«Aria», i giovani registi ci raccontano la docu-serie al tempo della pandemia

Si sa, il 2020 rimarrà impresso nella memoria di tutti come l’anno che fermò la cultura e, in particolare, il cinema. La chiusura delle sale e dei set non ha però impedito a registi e sceneggiatori di creare e pensare a nuove storie. Sono già numerose le produzioni cinematografiche e seriali che hanno sfruttato il lungo periodo di confinamento per interrogarsi sulla crisi sanitaria, ma anche sociale e culturale, causata dalla pandemia e Aria, la nuova serie di RaiPlay, è una di queste.

«Aria», la testimonianza degli italiani al tempo del lockdown

Concepita da Andrea Porporati, Costanza Quatriglio e Daniele Vicari, e prodotta da Minollo Film, Aria è la prima docu-serie sugli italiani del lockdown che a partire da marzo 2020 si sono ritrovati a fare i conti con una nuova quotidianità, dentro e fuori i confini nazionali. Disponibile dal 29 dicembre sulla piattaforma streaming RaiPlay. La serie si compone di sei puntate da 25 minuti che seguono famiglie e singoli attraverso le difficoltà di una pandemia che fa paura e di un confinamento che immobilizza.

I protagonisti diventano registi di loro stessi

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I protagonisti delle vicende di Aria sono Daniele Sciuto, un medico italiano di 44 anni che lavora in un ospedale in Kenya, Greta, una studentessa in isolamento in Cina, la famiglia Santonicola bloccata a Fortaleza in Brasile, Angelo e il suo circo fermi a Caltanissetta, Margherita Carlini che lavora allo sportello antiviolenza di Recanati e molti altri.

Le storie, tutte uniche nel loro genere ma unite da un comune senso di speranza e di resilienza, sono state selezionate da un gruppo di giovani registi Chiara Campara, Francesco Di Nuzzo, Flavia Montini, Pietro Porporati, Greta Scicchitano – che hanno avuto il compito di guidare i testimoni nella ripresa di se stessi e della propria quotidianità nell’arco di più di quattro mesi utilizzando smartphone, videocamere amatoriali e anche droni.

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Definito «documentario partecipato», Aria colpisce perché rappresenta una forma inedita di ripresa dove a raccontare non è più il regista, ma gli stessi protagonisti che, a chilometri di distanza, si ritrovano per la prima volta a essere registi di loro stessi, mettendo la propria quotidianità sotto riflettori dello streaming per raccontare un’unica storia: quella di tutti noi.

Un documentario partecipato che parla di speranza

Il risultato finale è un mosaico di pensieri e impressioni, resoconti e riflessioni che danno voce alla paura ma anche al senso di solidarietà che ci unisce e che ci motiva a lavorare per un futuro migliore e non così lontano.

Per questo, possiamo dire che Aria è più una serie sulla speranza che sulla pandemia, un monito che sa di libertà e che mostra come le persone siano capaci di plasmare una nuova normalità, nonostante tutto.

Questa nuova docu-serie, attraverso il linguaggio del cinema, vuole dare un concreto supporto a tutti coloro che sono in difficoltà: i proventi saranno devoluti all’Istituto Nazionale Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani.

L’intervista ai quattro giovani registi tra gli autori di «Aria»

Per saperne di più abbiamo incontrato i quattro giovani registi che hanno collaborato alla realizzazione di Aria, qui presentati in ordine alfabetico.

Chiara Campara, 33 anni, si è laureata in Filosofia all’Università degli Studi di Milano e ha studiato Cinema documentario alla Scuola di Cinema Luchino Visconti. Ha prodotto e co-diretto i documentari Photofinish. Una stagione alle corse (2014,  in concorso al Festival dei Popoli) e Sotterranea (2016, premio miglior web documentario a Capodarco l’Altro Festival). Il suo ultimo lungometraggio Lessons of Love è stato selezionato al programma internazionale Biennale College Cinema ed è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2019.

Dopo essersi diplomato in regia presso la Scuola d’arte cinematografica Gianmaria Volontè, Francesco Di Nuzzo, 23 anni, è uno dei nove autori del film collettivo L’Ultimo Piano (2019, Torino Film Festival). Fa parte del gruppo Anomalia Film fondato da studenti diplomati sempre presso la Scuola Gianmaria Volontè.

