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Belfast film

Belfast, ricordi e memoria nel film più autobiografico di Kenneth Branagh

Un film in bianco e nero sugli anni più cupi dell'Irlanda del Nord

7 minuti di lettura

Il grande porto, enormi gru gialle simili a giraffe, il museo del Titanic, le tipiche casette a schiera, il grande castello, una Belfast odierna bellissima e colorata, poi la camera scavalca un murales ed entra in un’altra dimensione, in una Belfast del ’69 in bianco e nero dove i bambini giocano per strada, gli uomini sono al pub a bere e scommettere, le donne parlano dalle loro finestre e la cena si prepara alla luce del sole. Così si apre Belfast, il film scritto e diretto da Kenneth Branagh che, dopo aver solcato i teatri più prestigiosi al mondo e dopo aver diretto e recitato in molti adattamenti shakespeariani e i due ultimi film di Poirot, ultimo dei quali in sala proprio in questi giorni: Assassinio sul Nilo, riavvolge il nastro della sua vita e torna a raccontare la storia della sua infanzia e del contesto sociale in cui è cresciuto. 

Belfast, presentato al Toronto International Film Festival e alla Festa del Cinema di Roma, è disponibile nelle sale italiane dal 24 febbraio: una delle punte di diamante della stagione cinematografica con sette candidature agli Oscar 2022 e con un cast prevalentemente nordirlandese (tra cui Jamie Dornan, Caitrìona Balfe, l’esordiente Jude Hill e Judi Dench) per inserire la storia in una cornice più reale possibile. Riesce a concludere la serata degli Oscar 2022 con una vittoria nella categoria di Miglior sceneggiatura originale.

Quando l’infanzia incontra il mondo degli adulti

Belfast Kenneth Branagh

Buddy è un bambino di nove anni con la passione per il cinema e un amore sfrenato per il calcio. Vive in una piccola casa di una delle piccole vie di Belfast insieme al fratello maggiore, ad una madre severa e premurosa e un padre amorevole che però lavora in Inghilterra e vede solo pochi giorni al mese. La sua è una famiglia protestante che vive in un quartiere insieme a molte famiglie cattoliche con cui hanno un ottimo rapporto, anche se Buddy non riesce ancora a capire cosa esattamente li divide. Capisce che deve essere qualcosa di importante quando nell’agosto del ’69 i protestanti più estremisti iniziano a distruggere e bruciare le case dei cattolici e la via in cui gioca sempre si trasforma in un campo di battaglia dove molte persone innocenti perdono la vita. 

Belfast diventa così un luogo freddo e silenzioso, dove si alzano muri difensivi e una guerra civile la farà soccombere per quasi trent’anni insieme a tutta l’Irlanda del Nord. Buddy però cerca di continuare a vivere con la spensieratezza e la libertà che contraddistinguono la sua età, si impegna molto a scuola per conquistare le attenzioni della ragazza del primo banco, ascolta per ore il nonno raccontargli storie di una vita che nella sua mente risuona lontana, accompagna la nonna a vedere A Christmas Carol a teatro, ma la complessità e i problemi degli adulti non riescono a lasciarlo libero ed entrano a gamba tesa nella sua piccola vita.

Belfast inizia a diventare pericolosa, non più sicura per crescere serenamente e la possibilità di spostare l’intera famiglia in Inghilterra diventa sempre più concreta e necessaria. Questo porta frizioni tra moglie e marito e all’interno dell’ambiente familiare, tutti hanno paura di andare in un luogo vicino dove vengono però discriminati, ma è grande anche la voglia di regalare ai propri figli un futuro diverso e con più possibilità. