10 cortometraggi da vedere (e amare) in questi giorni

SerieTV e Film. Le proposte legate alla settima arte si riassumo quasi sempre in due sole formule. Le vie del video sono però infinite. Ecco allora che per questi giorni di quarantena, in cui rimanere svegli e reattivi si rivela essenziale, vi proponiamo 10 cortometraggi da vedere subito (disponibili online) per avvicinarsi all’arte del racconto breve.

Ingiustamente rilegata a genere minore, quando non semplicemente a forma di transito per il grande salto (l’agognato lungometraggio), l’arte dei cortometraggi ospita spesso forme d’innovazione altrimenti irrealizzabile. Nei titoli da noi selezionati noterete una vasta gamma di temi, generi e formule narrative. Il tempo ridotto si rivela per i loro autori una sfida da affrontare sul piano estetico, attraverso le cui forme il quotidiano e lo straordinario entrano in contatto. Alcuni sono strani, altri assurdi. Molti sono però semplici storie di quotidianità. C’è tutto, nel breve spazio di una manciata di minuti.

Potete guardare un corto al giorno, ma se non dovessero bastare, e l’amore per questo stile fosse nel frattempo germogliato, contattateci; saremo felici di fornirvi altri corti con cui intrattenere queste giornate in cui l’arte giusta, ancor più se inaspettata, può fare la differenza.

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«I’m going out for cigarettes», di Osman Cerfon

Film d’animazione interamente ambientato all’interno di un appartamento dentro cui vive madre, figlia e figlio. Lo spazio rivela già la natura del racconto, infestato da uomini tutti uguali (fantasmi? Fantasie del ragazzino?) che interagiscono con la casa. Anche i quadri appesi alle pareti aiutano a comprendere la narrazione, una collezione di Magritte che sottolineano l’interesse della storia per il volto e l’identità. Tutti i dipinti mostrano infatti volti coperti, da colombe o mele, o addirittura esplosi, mentre i fantasmi ripetono i propri all’infinito. Il volto mancante è quello del padre, che comparirà solo alla fine nelle foto ritrovate dal figlio. La confusione è sicuramente lo stile preponderante, una confusione identitaria che gioca con il complesso di Edipo in ogni direzione. Prima con il volto del figlio posizionato al posto del padre e poi il padre identico al compagno della figlia. Alla scoperta di ciò il ragazzino si toccherà il volto, ridefinendo la propria identità.

L’animazione è molto piacevole, costruita su una composizione geometrica che seziona le parti dell’inquadratura. Un calorifero o uno stendipanni possono ritagliare l’immagine in più sezioni colorate, mostrando un insieme di frammenti arlecchineschi.

I volti ripetuti o mancanti (ossia una “mancanza ripetuta”) sono parte del gioco di “ritorno dello stesso” rappresentato dagli strani omini che abitano la casa. La storia del padre scomparso sembra così ripetersi, o rivelarsi, nel programma televisivo guardato dal ragazzino, il quale sembra conoscere a memoria le battute come fosse un ricordo che rievoca all’infinito. «Esco a prendere le sigarette» dice il personaggio alla TV, e quando poi il compagno della sorella scapperà di casa lo vedrà perdere un pacchetto vuoto. L’insieme di incroci sembra dunque cucito solo dal trauma comune che caratterizza la famiglia e l’appartamento vissuto.

«The Passage», di Kitao Sakurai e Philip Burgers

Potrebbe essere un sogno, quanto un’iniziazione alla morte. Il lavoro surreale della coppia Kitao Sakurai and Philip Burgers è esplosivo quanto l’immaginario che disseminano lungo ogni inquadratura. C’è un po’ di ironia, un po’ di tristezza, ma anche tanta comicità racchiusa in un’opera che coi suoi venti minuti costruisce una catena di assurde connessioni ed inaspettate conclusioni. Potrebbe durare ore senza stancare mai, come una sequenza di violenza per Tarantino Kitao Sakurai and Philip Burgers sembrano aver trovato la propria formula di intrattenimento, lasciando in secondo piano la didascalica esposizione degli eventi per privilegiare un accumulo inesauribile di genialità. Il protagonista si muove dunque in un mondo che pulsa ai suoi movimenti, permettendoci di vivere il tutto come in un piano sequenza interrotto, ossia nell’incoerenza coesa di un sogno che ha senso solo se ne si vive l’ordine interno. Nel suo viaggio onirico le angosce umane si sintetizzano in un surplus di eventi sconclusionati, in cui la contemporaneità emerge a livello simbolico e solo se lo spettatore decide di notarla. In caso contrario può semplicemente lasciarsi guidare da un’opera il cui unico difetto è quello di avere un termine.

«Take Me Please», di Oliver Hegyi

Olivér HEGYI : Take me please from MOME Anim on Vimeo.