Pietro Porporati, 24 anni, si è diplomato in produzione presso la Scuola Gianmaria Volontè. Ha lavorato come organizzatore generale del film collettivo L’Ultimo Piano e di numerosi cortometraggi, firmandone tre da regista (Gabbia d’Amore, Cattività, Morte Stagioni). Alterna la regia al lavoro di sviluppo progetti presso una casa di produzione.  La sua opera prima è in fase di pre-produzione.

Greta Scicchitano ha 30 anni e nel 2015 si è diplomata presso la Scuola Gianmaria Volontè. Ha firmato da sceneggiatrice Cuori Puri (2017, Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes) di Roberto De Paolis. Ha collaborato inoltre con la regista Arianna del Grosso alla realizzazione cortometraggio Candie Boy e di un nuovo fantasy ora in produzione.

Come è nato il progetto di Aria?

PIETRO: Aria è un’idea di Daniele Vicari, uno dei produttori della serie. Lui ha pensato di utilizzare gli smartphone come oggetti di ripresa improvvisati, proprio per colmare il vuoto che il cinema aveva lasciato.

GRETA: Anche io sono stata coinvolta da Daniele Vicari, per tentare di raccontare qualcosa di questo momento attraverso una modalità nuova, dato che mediaticamente molto era stato già raccontato, attraverso i telegiornali, le riviste. Ci siamo tutti ritrovati in questa rete per lavorare per la prima volta insieme.

CHIARA: Io personalmente non conoscevo nessuno di loro prima, ho lavorato al film sempre da Milano. Per il lockdown e le limitazioni agli spostamenti abbiamo dovuto pensare a una modalità di lavoro inedita, virtuale. Non è stato facile, il lavoro si è definito in itinere.

FRANCESCO: Il nostro lavoro principale è stato di cercare, e poi in seguito selezionare, delle storie e delle persone che fossero disposte a raccontarsi in un momento molto delicato per gli sviluppi della pandemia. Abbiamo seguito queste persone attraverso una modalità diversa dal documentario che di solito si basa sulla compresenza del regista e del protagonista. A causa del Covid-19 questo per noi non è stato possibile. Abbiamo dovuto convincere queste persone a filmare di propria mano le loro vite. Il nostro compito è stato di guidare i personaggi, guadagnandoci anche la loro fiducia. Ci siamo dovuti affidare al punto di vista dei protagonisti, fare un passo indietro e lasciare che fossero loro a narrare la loro personale storia. All’inizio non è stato facile. Alcune delle persone che avevamo selezionato hanno anche rinunciato.

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Avete affidato ai protagonisti il compito di riprendersi da soli. Qual è stato il vostro compito nel processo di ricerca e di guida dei personaggi che sono diventati registi di loro stessi?

GRETA: Abbiamo dovuto costruire le nostre storie attraverso un vero e proprio lavoro di ricerca, facendo riferimento ai giornali, ai social network, alle storie e alle persone intorno a noi. Tutto è stato svolto rigorosamente dalle nostre case, a causa delle restrizioni per la pandemia. Abbiamo sfruttato questa opportunità per dare forma a una redazione virtuale. È stato un lavoro che ha richiesto coordinazione, impegno, soprattutto nella comunicazione con i nostri interlocutori. Da entrambe le parti ci sono stati passione ed entusiasmo per la definizione di un progetto sicuramente inedito.

PIETRO: Noi siamo stati responsabili della selezione e della guida dei protagonisti nel programma di ripresa di loro stessi. Poi Daniele Vicari e gli altri autori si sono occupati della fase di montaggio, per trovare un filo conduttore tra tutte queste storie cosi diverse.

FRANCESCO: Non volevamo sottolineare per forza il dramma della pandemia, ma volevamo trovare delle persone che fossero protagoniste di situazioni interessanti e che nel loro quotidiano potessero raccontarci un percorso umano sincero.

