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Audition, la folle poesia del dolore di Takashi Miike

Quella di Takashi Miike è un’estetica così personale che costringe a una scelta: prendere o lasciare. Attenzione però, perché ogni decisione errata costerà al cinefilo più incallito la rinuncia a un grande artista.

7 minuti di lettura

È molto difficile trovare una persona all’interno dell’industria cinematografica più folle e anarchica di Takashi Miike. Un creativo anticonvenzionale e anticommerciale, sottratto ed estraneo verso il mondo artistico e produttivo a cui appartiene perché ha scritto e girato più di cento film in trent’anni di carriera incontrando raramente il sostegno della critica e del pubblico (anche i suoi capolavori come Audition, Ichi The Killer e Dead or Alive sono stati rivalutati e apprezzati dopo molti anni), isolato e spinto verso un’idea di cinema sotterranea e meno valida rispetto alle altre per l’uso estremo e senza limiti di una violenza eccessiva e illogica.

Caratteristiche talmente polarizzate verso un’estetica così personale che costringono Takashi Miike a essere un regista da prendere o lasciare, che inorridisce o stupisce, e quando si gioca con gli estremi significa muoversi solamente nei confini e di conseguenza non riuscire a raggiungere tutto il resto. Un’idea così estrema inserita in un contesto sociale complesso come quello giapponese rende i suoi progetti spesso inaccessibili al pubblico occidentale e infatti in Europa, soprattutto in Italia, i suoi film non hanno mai avuto una distribuzione in sala e sono introvabili online o in home video.

NPC Watch, la piattaforma streaming curata da NPC Magazine (te la raccontiamo bene qui), è l’unico luogo che permette di poter conoscere Takashi Miike tramite il suo capolavoro, Audition, dove il regista giapponese dimostra in maniera sublime come la violenza che inscena non è mai fine a sé stessa, è un tramite per arrivare a qualcos’altro, una causa per raggiungere una conseguenza scardinando ogni limite visivo e narrativo. 

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Un viaggio violento e disturbante

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Shigeharu Aoyama dopo aver perso la moglie è un uomo spento e desolato, l’unico pilastro su cui riesce ancora a reggersi è il profondo e sincero rapporto con il figlio ormai adolescente, che vedendolo sempre più solo gli consiglia di provare a relazionarsi con qualche donna per cercare di superare una ferita aperta da sette anni. Aoyama asseconda il volere della persona a cui tiene di più e grazie all’aiuto di un produttore cinematografico organizza un’audizione per un film che mai verrà realizzato solo per incontrare cinicamente la prossima donna che sposerà. In quella strana e surreale audizione Shigeharu incontra la donna che cambierà per sempre la sua vita: la bellissima e magnetica Asami Yamazaki, una timida e misteriosa ragazza che entrerà nella sua vita sconvolgendola per sempre. 

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Takashi Miike costruisce i suoi due protagonisti principali su una fragilità esistenziale che porterà entrambi a cadere in una spirale infernale senza via d’uscita. Da un lato la frivola convinzione di Aoyama di poter utilizzare meschinamente una ragazza per colmare un dolore costruendosi una maschera lontana dal proprio vero animo, dall’altro l’incontenibile follia di una ragazza che cerca vendetta per tutto ciò che ha subito e che trova in quell’uomo solo e bisognoso di amore la vittima perfetta per restituire tutto il dolore che ha subito.

Ciò che succederà e le conseguenze di quella relazione sono chiare fin dall’inizio, l’unico a non capirlo e proprio Aoyama che si chiude in quel bisogno e non vuole vederle per non affrontare la realtà. Miike è magistrale a mostrare tutte le avvisaglie di un’imminente esplosione di dolore e violenza e costruire però parallelamente una tensione che resta altissima per tutto il film.

Fragilità e solitudine

Takashi Miike non ha paura di usare il dolore dei suoi personaggi per mettere in discussione il suo Giappone e le sue crepe sociali, non ha paura di sbalordire e ribaltare un’idea di cinema formale che mantiene in Audition fino alle ultime sequenze. Miike costruisce un film che inizia come una semplice storia d’amore, che si trasforma in un intelligente noir per poi distruggere tutto ciò che ha costruito e virare verso un body horror disturbante ai limiti della sopportazione visiva.

In Audition il folle personaggio di Asami diventa portavoce della rivendicazione femminile verso una società che tratta la donna come una costola dell’uomo, che deve compiacerlo e assisterlo nel suo dolore e non curarsi del proprio stato emotivo. Asami è stata talmente umiliata e distrutta che solo nella distruzione più folle riesce a stare bene. 

Audition è fragilità che si trasforma in disperazione, è il bisogno umano di voler essere amati e non restare soli, è un film formalmente perfetto che sfocia nella lucida follia tipica di Miike per far emergere alla sua maniera così estrema le ambiguità sociali che dominano un oriente sempre più contradditorio. 

Audition è un viaggio surreale nella mente umana tra fragilità e manipolazione, che gioca sul confine tra realtà e sogno in una lunga sequenza finale che è già scolpita nella storia del cinema per come è stata costruita, per come Miike la inscena e per cosa rappresenta in tutta l’anarchia e la libertà creativa che esplode dalla mente di un regista che con la sua unicità ha silenziosamente raccontato il Giappone come nessun altro. 


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Il cinema e la letteratura sono gli unici fili su cui riesco a stare in equilibrio. I film di Malick, Wong Kar Wai, Jia Zhangke e Tarkovskij mi hanno lasciato dentro qualcosa che difficilmente riesco ad esprimere, Lost è la serie che mi ha cambiato la vita, il cinema orientale mi ha aperto gli occhi e mostrato l’esistenza di altre prospettive con cui interpretare la realtà. David Foster Wallace, Eco, Zafón, Cortázar e Dostoevskij mi hanno fatto capire come la scrittura sia il perfetto strumento per raccontare e trasmettere ciò che si ha dentro.

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