompagnare solo.


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Avvocata Woo, la realtà tra incanto e amorevolezza https://www.npcmagazine.it/avvocata-woo-kdrama-recensione-netflix/ https://www.npcmagazine.it/avvocata-woo-kdrama-recensione-netflix/#respond Sat, 03 Dec 2022 09:53:35 +0000 https://www.npcmagazine.it/?p=46833 Per quasi tutto il mese di agosto questo legal drama sudcoreano è stato tra i contenuti più visti su Netflix, e per più di una buona ragione; diretto dall’acclamato regista di Dr. Romantic, Yoo In-shik, Avvocata Woo è una di quelle serie che tutti dovrebbero recuperare, un gioiellino capace di far emergere il buono del mondo. Diamo uno sguardo a ciò che ora come ora più si avvicina a un sospiro di sollievo su schermo.

La straordinaria Avvocata Woo

Avvocata Woo-Kim Eun Bin
Park Eun-bin nei panni di Woo Young-woo

Essendo affetta da un disturbo dello spettro autistico, l’aspirante avvocato Woo Young-woo (Park Eun-bin) fatica a trovare lavoro nonostante si sia laureata con tutti gli onori e sia, detto semplicemente, un vero genio; finché la CEO di un prestigioso studio legale di Seul le offre un impiego e l’opportunità di costruire una carriera si fa sempre più concreta e a portata di mano.

Nonostante le difficoltà legate alla sua condizione e al comune atteggiamento di diffidenza nei confronti delle persone con disabilità, a Young-woo non mancheranno alleati e sostenitori; e proprio grazie a loro e alle sue doti innate lavorerà instancabilmente per essere un eccellente avvocato, senza immaginare cos’altro la vita ha in serbo per lei.

Avvocata Woo, incantevole il giusto

Avvocata Woo NPC Magazine
Park Eun-bin e Kang Tae-oh in una scena di Avvocata Woo

Raccontare la disabilità non è mai semplice, tantomeno quando si assumono molteplici punti di vista. Ciononostante, Moon Ji-won scrive di autismo padroneggiandolo a dovere e quasi a volerlo accarezzare, stando ben lontano dall’intento di suscitare pietà ma provando a risvegliare un innato istinto di protezione.

Tra dispute legali intricate e risolutivi lampi di genio, Avvocata Woo ribadisce come dei propri limiti chiunque sia consapevole, indipendentemente dalla disabilità e spesso a causa di questa perfino di più.

Una consapevolezza spesso sottovalutata e quindi nel caso di Woo Young-woo esplicitata direttamente, che porta lo spettatore a interrogarsi più volte su quando sia giusto esprimere un giudizio e quando sia invece opportuno tacere.

In un modo o nell’altro, ogni episodio di Avvocata Woo lapida la concezione del diverso come inferiore, presentato invece come qualcuno da cui poter imparare tanto; in tal modo, a trasparire è un pervasivo e trepidante bisogno di amore che ognuno merita e a cui ognuno ha diritto, a prescinde dalla disabilità così come da tutto il resto.

Ciò non significa che tutto ciò che Woo Young-woo dice e pensa sia buono e giusto: la serie non difende a spada tratta i suoi atteggiamenti ma piuttosto li comprende e li sa contestualizzare, in modo che per il pubblico sia più semplice comprendere alcune dinamiche. Un modo delicato e indiretto di condannare l’ignoranza più fiera e becera di chi non prova a empatizzare con il prossimo, neanche per sbaglio.

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Park Eun-bin e Ha Yoon-kyung in una scena di Avvocata Woo

Avvocata Woo tende a ricadere nel fiabesco più di quanto un legal drama dovrebbe fare; ma quando il tutto sembra tingersi troppo di rosa, la serie bilancia con qualche tocco di realismo per ricordarci che viviamo nel mondo reale in cui non tutto è bello e non tutti sono buoni. Lo fa proprio ricorrendo alla legge e ai tribunali, che purtroppo non sempre riescono a fare giustizia, e ben riescono a smorzare i momenti idillici diluendo il rosa con un pizzico in più di grigio; come quando la vita stessa si accorge che sogni troppo e allora fa di tutto per riportarti coi piedi per terra, anche a costo di non farti atterrare comodamente.

