«A history of violence», Viggo Mortensen incarna lo strapotere della volontà

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: “Non di solo pane vivrà l’uomo …”

Mt, 4,4; Lc, 4,4 

A history of violence (2005) di David Cronenberg suggella una delle migliore interpretazioni di quello che è uno dei più talentuosi e versatili tra gli attori contemporanei: Viggo Mortensen.

Film sulla resistenza alla tentazione, sulla volontà ferrea che guida il radicale cambiamento personale, sulla disciplina autogena, sul fare i conti con chi si è stati in passato; A history of violence racconta la storia di Tom Stall, interpretato da Viggo Mortensen, uomo gentile e magnanimo che conduce una vita tranquilla con la propria famiglia, ma che tiene nascosto nelle profondità di se stesso una natura opposta, ignota a tutti coloro che lo hanno conosciuto negli ultimi 20 anni, finché il suo passato non irrompe, imprevedibilmente, nella sua vita. 

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Il film si apre con una sequenza assai simile a Dal tramonto all’alba di Robert Rodriguez. Cronenberg è molto bravo a rappresentare la presenza parallela della criminalità e della gente comune, le congiunture violente in cui si intersecano, e a incarnare la coesistenza di questi due opposti e paralleli modi di vivere in un unico individuo, assolutamente anomalo, che – per la sua natura di Giano bifronte – meraviglia e spaventa i criminali ed è, allo stesso tempo, punto di riferimento per bontà e comprensione per la gente comune, come la propria famiglia e quei suoi conoscenti che fanno parte della gente comune. 

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Il protagonista, come il Siddharta della leggenda religiosa buddhista, a un certo punto decide di cambiare completamente vita, e il cambiamento che deve operare interessa direttamente la sua persona. Con una autentica “conversio” dai tratti cristiani, da Joy diventa Tom, abbandonando improvvisamente tutto il suo mondo e ricominciando da zero. Non si tratta di un cambiamento meramente etico come assumere una posa più educata a tavola o smettere di alzare la voce, ma l’operazione di un mutamento radicale di lui stesso in quanto individuo, del proprio essere: dalla follia morale di una esistenza vissuta tra l’essere un portento della violenza estrema e della dissolutezza a una esistenza di uomo dedito alla famiglia, onesto, pacato e gentile, buono, disponibile e comprensivo.

Vive in lui un doppio, non solo temporale dal “prima” al “dopo” del cambiamento, ma l’irrisolvibile contraddizione tra le due componenti coesistenti dell’essere umano: violenza e non-violenza; bene e male; incontrollabile natura animalesca ed educazione emotiva e riflessiva. Tom ha nutrito entrambe le parti. Tanto da essere stato sia l’una che l’altra.

Questa ambivalenza schizofrenica della personalità non è una novità, è qualcosa di già sentito ed esperito dalla fruizione artistica, il cui esempio più noto oggi è Hulk. Qui, però, si tratta di un uomo in carne e ossa e di una storia che non ha niente della finzione supereroica Marvel o DC.

Anche se il film è tratto proprio da una graphic novel noir di John Vagner pubblicata da Vertigo. Non é chiaro se ci sia stata una causa scatenante del suo cambiamento. Dalle affermazioni di Tom si arguisce facilmente che esso è dipeso da una sua presa di coscienza, che ha spinto la sua volontà ad operare un auto-cambiamento estremo e rimodellante della propria personalità, al punto di rinunciare alla sua stessa identità e al suo nome.

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Ma Tom riesce a cambiare la propria natura? E talmente forte da riuscire a ricrearsi ex nihilo, cioè a mettere completamente a tacere – per un lungo periodo – quella parte della propria essenza che ha avuto il sopravvento per molti anni e che ha infine ripudiato, per diventare un’altra persona.

Ma, la verità intesa come l’intero della personalità di un uomo, si manifesta nei momenti-limite, nelle condizioni gravi e difficili. È li che avviene la prova del fuoco della personalità. Cosi è per Tom, che con naturalezza, e non poca riluttanza, si riappropria delle sue capacità omicide in una imprevista situazione di pericolo per sé e per gli altri. 

A history of violence racconta la storia del modo più radicale in cui un uomo può cambiare davvero se stesso: rinunciare alla propria identità per essere non chi è, ma chi desidera e vuole essere. È un film sulla speranza e sulla potenza del cambiamento.

Cronenberg attraverso la storia di Tom ci vuole dire che la volontà è decisiva per il cambiamento, soprattutto per il più radicale. La volontà umana ha il potere creativo di generare un essere differente, la possibilità stessa di essere diversi e di cambiare, di modificare radicalmente le proprie abitudini e i propri progetti di vita. Tom si serve della propria volontà come strumento per effettuare il cambiamento di se stesso che nasce dalla meditazione da lui svolta sulla propria natura e sul proprio modo di vivere.

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Dal comportamento di Tom nel film si capisce non solo che non si riconosce più in Joy, che dal pentimento è sopraggiunta una conversione del suo essere, ma anche che Tom ha capito che gli istinti e le pulsioni immediate cui obbediva Joy non sono (benché spontanee) la verità dell’essere di una persona, ma che é appunto la riflessione su tali istinti che consente di dominarli e controllarli ad essere indice della natura e dell’indole caratteriale di un essere umano. È la scelta ragionata che guida il nostro agire a definirci come uomini, non la falsa spontaneità della reazione istintuale irrazionale.

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Tom incarna, da questo punto di vista, gli effetti straordinari che ha la riflessione sulla vita pratica di una persona, cioè, ciò che il ragionamento può fare all’essere umano che se ne serve per lavorare su sé stesso. Quello che Kant chiamava “ragion pratica” dell’essere umano: la capacità etica di discernere il bene dal male. Questa differenza compresa da Tom nella probabile analisi filosofica sulla natura umana, come si vede dal suo comportamento, è l’origine teorica del suo cambiamento pratico.

A history of violence mostra, perciò, come la riflessione e la volontà siano alla base della trasformazione etica del comportamento individuale. Con riflessione e volontà una persona capisce che non può cambiare ciò che ha fatto, ma che può realmente cambiare la propria etica in ciò che farà. 

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Tuttavia la storia di Tom mostra che non basta conoscere ciò che è male, per fare ilbene, come sosteneva Socrate, con il suo “razionalismo etico”. La comprensione adeguata della natura umana è un punto di partenza. Infatti, le vicende narrate nel film mostrano che il cambiamento non è mai veramente radicale, preso una volta per tutte, ma va continuamente sostenuto dalla forza della volontà.

E non può essere neppure completo, nonostante gli sforzi immani che un uomo può fare per cambiare sé stesso, una volta compreso ciò che rende umana una persona. Come dice, sempre Kant, deve essere possibile per l’essere umano malvagio.

La rivoluzione nel modo di pensare e la riforma graduale del modo di sentire. Appena, per una decisione unica e immutabile, l’uomo capovolge la base delle sue massime, per cui egli era un uomo cattivo (e perciò riveste un uomo nuovo), egli è, un soggetto suscettibile di bene; ma un uomo che diventa buono con sforzi continui

(la religione entro i limiti della sola ragione, Laterza, p. 51


La personalità di Tom informa del fatto che il passaggio assoluto, immediato, ed esclusivo da un opposto all’altro è umanamente impossibile, anche se svolto mediante una conversione del proprio essere, perchè i poli che rendono stabile la natura umana non possono essere né del tutto separati né del tutto riconciliati, ma devono necessariamente coesistere (per dirla ancora con Kant, come tendenza e disposizione opposte, ma radicate nella natura umana) e mescolarsi per garantire il baricentro e l’equilibrio dell’essenza ibrida della natura umana: in parte istintiva, violenta, animalesca, crudele; in parte razionale, spirituale, emotiva, pacifica, buona. 

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Tom non appare mai un pazzo sanguinario, la sua “parte maledetta” esce in modo rapsodico, straborda, ma lui sa tenerla a bada, segno che il cambianento è stato fortemente voluto e che la sua volontà non viene scalfita dalla terribile furia omicida distruttiva che ormai è stara resa piccola e debole in lui. Parafrasando una metafora platonica, Tom ha alimentato il cavallo bianco e non il cavallo nero della sua anima. Cioè ha coltivato la parte di sé razionale, buona e bella e non quella istintiva, irrazionale e brutta. Eppure Tom è sicuro della propria forza, non teme di essere ucciso, conosce lo strapotere del suo “dono” innato micidiale di spazzare via tutti coloro che tentano di misurarsi in uno scontro violento con lui.