Viaggio psichedelico nell’angoscia di un ragazzo convinto di aver preso la scelta sbagliata. «Si sta meglio da soli a volte», afferma alla ragazza di cui qualche periodo dopo incontrerà il nuovo ragazzo, cadendo così in un tunnel di dolore dai toni grotteschi. C’è la regia delle ellissi che sorprendono, in cui ogni inquadratura ospita follie partorite dalla mente del ragazzo. C’è la lettura dei tarocchi, ma anche la morte rituale, l’onirico vivente e la falsa risoluzione in quello che sembra il Matisse di Gioia di Vivere. Il disegno accennato, come tracciato da pennarelli scarichi, doppia così la mente del suo protagonista, che si muove nel masochistico tentativo di trovare una soluzione a quanto rotto, sino a scomparire e divenire fantasma di se stesso. Il sole all’orizzonte può così trapassargli le membra, giungendo a noi come filtrato dalle angosce liberate di un ragazzo che, forse, può ancora rinascere.

«Guaxuma», di Nara Normande

Animazione di sabbia, memorie di sabbia, ricordi di sabbia. La sand animation tramuta da tecnica a contenuto nelle rievocazioni di Nara Normande, la quale sfrutta uno stile per parlare del passato trascorso lungo il bagnasciuga con la sua migliore amica. La commistione tra contenitore fattosi contenuto avanza però con l’evoluzione del racconto, obbligando così la tecnica a mutare continuamente da stop-motion a digitale a cut out, portando infine a un coagulo di maniere per sintetizzare l’arrivo dell’età adulta, dei saluti, dell’infanzia fattasi ricordo e sabbia.

«Selfies», di Claudius Gentinetta

Un climax ascendente mostra la deriva dettata dall’utilizzo incessante di tecnologie egoiche partendo dal banale selfie in spiaggia all’istantanea in obitorio. Il passaggio è ritmato e inaspettato, mostrato in un susseguirsi affannato di immagini che sembrano selfies di selfies, il tutto in una confusione sul punto di partenza e sul soggetto d’arrivo. Non importa di chi stiamo seguendo la vita, poiché ogni selfie è la copia esatta di un altro, e così stampa di una vita identica a milioni di altre, capace forse addirittura di rendere sullo stesso piano lo sbarco di un barcone di immigrati e il relax da spiaggia. Tutto sullo schermo perde sfaccettatura e importanza, e così tutto su schermo mostra la realtà bidimensionale di una cultura che innalza selfie sticks come fiaccole virtuali di una civiltà perduta.

«Brotherhood», di Meryam Joobeur

Mohamed è un pastore che vive nelle zone rurali della Tunisia con la moglie e i due figli. È profondamente scosso quando Malik, il suo figlio maggiore, torna a casa dopo un lungo viaggio con una moglie nuova e misteriosa. Nel corso di tre giorni, la tensione tra padre e figlio cresce sempre di più fino a raggiungere un punto di non ritorno.

Ciò che inizialmente colpisce di quest’opera è la nitidezza delle sue immagini, le quali isolano i soggetti eliminando quasi totalmente la profondità di campo. Il volto osservato attraverso una lente d’ingrandimento che rende nitidissime le macchie rosse di questi fratelli sono l’elemento estetico che salta all’occhio, prima che la narrazione rubi totalmente l’attenzione. La velocità con cui la vicenda del figliol prodigo degenera è quasi sconcertante dal momento che gli indizi per comprenderne le fasi si nascondono fuori dal racconto, ad un livello extra diegetico che riguarda la società tunisina e la guerra in Siria. Ed è così proprio un suono off di cui mai vedremo la fonte, ossia un televisore, a creare il foreshadow della cattura del figlio, un destino annunciato lontano dall’obiettivo e dal controllo dei protagonisti.

«Feathers», di A.V Rockwell

Qualificato per la nomina all’Oscar, Feathers è un’opera potente e studiata, scritta come un’ode al riscatto per tutti quei ragazzi le cui ferite si contano tanto lungo i corpi martoriati, quanto dentro anime dilaniate. L’umanità si mischia con la malattia di cui è causa e vittima, emulsionandosi con l’immagine in movimento come in un tentativo di catturare il momento esatto in cui è impossibile sfuggirle. Un gruppo di bambini abbandonati e scartati dalla società si cingono attorno a una scuola che tenta di salvaguardarne il futuro e la salute, ma il lavoro sembra più quello di cura per ciò che il grande passato di questi piccoli uomini ha loro riservato. C’è dunque la pena, ma anche la speranza, la forza di chi vuole tornare a vivere, imparare a farlo tornando al mondo come quel simbolico pavone che tanto affascina il piccolo protagonista. Problema: che fare se a spezzare le ali di quel mitologico animale non è solo la società lontana e violenta, ma anche chi ti circonda? Sopravvivere si fa ancora più complesso, resistere è però un obbligo, quando non un’abitudine.