Pur essendo nel complesso così ben soppesato, qualcosa manca, e per quanto si tratti di un K-drama adorabile disattenzioni nei confronti delle storyline secondarie potrebbero saltare all’occhio del pubblico più attento. Di contro, la caratterizzazione un po’ riduttiva di alcuni dei personaggi rispecchia la percezione che Woo Young-woo stessa ha di loro, e quanto più profondo è il loro rapporto tanto più la serie sembra indagare a fondo a riguardo; un criterio piuttosto sensato che non lascia pensare alla noncuranza.

Voglia di tenerezza

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Park Eun-bin e Kang Tae-oh in una scena di Avvocata Woo

Avvocata Woo decompone pezzo dopo pezzo l’idea dell’autismo come insieme di mancanze per poi riproporlo come mancanza di artifici e sovrastrutture. Così facendo, la serie si schiera a favore della trasparenza e della pazienza e suggerisce al pubblico di occupare del tempo, tra una corsa e l’altra, prestando attenzione a chi ci circonda e soprattutto a chi sembra non avere molto da dire, perché spesso coincide con chi ha molto da offrire, in compenso.

Simile a una fiaba nella sua versione più reale e tangibile, solo apparentemente lontana dal nostro fare quotidiano ma verissima al di fuori di convinzioni radicate e limitanti, Avvocata Woo combatte tra le mura dei tribunali un mondo in cui l’efficienza assume il ruolo di unità di misura, e ne propone una nuova versione, non troppo utopica, ben più comprensiva, più altruista e compassionevole. Un tentativo di far rendere conto, insomma, del fatto che tra una convenzione e l’altra ci stiamo perdendo, dimenticando che le maniere si possono insegnare e l’umanità no.

Avvocata Woo è un grido di aiuto alla gentilezza levato a suon di obiezioni e di pianoforte, un ode alle doti che stiamo vedendo scomparire e che se viste trasposte su schermo suscitano tanta, tanta emotività; l’ideale da gustarsi in solitudine per nascondere gli occhi rossi a chi, di contro, ne riderebbe. Non è detto che rientrerà in ogni lista dei preferiti, ma un posto sul podio per la categoria K-drama che rendono felici istantaneamente non glielo toglie proprio nessuno.


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Una mamma contro G.W. Bush, una sfida possibile https://www.npcmagazine.it/una-mamma-contro-gw-bush-film-recensione/ https://www.npcmagazine.it/una-mamma-contro-gw-bush-film-recensione/#respond Sat, 03 Dec 2022 09:44:33 +0000 https://www.npcmagazine.it/?p=47124 Certe volte la realtà spaventa molto più della fantasia. È quello che succede in Una Mamma Contro G.W. Bush, titolo italiano di Rabiye Kurnaz gugen George W. Bush, nelle sale italiane dall’1 dicembre. Basato su fatti realmente accaduti, il film ha come protagonista una madre alle prese con l’arresto ingiusto del figlio. E da qui l’incubo più grande di tutti, l’inizio di una battaglia legale che, apparentemente persa in partenza, porterà una donna a sfidare a viso aperto le più alte cariche politiche.

Il trailer italiano di Una mamma contro G.W. Bush, nelle sale italiane dall’1 dicembre

Diretto dal regista tedesco Andreas Dresen, e presentato al Festival del Cinema di Berlino (dove ha vinto il premio per la migliore attrice e per la sceneggiatura), Una Mamma Contro G.W. Bush riaccende i riflettori su uno dei capitoli più oscuri della storia recente: gli avvenimenti perpetrati all’indomani dell’11 settembre a Guantanamo, la celebre prigione statunitense in territorio cubano.

Un nuovo punto di vista su Guantanamo

Una mamma contro G.W. Bush NPC Magazine
Alexander Sheer e Meltem Kaptam in una scena di Una mamma contro G.W. Bush, nelle sale italiane dall’1 dicembre

La vulcanica Rabiye Kurnaz (Meltem Kaptan) è una donna tedesca di origini turche; Bernhard Docke (Alexander Scheer) è un avvocato misurato, strenuo difensore dei diritti umani. A unire due persone tanto diverse è il desiderio di salvare Murat, figlio di Rabiye arrestato in Pakistan con l’accusa di terrorismo. In una vera e propria parabola à la Davide contro Golia, Rabiye e Bernhard cercheranno in tutti i modi di liberare Murat dalla terribile prigione di Guantanamo, intentando addirittura una causa contro G. W. Bush, l’allora presidente degli Stati Uniti.