CHIARA: Per me è stato interessante notare come le nostre ricerche andassero anche in direzioni diverse. Abbiamo lavorato insieme, ma ognuno ha condotto un percorso personale e ha portato un proprio contributo, dettato da sensibilità ed esperienze diverse. Questa ricchezza umana è poi emersa nel prodotto finale e lo abbiamo apprezzato molto. 

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Quali sono state le maggiori difficoltà nella realizzazione di questo progetto?

CHIARA: Abbiamo organizzato numerose riunioni di crowdsourcing proprio per confrontarci e valutare il materiale che avevamo trovato. La relazione che abbiamo dovuto costruire con i nostri protagonisti è stata un processo che si è realizzato in divenire, basato sulla comprensione reciproca. È stato complesso costruire questo prezioso rapporto di fiducia. Spesso alcune nostre richieste non sono state ascoltate e alcune relazioni si sono dovute interrompere perché non è stato possibile superare le difficoltà di una comunicazione solo da remoto.

GRETA: In un momento così complesso è stato difficile sicuramente entrare nel quotidiano di queste persone. Alcune storie sono state più difficili di altre da sviluppare. Poi con il filtro dello schermo la sfida è stata doppiamente complessa. Non era possibile costruire un rapporto diretto, abbiamo dovuto comunicare sempre a distanza.  

La sincerità che emerge da questi racconti è molto importante

PIETRO: La maggiore difficoltà per me è stata non avere il controllo di quello che si stava realizzando. Non avevamo uno sviluppo narrativo preciso inziale, non avevamo una sceneggiatura. Io mi sono occupato tra le altre di una famiglia italiana bloccata in Brasile, e da sconosciuto sono dovuto entrare in contatto con loro, conoscere la loro storia e imporre un metodo di narrazione in un momento che per loro era comprensibilmente difficile e inedito. È proprio la complessità di questa situazione che ha dato un valore aggiunto al nostro documentario. Abbiamo ricevuto riprese genuine, non professionali, e che rispecchiano tutta l’umanità di questo nuovo progetto narrativo. 

FRANCESCO: La sincerità che emerge da questi racconti è stata molto importante, soprattutto in un momento in cui prevale la “messinscena” di se stessi attraverso i social media. Abbiamo temuto che la ripresa di se stessi attraverso il cellulare rischiasse di filtrare la verità ma ciò non è avvenuto. Poi secondo me un grande merito va anche ai ragazzi che hanno supervisionato il montaggio, Martina Torrisi, Angelo Santini e Graziano Molinari, con l’aiuto di Luca Gasparini. Hanno visualizzato ore di materiale girato per aiutarci a selezionare le parti più significative.

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Perché una serie TV invece di un documentario? È forse la serialità un linguaggio più vicino alla fruizione che si fa oggi dell’intrattenimento?

PIETRO: Non considero la serie TV migliore o peggiore di un documentario, si tratta di un tipo di narrazione diversa. Oggi il formato della miniserie è molto più appetibile a livello produttivo. Penso che Aria avrebbe funzionato anche come documentario, ma sarebbe stato diverso il montaggio.

FRANCESCO: Probabilmente seguire le storie di numerosi personaggi ha fatto propendere per una narrazione a episodi che ha permesso una più efficace distribuzione delle vicende.

GRETA: Ritengo che la serie a episodi sia stata la forma più adatta proprio perché stavamo osservando delle storie in trasformazione che hanno attraversato fasi transitorie, tra confinamenti e riaperture. Questo andamento imprevedibile ha favorito lo sviluppo di una serie proprio perché le storie seguono una scansione temporale interna.

CHIARA: La cosa che trovo personalmente interessante è la potenzialità di un materiale molto ricco che avremmo potuto leggere sotto diversi punti di vista. Abbiamo voluto lasciare questo progetto aperto, senza avere già in mente una forma definitiva per lasciare che le storie parlassero per quello che sono.

Vi siete ispirati ad altri progetti o documentari?

GRETA: Io ho avuto un’esperienza di documentario partecipato con la regista Antonietta De Lillo. Il tipo di lavoro collettivo era molto simile, ma nel caso di Aria una corrispondenza esclusivamente telematica lo ha reso molto più sperimentale e particolare. Rispetto alle mie esperienze precedenti, quindi, questo lavoro è stata un’ulteriore scoperta che ci ha permesso di creare qualcosa di condiviso. Si è trattato di un esperimento assolutamente riuscito a mio avviso.

