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Bang Bang Baby: il fascino pop anni ’80 è tutto italiano

Bang Bang Baby si conferma la scelta ambiziosa della scena produttiva italiana, assieme croce e delizia per il suo pubblico. Vediamo perché

11 minuti di lettura

La fascinazione per gli anni Ottanta imperversa sui piccoli schermi dopo l’attesa uscita su Netflix della quarta stagione di Stranger Things. Ma su Prime Video il profumo vintage è italiano e porta il titolo di Bang Bang Baby. Prodotta da Wildside e The Apartment, in co-produzione con Enormous Film, la Serie TV creata da Andrea Di Stefano è approdata sulla piattaforma in streaming il 28 aprile con i primi cinque episodi. Gli ultimi cinque hanno fagocitato l’attesa di un mese, rendendosi disponibili dal 31 maggio a causa di problemi insorti durante la lavorazione. Ecco dunque che Bang Bang Baby è ora visibile in tutto il suo pacchetto pop intriso di criminalità, che racconta una storia ispirata a reali volti della ‘ndrangheta.

Alla regia si alternano le firme di Michele Alahique (Romulus), Margherita Ferri (Zero) e Giuseppe Bonito, regista del recente L’arminuta e per la prima volta su un prodotto seriale. Ed è proprio il tocco registico a fare la differenza in una narrazione che si nutre della cultura popolare anni Ottanta, tra Pacman, Hulk e le Big Babol, in una dimensione patinata che accattiva lo spettatore. L’impronta estetica lo ipnotizza, lo ammalia e lo stordisce, con un approccio visivo affiancato a trainanti scelte musicali che rischia a volte di sacrificare la trama, in un’evoluzione narrativa autoreferenziale. Tuttavia il rapporto padre-figlia, la maledizione di un cognome e il destino già scritto di una giovane donna tracciano le fondamenta di una Serie TV che si differenzia.

Bang Bang Baby: la principessina di papà

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Questo mondo ce l’hai nel sangue.

Nel sangue, sì, come una malattia.

Alice Giammatteo (Arianna Becheroni) sembra una sedicenne come tante di una città del Nord Italia catturata dall’euforia anni Ottanta. Vive con la madre Gabriella (Lucia Mascino), operaia di fabbrica e fervente femminista e sente la mancanza di quel padre che ha visto cadere sotto un colpo di pistola quand’era piccola. Il suo passato traumatico ne definisce un carattere introverso, solitario, accompagnato solo dall’amicizia con Jimbo (Pietro Paschini). Ma la vita di Alice cambia quando il volto di Santo Barone (Adriano Giannini) appare in prima pagina sul giornale: il padre è ancora vivo ed è stato arrestato. La memoria della ragazza si riaccende e ritrova la famiglia calabrese, capitanata da Donna Lina Barone (Dora Romano) e da una cornice di pittoreschi personaggi malavitosi.

Fremono tutti per l’imminente attuazione dell’Affare Malpensa, sostenuto dal politico Salvo Ferraù, facente parte di una delle due famiglie, insieme ai Barone, che governa la Calabria sotto il nome della Sacra Corona Unita. Questa è l’occasione per l’organizzazione ‘ndranghetista di trovare affermazione politica a Milano, ma qualcosa va storto: Salvo viene ucciso e l’affare salta. Tutti si mobilitano alla ricerca dell’assassino, ma Donna Lina scopre subito la colpevolezza di suo figlio Santo e cerca di coprirlo, aiutata da un’insolita nuova complice: Alice. La ragazza rivede tra le sbarre quell’uomo che l’ha sempre chiamata la principessina di papà e per cui, nonostante tutto, farebbe qualunque cosa, anche addentrarsi in un loop criminale senza apparente uscita.

La storia di Marisa e Mamma Eroina

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Qua non esiste nessun Dio, qua ci sono solo io.

Una determinata cornice al femminile scrive l’eredità di Bang Bang Baby, tra volti nuovi, come quello dell’esordiente Arianna Becheroni, e firme note del panorama cinematografico e teatrale italiano. Ecco quindi che Dora Romano, già febbrilmente immortalata in un personaggio iconico dell’ultimo Sorrentino, È Stata La Mano Di Dio, ci appare anche qui agghindata in una pelliccia e adornata di un carattere scorbutico e pericoloso, necessario per la guida familiare e per l’agognato inserimento nel consiglio di uomini della Sacra Corona Unita. In lutto da decenni dopo la morte del marito, Donna Lina raccoglie nel suo aspetto rude il peso dei segreti imbevuti di sangue e di un traffico criminale che non lasciano riposo.