Non sono di certo mancati negli ultimi anni film su Guantanamo. Codice d’onore, Camp X-Ray e il recente The Mauritian sono solo alcuni resoconti su celluloide delle atrocità commesse all’interno del campo di prigionia voluto da Bush Jr. nel gennaio 2002. Ma se, appunto, tutti questi film risentono di uno sguardo schiettamente americano (se pur di denuncia), Una Mamma Contro G.W. Bush fornisce un nuovo e interessante punto di vista. Il film di Dresen, di produzione tedesca, è attento a denunciare non solo le storture di una crudele politica americana, ma anche le inadeguatezze della politica respingente della madrepatria, incapace di accogliere e tutelare i diritti di un tedesco di origini turche.

Un dramedy né troppo drama né troppo comedy

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Alexander Scheer e Meltem Kaptam in una scena di Una mamma contro G.W. Bush, nelle sale italiane dall’1 dicembre

Bilanciare il dramma e la risata non è impresa facile, soprattutto quando c’è di mezzo un buco nero come Guantanamo. Una Mamma Contro G.W. Bush riesce a trovare quasi sempre un buon punto d’incontro tra i due generi. Innanzitutto, considerevole la prova di Kaptan, che restituisce allo spettatore una mamma coraggio dalla simpatia così impetuosa da smorzare considerevolmente il dramma che si consuma oltreoceano. Il suo rapporto con l’avvocato difensore – interpretato da un ottimo Alexander Scheer – è costruito in modo credibile e sincero, senza inutili forzature. Le gag tra i due sono genuine e mai esagerate, talvolta quasi necessarie per stemperare una tensione che sarebbe altresì continua.

Ma affrontare Guantanamo con un piglio comico resta comunque un’operazione molto complessa. La sceneggiatura di Laila Stieler, pur facendo il massimo per sfruttare l’umorismo strabordante di Rabiye, può poco o nulla sull‘incombenza tragica del campo di prigionia dove è rinchiuso e torturato Murat. Più ci si avvicina ad esso, più la comicità sbiadisce – non sempre agilmente – per lasciare spazio a un dramma oscuro, dove il nemico terrorizza ancora di più perché senza volto. Subentra, pertanto, una sottile marca quasi orrorifica, potenzialmente in grado di avvalorare l’ingegnosità stilistica del film di Dresen.

Un finale non altrettanto audace

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Va da sé che un racconto del genere travalichi riflessioni di natura squisitamente cinematografica. Ancora oggi suscita sdegno questa prigionia attuata da un’America che, non più liberatrice ma tiranna, ha non poche volte reagito alla ferita dell’11 settembre violando celatamente i diritti dell’uomo. Ma nel film, essa viene realmente colpevolizzata? E se sì, Una Mamma Contro G.W. Bush ne denuncia apertamente la politica o si limita a sussurrarne difetti, rimanendo quindi tra le fila di un racconto sì appassionante, ma sotto certi aspetti incompleto? La risposta va ricercata nella seconda parte del film, un po’ meno efficace della prima.

Sono soprattutto gli ultimi quarantacinque minuti a sfilacciare un dramedy magari non perfetto, ma che comunque era riuscito a mantenere un buon equilibrio narrativo. Il progressivo avvicinamento a Guantanamo, che resterà per tutto il film nemico oscuro e inaccessibile, sembra spossare sia l’esuberanza comica di Rabiye sia la forte critica riservata alle assurdità geopolitiche così ben individuate nella prima oretta di film. A emergere alla fine è dunque un ordinario che, dopo aver sfidato qualcosa di orribile e straordinario, preferisce languire in una leggerezza banale, scolorendo un happy ending senza pathos, quasi inconsciamente desideroso di sventolare bandiera bianca di fronte alle ambiguità della Storia (con la S maiuscola).