PIETRO: Per il tipo di lavoro che è stato fatto, Aria è un prodotto sicuramente inedito, anche per il tema. Per restare sul genere, prima c’è stato Selfie di Agostino Ferrente che è stato girato con la stessa metodologia. Per me è stato molto interessante il documentario Les Sauters di Moritz Siebert e Estephan Wagner che parla dei migranti nell’enclave spagnola di Melilla, al confine con il Marocco. Anche in quel caso il regista aveva affidato la telecamera ai protagonisti. È stato interessante fare un lavoro trasversale che unisse testimonianze provenienti da diverse parti nel mondo. Mi viene in mente il documentario Hanaa di Giuseppe Carrieri che tratta della condizione delle donne nel mondo attraverso diverse testimonianze provenienti da Africa, Perù, Siria, India.

FRANCESCO: È sempre difficile fare un paragone tra i documentari, ma a livello concettuale mi viene in mente il cortometraggio Teste parlanti di Krzysztof Kieślowski, proprio per la metodologia. La frammentazione dei punti di vista di varie persone in risposta a delle domande precise rappresenta un espediente chiave per avvicinarsi il più possibile alla realtà. In questo caso, la narrazione non è più mediata esclusivamente dallo sguardo del regista, ma unisce differenti visioni per cogliere la molteplicità del reale, anche se parlare di verità oggettiva resta un’utopia.

CHIARA: Per quanto riguarda le modalità del cinema documentario partecipato mi viene in mente un progetto sperimentale canadese che si intitola Highrise che mette al centro della narrazione l’immagine del grattacielo come forma di abitazione popolare. Il concetto chiave è “Out my window”, ovvero il racconto di ciò che ognuno di noi vede dalla propria finestra.

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Qual è il significato del titolo «Aria»?

CHIARA: Il titolo è stato uno dei primi punti fermi della serie. Aria fa riferimento a una necessità per questo periodo di chiusure e di restrizioni. È il bisogno di libertà.

PIETRO: Un altro significato è legato poi all’opera lirica…

GRETA: L’Aria è la parte dell’opera in cui il personaggio si astrae dal contesto della vicenda per esprimere le proprie emozione e il suo intimo. Nel nostro caso, la voce personale dei protagonisti si inserisce in un racconto partecipato. Per questo, possiamo dire che Aria è una serie che tiene conto dell’individualità dei personaggi senza perdere di vista l’intento corale.

FRANCESCO: L’aspetto della coralità è stato molto importante proprio perché le diverse voci che abbiamo raccolto a modo loro contribuiscono a un’unica armonia che ricorda la stessa struttura dell’opera lirica.

Ci sarà una seconda stagione di «Aria»? Quali sono i vostri prossimi progetti? 

PIETRO: In questo periodo sto lavorando a un altro documentario partecipato che, come Aria, ha un tema comune che mette in relazione diverse parti del mondo. Per quanto riguarda Aria, ancora non so se ci sarà un seguito. So che la RAI è molto interessata al progetto. C’è la volontà di usare lo stesso tipo di narrazione anche per le fasi della vaccinazione.

GRETA: Mi auguro di tornare a lavorare con questo gruppo. Io e Flavia Montini, che è un’altra delle autrici di Aria, abbiamo ora l’idea di realizzare un documentario sul Mattatoio di Roma. La dimensione del documentario partecipato è una forma estremamente creativa che può sicuramente portare a nuovi progetti.

CHIARA: Per me si tratta della prima esperienza del genere del documentario partecipato e anche io sarei contenta di tornare a lavorare in questa squadra.

FRANCESCO: Questa esperienza è stata molto importante per me anche perché ci ha permesso di uscire dal nostro stesso isolamento. Porterò con me la metodologia di questo lavoro e sarebbe interessante poterla riapplicare per un altro progetto insieme. I primi riscontri sono stati molto positivi e credo che questo potrebbe rappresentare un modo agile e alternativo per raccontare nuove storie.


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