«Sometimes I think about to dying», di Abel Horowitz

A Fran piace pensare di morire. Quando lei fa ridere un ragazzo in ufficio, vuole di più: un appuntamento per un film, una fetta di torta, una conversazione. Ma se uscire con lui significa imparare a vivere, è abbastanza sicura di non poterlo fare.

«Il mio mondo è un universo, il mio stato è un paese, la mia città è uno stato, la mia strada è una città, la mia casa è su una strada […] me stessa è su un letto, in una stanza, in una casa…e a volte penso di morire».

Sometimes I think about to dying ha inizio da un inscatolamento inverso. Ogni cosa è in qualcosa di più grande, come osservare una matrioska dall’interno. Ogni cosa più piccola è così posseduta dal suo corrispettivo contenitore, ma anch’esso ne è condizionato. Così quando ammette di morire, pone il suo pensiero come il cuore di questo infinito inscatolamento, come bilancio di ogni cosa; di se stessa, del suo letto che sta in una stanza che sta su una strada che sta in una città che è in uno stato che è di un paese che appartiene al mondo che rientra nell’universo. Al centro non lei, dunque, ma quel pensiero, il pensiero di morte.

Non deve stupire dunque se l’attenzione va nei suoi primi piani, in una fotografia che elimina la profondità di campo per sottolineare la centralità della testa, del suo pensiero. Entra però in campo un altro soggetto, un uomo, e lei inizia a condividere la messa a fuoco con lui, sino a giungere alla condivisione inevitabile di quel pensiero. Quest’ultimo passaggio è però l’ultimo, ed è mostrato in assenza, ossia è tagliato nel momento stesso in cui inizia. Non ne sappiamo nulla. Ciò che però seguiamo con passione e grottesca dolcezza è il tentativo dei due di avvicinarsi, sentendo i pensieri di lei in tutta la loro follia. Pensa di poter essere uccisa, di voler essere uccisa, di essere stupida, di essere simpatica. C’è dell’orrorifico realismo, in confine con un’ironia macabra e esilarante. Capita così di dimenticarsi di quel pensiero, di perdere quel centro, riportato in auge e poi troncato proprio all’ultimo.

Sembra diretto da Lanthimos questo lavoro di Stefanie Abel Horowitz, ma forse è più dolce di quanto il collega greco riuscirebbe ad essere. Perché l’ironia grottesca non toglie spazio alla dolcezza di questa donna fuori dal comune, ma anche alla gentilezza dell’uomo che la avvicina. Entrambi seduti ad un tavolo di un locale con le braccia sulle gambe e l’angolazione della cinepresa posizionata dal basso verso l’alto, mostrandoci come la timidezza di due diventi timidezza del momento nell’attimo dell’incontro.

«FEST», di Nikita Diakur

Fest from nikita diakur on Vimeo.

La fine rotondità dell’animazione 3d viene messa al bando ancora una volta dalla sperimentazione processuale di Nikita Diakura, regista russo noto per il cortometraggio Ugly. Fest, suo ultimo lavoro, è una breve follia costruita attorno al caos di assi cartesiani e line direttive che aiutano a sfasciare l’animazione ancor prima di definirla. Balli ripresi in found footage scomposti e scene ripetute da più prospettive permettono un’immersione che sembra mimare una realtà virtuale in cui la libertà di movimento è inevitabilmente simulata. Siamo in un rave la cui musica accompagna bug che portano al limite l’ambiente e i personaggi in un’unica danza scomposta. Se l’animazione 3d è spesso sinonimo di attenzione al dettaglio per una perfetta ricostruzione, Nikita Diakura cambia il paradigma, strutturando un racconto il cui stile è protagonista di una decostruzione del racconto, del tempo, dell’ambiente e del corpo umano.

«Coda», di Alon Holly

La fine arriva e lui nemmeno lo sa, non che sia davvero importante, ma il tutto accade in un moto di banalità; forse non è stato nemmeno colpa dell’alcool, forse sarebbe successo comunque, ma a chi importa ormai? In fondo è ora che ha inizio la magia; l’anima si libera di quella carcassa distratta e tutto appare delicatamente leggero, ma non eterno. L’anima senza forma corre, si allontana dalla folla che imperterrita continua ad osservare un corpo passato al nulla, dalle strade e dalle luci, ed infine ricade lì, tra le sue braccia. Tra i tanti costumi che la morte indossa in questo intimo cortometraggio troviamo addirittura quello di una madre, pronta ad accudirci. Da qui la compagna mortifera prendere forma di ricordi che sfrecciano nell’istante prima di lasciare tutto. «Show me more thing» prega l’anima, ancora un secondo qui, e l’universo si fa grande mentre lei torna alla nascita, un piccolo essere che vola nel passato e comprende, finalmente, la bellezza di tutto ciò, niente di nuovo, niente di segreto, solo ciò che fu.

Siamo davanti ad un’intimità che schiaccia e devasta, un viaggio oltre.

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Alessandro Cavaggioni