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Ma Nuit, sopravvivere con la notte parigina al proprio fianco https://www.npcmagazine.it/ma-nuit-recensione-film-antoinette-boulat/ https://www.npcmagazine.it/ma-nuit-recensione-film-antoinette-boulat/#respond Sat, 03 Dec 2022 09:33:09 +0000 https://www.npcmagazine.it/?p=47091 Una ragazza e una notte difficile da superare. Un ricordo troppo forte e la mancanza di stimolo di vita. Ma Nuit, film diretto da Antoinette Boulat, è una passeggiata notturna fra i pensieri e le insicurezze di una ragazza diciottenne, che forse è cresciuta troppo in fretta. Ma Nuit è in sala con No.Mad Entertainment dall’8 dicembre 2022. L’esordio alla regia di Antoinette Boulat si muove con lo spettatore come in una splendida e silente seduta terapeutica.

La trama di Ma Nuit

Marion ha 18 anni e vive a Parigi. La scomparsa della sorella, deceduta cinque anni prima, alla sua stessa età, le ha lasciato un immenso dolore. Il giorno dell’anniversario della sua morte, la ragazza decide di uscire di casa e di camminare per le vie della città, tentando di integrarsi con i propri coetanei nel corso del pomeriggio estivo. Marion però non riesce a vivere spensierata e felice, non riesce a immaginare un futuro e dei progetti personali. È diventata apatica e chiusa in se stessa, e nel giorno di quell’anniversario, sente che deve liberarsi di un peso troppo grande per lei, che la opprime e che non la fa sentire viva.

Seguiamo quindi il pomeriggio e la sera di Marion, nel giorno per lei più triste, quello che gli ricorda quanto le manca la sorella e quanto quella perdita le abbia cambiato la vita. Ma Nuit inizia mostrandoci il contrasto con la madre, che invece vive in un perenne lutto, mentre Marion soffre perché non riesce a lasciarsi alle spalle questo dolore e questo peso. Per la prima mezzora Ma Nuit gira a vuoto, volutamente, rappresentando graficamente il corpo estraneo che è Marion nei confronti dei suoi amici e coetanei. Finita a una festa notturna, deciderà di andare a casa dopo aver litigato con una sua amica.

Ma Nuit cambia con l’incontro di Alex, che insiste per riaccompagnarla a casa dalla festa, preoccupato per ciò che può incontrare nella notte di Parigi. Da qui seguiremo le loro avventure notturne in una Parigi vuota e solitaria, bellissima e sfuggente.

Ma Nuit è una lunga camminata notturna

Ma Nuit diventa una lunga camminata, una seduta terapeutica con una persona sconosciuta, grazie a cui riusciamo a entrare più a fondo nelle ansie e nei problemi di Marion. La regia è semplice ma puntuale, con qualche inquadratura ricercata, e la scelta del 4:3 che stringe il film sui volti di Marion e Alex.

Interpretati da Lou Lampros e Tom Mercier, che abbiamo già apprezzato in un ruolo più naive in We are who We are di Luca Guadagnino, i due protagonisti sono il cuore della pellicola. In realtà di Alex sappiamo pochissimo, ci viene fatto intuire sia un’idealista, ma la sua funzione è quella di rappresentare lo spettatore durante la parte centrale di Ma Nuit, per conoscere Marion da occhi estranei.

Antoinette Boulat alla sua opera prima, riesce a rimanere essenziale e funzionale. Con pochi attori, tutti giusti e diretti magnificamente (non a caso prima di cimentarsi alla regia era una direttrice di casting) una colonna sonora semplice ma che coglie i punti di maggior tensione, e una fotografia giocata sulle ombre e sulle luci, non ricercata ma sempre ottima da vedere, costruisce un film introspettivo e profondo, di primi piani e totali parigini, concentrandosi sul superamento del lutto.

Ma Nuit riesce a restituire la solitudine e il panico della giovinezza, la tristezza ma anche l’abbandono di queste sensazioni con l’incontro della persona. Una persona che non dobbiamo per forza amare, ma che ci può accompagnare per una parte del nostro tragitto di vita, anche una sola notte, ma che ci può aiutare a superare momenti difficili. Ma Nuit è il racconto della Notte di una persona che, forse, con l’arrivo della mattina, tornerà finalmente a vivere.


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