Il personaggio di Tom in questo senso è come Achille, incute timore e suscita paura per la propria vita a tutti coloro che pure tentano di rivaleggiare con lui, ma è al contempo emotivo e sensibile. La scelta di Tom è chiara: ripudiare questo “dono” terribile, non alimentarlo più. Fino alla fine evita lo scontro, cerca soluzioni pacifiche.

Non si lascia tentare non per paura di perdere in un agone violento all’ultimo sangue, ma per concedere una chance a coloro che vogliono ucciderlo, e perché la sua volontà gli impone di non spargere violenza e di non tradire il cambiamento che ha operato su di sé. La scelta di Tom è sempre una scelta non-violenta, per un mondo non-violento, nonostante, o meglio, soprattutto, perché egli essendo stato una macchina sterminatrice di uomini conosce bene la natura desolante della violenza. 

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Tom è costretto a usare la violenza, contro la sua volontà, contro la conversione del proprio essere, correndo il rischio di essere scoperto e di perdere la propria famiglia. Non teme che Joy possa tornare perché lui lo ha ucciso «sono andato nel deserto e ho trascorso tre anni a diventare Tom Stall» dice alla moglie, quando non può più nascondere la verità sulla sua esistenza passata. Tom è costretto, con grande coraggio, abnegazione e resilienza non solo a proteggere la sua famiglia non da qualcuno che vuole fargli del male, ma da sé stesso, o meglio, dalle conseguenze che, chi lui era, ha trascinato nel presente di una nuova vita da uomo diverso.

Ma anche a sopportare giudizi e biasimo dei suoi cari. Il fratello e i suoi scagnozzi, l’uomo che vuole vendicarsi della violenza subita, vogliono uccidere Joy, e Tom lotta per far loro capire che Joy è già morto, che lui lo ha ucciso da solo, cambiando identità sia al livello anagrafico sia al livello personale rendendosi inoffensivo.

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Quella che vede protagonisti Joy/Tom è la storia di un uomo che si redime sé, che non ha bisogno della riabilitazione della prigione o della sanzione della legge o della vendetta di coloro a cui ha fatto del male, per cambiare. Sia il fratello, che l’uomo che intende vendicarsi sono “idioti” rispetto al cambiamento di Joy in Tom, credono sia solo una farsa vigliacca. Invece la scelta di Tom è talmente voluta da consentirgli di resistere a tutte le tentazioni, persino a quella di resistere alla sua stessa condotta omicida, che é costretto a riattuare, riuscendo a distaccarsi dalla violenza e dai fulminei e micidiali istinti rapsodici che erano la norma per l’esistenza di Joy.

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Cosi Tom si fa carico della sua scelta e vi resta fedele fino alla fine, chiudendo i conti con una volontà di ferro che supera in potenza le ferite fisiche e morali, per, infine, tornare dalla propria famiglia. Con questo gesto Tom ha superato la prova etica del suo cambiamento, dimostrando che esso non é solo un cambiamento di costumi o del modo di pensare, ma un cambiamento “del cuore”.

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La sua famiglia accoglie Tom, ama l’uomo che ha sempre conosciuto, ma allo stesso tempo ripugna Joy. Il dilemma etico che si è creato nella sua famiglia e che consiste nella spaccatura tra l’amare il marito e il padre buono, e il biasimare e denunciare il criminale omicida che è in lui non si risolve. Perché l’alternativa è inestricabile, in quanto entrambe le figure vengono percepite osservando lo stesso uomo.

Il film si interrompe in un finale, che, restando aperto a questa decisione, rende conto di tutta lo scotimento psicologico che la famiglia ha subìto nello scoprire l’insospettabile. Quella verità totale sul capo famiglia.

La famiglia stessa è costretta a compiere una scelta che può, o fortificare la volontà di Tom, riconoscendo il suo cambiamento; oppure vanificare il suo impegno impiegato nella trasformazione migliorativa di sé stesso. L’amore può, quindi, trionfare oppure può essere onorata la giustizia.

In questo senso, l’eye contact di Tom e di sua moglie evoca questa opposizione, e l’inquadratura degli occhi di Tom, con cui si chiude il film, sembra avere il potere di sciogliere il dilemma. Almeno quello empatico vissuto dagli spettatori. 


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Lorenzo Pampanini