Il suo personaggio riflette quello storicamente esistito di Maria Serraino, una delle prime boss della ‘ndrangheta e una delle criminali più temibili dell’Italia anni ’80. La chiamavano Mamma Eroina, aveva dodici figli e si divideva tra la casa e lo spaccio di eroina e hashish, aiutata dal figlio Emilio Giovine (alias Santo Barone) e poi dalla figlia di questo, Marisa Merico, la nostra Alice in Bang Bang Baby. È la Merico, che ha intrapreso la carriera criminale a diciannove anni, ad aver raccontato la sua storia nel romanzo L’intoccabile, da cui è stata tratta la serie tv. Dopo tre anni di galera, un amore nato in prigione e un figlio, Marisa Merico ha oggi cinquantadue anni e ha ancora al suo fianco il padre.

Uno scatto d’epoca la immortala accanto alla nonna e alla zia Rita con una pistola e una bambola, riecheggiando la strofa della canzone di Madame, L’eccezione, che scrive il soundtrack della serie tv: “Sono ancora ad aspettare, tra giocattoli e pistole”. Bang Bang Baby è quindi anche la storia di Donna Lina e Alice, rispettivamente capostipite ed erede di una stessa realtà, ma giocatrici di due campionati differenti, protagoniste antitetiche di due modi diversi di approcciarsi alla criminalità familiare. Il loro è uno scontro tra tradizione e innovazione, in una costellazione di storie più o meno tratteggiate.

Il labirinto di voci di Bang Bang Baby

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Credi ancora nei miracoli tu?

Solo questi mi restano.

Bang Bang Baby è un racconto corale, che al suo interno muove una pluralità di voci diverse. Si fronteggiano quelle dei Barone, incorniciati ironicamente in un episodio come una famigliola da sitcom anni Cinquanta, ma con lo sfortunato ospite di turno dato in pasto ai maiali, e quella dei Ferraù, capitanata dai cugini Nereo (Antonio Gerardi) e Assunta (Giorgia Arena). Entrambi portano con sé il peso della maledizione di un cognome che li vincola a un destino già scritto. Nereo, appassionato di George Michael e Assunta, aspirante maga che sogna gli studi di Cologno Monzese, vedono la libertà proiettarsi evanescente in un orizzonte che non concede margini di scelta.

Se Nereo è il nostro antagonista, deciso a vendicare la morte del fratello Salvo, la sua furia giustiziera è velata dal cieco dolore di un uomo impotente di fronte alle regole della Sacra Corona Unita. Quella stessa gabbia è ciò contro cui combatte Gabriella da sempre, cercando di tenervi lontana Alice. Eppure la fascinazione criminale vizia e disgusta la protagonista come i dolci di cui si abbuffa in una devastazione bulimica. Il crimine è l’unico motore che può ricongiungerla al padre Santo e che nutre la sua crescita intraprendente nel corso dell’arco di stagione. Da Alice Giammatteo a Alice Barone, Bang Bang Baby racconta la protagonista in un percorso di crescita e affermazione identitaria totalizzante.

Bang Bang Baby: tiro alla fune tra musica ed estetica

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Bang Bang Baby si avvale di references televisive, cinematografiche e pubblicitarie anni ’80 per incorniciare la storia di due famiglie in un prodotto fortemente connotato visivamente. Ogni episodio tematizza il percorso di crescita di Alice in un immaginario calcatamente pop che vive di estetica come suo fattore predominante, avvicinando una serie tv italiana al modello americano. Come accade per l’ultima stagione di Euphoria, le artistiche scelte registiche predominano sulla storia, diluendo la narrazione in un tracciato che lascia libero spazio e sperimentazione alla fantasia del regista.

Il risultato è quello di un prodotto stuzzicante e accattivante, che gioca sulla potenza di alcune scene fortemente iconiche e altre che risentono di una lentezza narrativa e si traducono in predominanti esercizi di stile. Il tutto è aiutato da una colonna sonora vincente, che strizza l’occhio all’onda pop anni Ottanta con un ritmo trascinante e magnetico per lo spettatore. Bang Bang Baby traduce quindi una scelta ambiziosa della scena produttiva italiana, spinta verso una sinergia estetica e musicale che si rende croce e delizia per la narrazione.


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Classe 1996, laureata in Comunicazione e con un Master in Arti del Racconto.
Tra la passione per le serie tv e l'idolatria per Tarantino, mi lascio ispirare dalle storie.
Sogno di poterle scrivere o editare, ma nel frattempo rimango con i piedi a terra, sui miei immancabili tacchi.

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