«Assandira», quell’Eden dark nel cuore della Sardegna | Venezia77

Per il concorso del Festival di Venezia 2020 era stata promessa un’Italia inedita. Pronta a riscattarsi dalla palude di produzioni a stampino. Ma per ora – si attende e spera in Emma Dante – anche quest’anno sarà per un’altra volta. Con qualche eccezione. Non parliamo di Gianfranco Rosi, il cui cinema è un mondo a sé, quest’anno anche discutibile, ma dell’ultimo film di Salvatore Mereu. Un film con tanti problemi quante soluzioni. Un’opera thriller che affonda in terra sarda, a cui appartiene il suo regista, e riemerge con ambizioni horror. Si parla di turismo, paternità e ingordigia umana, in un nome antico e contraffatto: Assandira.

«Assandira», terra promessa per turisti

Assandira

Assandira non esiste. È un’idea, un progetto trasformato in mostruosità. «Una start-up» diremmo. Una sorta di agriturismo per appassionati di esperienze a contatto con la natura. Di reale però c’è gran poco. È tutto un gioco. Una finzione architettata per turisti sempre più ricchi. Più arrivano soldi, più Assandira si allarga. Ne consegue una punizione la cui tragedia ci appare in apertura. Assandira brucia. Ma chi ha appiccato il fuoco?

La storia riavvolge le vicende per rivelare un colpevole. Ma Mereu lascia intravvedere nella distruzione di Assandira le forme di una punizione divina. Bisogna perciò trovare i corruttori morali. Primi imputati: Grete (Anna Koning) e Mario (Marco Zucca). Sono loro a convincere l’anziano Costantino (Gavino Ledda), padre di Mario e narratore della vicenda, a investire nel vecchio terreno di famiglia.

Il seme dell’ingordigia fa crescere Assandira. Qui innalzano capanne, inventano banditi, inscenano liti. Una riproposizione feticcia della Sardegna da leggenda. Mereu non punta solo il dito contro il turismo. La riflessione è più ampia e riguarda il rapporto con la terra. La conoscenza dell’uomo moderno non comprende i paesaggi, di cui preferisce versioni fittizie. Costantino è però un uomo d’altri tempi. Un animo antico dagli sviluppi travagliati.

Da grottesco ad assurdo

Costantino, Grete, Mario definiscono una struttura a tre. Da subito Assandira accenna alla possibilità di diventare qualcosa in più, spostandosi di genere verso un tono sempre più dark. È però nel primo frangente, quando l’agriturismo è galleria grottesca e non ancora mostra dell’assurdo, che Mereu tesse una trama di grande fascino. Fino a qui, il film lascia che siano gli ospiti di Assandira, o i dialoghi tra moglie, marito e padre, a raccontarci lo scontro tra natura e modernità. L’agriturismo però non appartiene a nessuno dei due. Vive sospeso in un’aldilà sempre più esplicito.

In un titolo due film: uno bello, uno no

Il racconto si divide in capitoli. Un’aggiunta superflua che limita Assandira. Quando il film inizia a rallentare, in conseguenza a un drastico cambio di vicende, lo scorrere di nuovi titoli stanca lo spettatore. Comunica che non è ancora finita. Mereu, almeno, evita di numerarli. Evitando che nella testa dello spettatore germogli l’idea di avviare un conto alla rovescia.

Sono anche alcuni personaggi a nuocere Assandira. Chiamiamo un certo “Beppe” a rappresentarli. Lo interpreta Samuele Mei, al quale non possiamo rimproverare altro che l’aderenza al testo. Perché sono le battute che lo spingono a una smorfia di fastidio continua. Se a un certo punto sembrerà guadagnare un ruolo chiave è solo per un gioco di prospettive. Invece, fino alla fine Beppe gravita attorno ai protagonisti, imbracciando un’antipatia ingiustificata. Capiamo l’intento di Mereu: creare un’atmosfera ambigua e ostile. Ma i temi con cui Assandira si confronta sono prima troppo ampi, poi semplicemente troppi, per ospitare anche personaggi privi di spessore.

A un certo punto infatti il film esce da Assandira. Le ragioni le lasciamo scoprire allo spettatore. Basti sapere però che il cambio è repentino e irreparabile. Tornati all’agriturismo non troveremo più lo stesso film. Perché Mereu costruisce un Eden in chiave dark, ma lo dimentica per nutrire la relazione a tre che guida le vicende. Gli elementi sfumati, come gli sguardi di Gavino Ledda sul corpo prorompente di Grete, arrivano dalle parole ai fatti in modo asettico, quasi inevitabile. Ma se Assandira è dove tutto è un gioco, allora Assandira è dove tutto coinvolge. Se lo spettatore ne viene escluso il film brucia, assieme all’agriturismo

Assandira

Le lentezze di sceneggiatura, inutili in un finale il cui colpo di scena è già chiaro da tempo, arrivano come un disturbo. Assandira non è per questo un brutto film. Semplicemente, a un certo punto si graffia.


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Alessandro Cavaggioni

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