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America Latina: i Fratelli D’Innocenzo si interrogano in un thriller enigmatico | Venezia 78

I Fratelli d'Innocenzo dopo Favolacce

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7 minuti di lettura

Prima del debutto a Venezia, Fabio e Damiano D’Innocenzo avevano descritto il loro ultimo film, America Latina, come una storia d’amore e dunque, come tutte le storie d’amore, anche un thriller”. Un’evocazione suggestiva, madre delle molteplici domande che hanno affollato le aspettative sul terzo lungometraggio dei gemelli romani. Come nel pluripremiato Favolacce (2020), i D’Innocenzo scelgono ancora di raccontare la storia di una famiglia. Un tema a loro molto caro, che si traduce in un percorso di ricerca identitaria. A guidarlo è il camaleontico protagonista, Elio Germano, nei panni di un pacato e ordinario dentista di Latina.

Il suo nome è Massimo Sisti e sembrerebbe condurre un’esistenza idilliaca, con la moglie e le due figlie al suo fianco in una regale villa fuori città. Tuttavia, una conturbante scoperta nella cantina domestica soffocherà tutte le sue certezze. Da subito, quindi, si prospetta un lancio pirotecnico per i D’Innocenzo, che investono sperimentazione estetica e narrativa nel loro nuovo progetto, prodotto da Vision Distribution, The Apartment e Le Pacte, in collaborazione con Sky. La pellicola sarà distribuita nelle sale da novembre, lasciando nel frattempo sospese le attese e gli interrogativi, destinati a moltiplicarsi dopo la visione del film.

Una poesia dolceamara tra amore, identità e follia

America Latina

America Latina è infatti una pellicola enigmatica, fautrice di emozioni e pensieri che si contraddicono. I D’Innocenzo scelgono di controbilanciare le pause silenti e i tempi sospesi a momenti estremamente crudi e d’impatto. Il tutto ambientato in un labirinto di suggestioni, che si potrebbe appellare alla raffinata estetica di Yorgos Lanthimos. “Una poesia dei luoghi sbagliati” come la definiscono i registi stessi, che trova dimora negli spazi dimenticati intorno a Latina, dove vivono realmente i genitori dei gemelli. C’è quindi un richiamo intimo e biografico, anche se lo spazio non ha un ruolo essenziale nel film.

Rimane infatti sullo sfondo, decontestualizzando una storia che potrebbe essere ambientata ovunque. Da qui la scelta dei D’Innocenzo di anteporre l’universale America davanti a Latina. In questo modo la pellicola cerca di abbracciare una più ampia riflessione sull’amore, la paura e la violenza lungo una delirante follia allucinatoria. Quest’ultima è accompagnata da originali scelte registiche, che firmano il timbro artistico dei D’Innocenzo, già evidente nel loro precedente gioiello cinematografico. Tuttavia, le poliedriche scelte ambiziose con cui scrivono la regia, si trasmettono in una giostra narrativa disorientante in cui viene catapultato lo spettatore.

America Latina è un’esperienza somatica

Non c’è frenesia espressiva o smania fagocitante di raccontare, poiché i gemelli si prendono tutto il tempo a loro necessario. Questo è un distintivo tocco autoriale, che però rischia di scivolare in alcuni momenti gratuiti e pretestuosi. Al tempo stesso, tale scelta espressiva si accompagna a quella definita come “narrazione inaffidabile”, che sorprende, disorienta, cattura e a volte delude lo spettatore, perché mai sottoposta a una logica lineare. Così i D’Innocenzo sperimentano con coraggio e, a volte, con eccessivo trasporto autoreferenziale, un mondo favolistico, cupo e contraddittorio da loro ben conosciuto e osservato da molteplici angolazioni.

Questo porta a una narrazione somatica, perché vissuta, nel bene e nel male, come esperienza corporea. E lo si evince dal senso claustrofobico, opprimente e asfissiante in cui troviamo Massimo Sisti e in cui i registi vogliono condurre il pubblico. Loro stessi ne parlano attraverso un doppio gioco di specchi di efficace verità: “non è lo spettatore a guardare una mosca intrappolata in un bicchiere bensì è lo spettatore stesso la mosca intrappolata in quel bicchiere”. Tutto questo rivive effettivamente nell’esperienza in sala, tracciando indubbiamente le fila di un progetto inusuale e interessante. Durante la proiezione affiora però una domanda costante: qual è la destinazione della storia?

La conoscenza di sé passa attraverso lo schermo

Il colpo di scena finale, anticipato da evocativi simbolismi riguardanti i personaggi, chiarifica, ma non conferma, la risposta che lo spettatore affamato si aspetta dalla storia. Perché forse, una risposta non c’è, ma solo una concatenazione di domande che toccano in prima persona i registi. Loro stessi cercano di conoscersi e raccontarsi attraverso il cinema. Si tratta di un espediente narrativo affascinante e rischioso, attraverso il quale il pericolo più immediato è quello di perdere il proprio pubblico a metà dell’opera. C’è quindi un patto narrativo siglato tra autore e spettatore che viene frammentato nella storia, dando vita a un rizoma di possibili interpretazioni.

Il rizoma è quel tipo di labirinto che non sfocia nel caos ma che appare intricato seppur abbia in sé un preciso ordine geometrico. La formula ultima di America Latina è quindi quella di trasmettere emozioni senza che queste si traducano necessariamente in un messaggio. La passione dei D’Innocenzo per il cinema è così travolgente da portarli a indagare, anche a scatola chiusa, alcuni meandri difficili e sconosciuti della mente umana. Così complessa, seppur nella sua semplicità.

Con tre film in cinque anni e una doppia partecipazione a Venezia 78, dato che scrivono la sceneggiatura de La Ragazza Ha Volato di Wilma Labate, per la categoria Orizzonti Extra, i D’Innocenzo sono sempre all’opera. Instancabili e figli di una caleidoscopica varietà di tematiche, lanciano una pazza idea con la loro America Latina, cercando di conoscersi mentre conoscono l’osservatore.


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Francesca Brioschi

Classe 1996, laureata in Comunicazione e con un Master in Arti del Racconto.
Tra la passione per le serie tv e l'idolatria per Tarantino, mi lascio ispirare dalle storie.
Sogno di poterle scrivere o editare, ma nel frattempo rimango con i piedi a terra, sui miei immancabili tacchi.

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