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3 cose che abbiamo capito dal podcast su Bang Bang Baby, la serie italiana di Prime Video

6 minuti di lettura

Buongiorno Buongiorno, anzi: Good Morning Cinema! Avete recuperato l’ultimo episodio del nostro podcast? Abbiamo parlato di Bridgerton, l’intoccabile Guilty Pleasure. Quest’oggi però in occasione del quinto episodio (di già!) abbandoniamo il Period Drama per restare comunque sul divanetto di casa: parliamo ancora di Serie TV.

Good Morning Cinema continua la propria missione: traghettare i naviganti del multiverso mediale nelle parole della critica cinematografica, alla ricerca delle opinioni più interessanti. Parliamo dunque della Serie italiana del momento: Bang Bang Baby, disponibile su Amazon Prime Video dal 28 aprile. Uno dei contenuti che più ha scatenato l’opinione della critica, dividendola. Perché italiana, e quindi ci si sente chiamati in causa, e perché, a quanto pare, può essere o un capolavoro, o qualcosa di inaccettabile.

Lasciandovi al Podcast, anticipiamo tre grandi temi affrontati.

Il quinto episodio ci ha permesso di osservare i comportamenti della critica nei confronti dei prodotti italiani che provano a ritagliarsi un angolino nel multiverso della serialità. Vediamo come

1) Contaminarsi ma non troppo

Quando si parla di serialità moderna si guarda oltreoceano. Il difficile per Bang Bang Baby sembra essere stato capire la formula vincente senza attingere a tal punto da copiare. Secondo molta della critica italiana, il risultato tradisce l’eccessiva contaminazione e non permette alla serie di acquisire una propria personalità. “La parola chiave è contaminazione”, scrive Francesco Costantini su Cinematographe. Un mix che non si ha paura di definire postmoderno. Lo fa su Leganerd Jacopo Fioretti. Il quale riconosce proprio in questa “armonizzazione densa e vivace di diversi registri” la ragione del successo. Ma aggiunge un pezzettino importante: ok questa cosa piace, dice, ma “a patti che si perdoni la continua tendenza a riproporre un immaginario altrui piuttosto che reinventare uno proprio”.

In tal senso, la critica più feroce e argomentata la fa su Fanpage Grazia Sambruna, la quale parla di una serie “ruffiana” e “smaccatamente derivativa”. Perché prende tutto quello che può piacere e lo rielabora.

3) A qualcuno piace sporco

Altri premiano il coraggio dietro alle scelte di produzione di Bang Bang Baby. La parola capolavoro è di certo un taboo nel mondo della critica, se ne abusa e al contempo se ne giudica l’uso. Soprattutto da quando social giocano un ruolo così importante nella diffusione della critica. Se ne appropria però Mario Manca su Vanity Fair, che elogia di Bang Bang Baby il mix di generi, una “matassa” che sarebbe affidata allo spettatore. 

L’insistenza sull’impegno produttivo torna anche qui: “Talmente sofisticata – scrive – che risulta quasi difficile pensare a quanto lavoro abbia richiesto”.

Nella critica italiana il giudizio al “tentativo” affianca quasi sempre quello al prodotto in sé. Una forma di incoraggiamento all’industria italiana, ma forse anche un sentimento di inferiorità con l’estero. Ancora una volta è Grazia Sambruna, su Fanpage, a dirsi perplessa:

Ma per quanto ancora ci ritroveremo costretti a sdilinquirci perché una produzione pur essendo di casa nostra, finalmente, “non sembra una roba italiana”? Come se noi partissimo azzoppati, intellettivamente inferiori, privi di pollice opponibile, quando un titolo non ci mostra agiografie, dramedy a base corna e amorazzi cafoni, un ritratto della bella ma disfunzionale famiglia italiana (da poco disponibile anche a tinte queer), eccoci subito a gridare al capolavoro.

3) La perfezione stanca

Tra le ragioni della diatriba critica dedicata a Bang Bang Baby troviamo il valore che decide di riconoscere a un esercizio estetico decisamente marcato. La Serie TV Prime Video viene infatti accusata di essere troppo costruita. “Un’estetica che – scrive Federico Gironi su comingsoon rappresenta un po’ l’elemento che ha diviso il flusso delle opinioni in due: da un parte gli esegeti, dall’altra i detrattori.

Ad esempio, Lorenzo Pedrazzi su screenweek non ha dubbi su quale sia il problema della serie, che “prova da matti – dice – a essere modaiola e cool, finendo così per risultare artefatta”. Individuiamo così due scuole di pensiero, chi vede nell’impegno eccessivamente estetico un valore aggiunto – soprattutto in un panorama italiano spesso privo di personalità – e chi invece ha paura dell’imbroglio.

L’imperfezione come prova di genuinità e realismo sembra ancora essere per certa critica un valore fondante.

Dice Truffaut:

“I film respirano attraverso i loro difetti. Il capolavoro è irrespirabile”.


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Studente di Media e Giornalismo presso La Sapienza. Innamorato del Cinema, di Bologna (ma sto provando a dare il cuore anche a Roma)e di qualunque cosa ben narrata. Infiammato da passioni passeggere e idee irrealizzabili. Mai passatista, ma sempre malinconico al pensiero di Venezia75. Perché il primo Festival non si scorda mai.

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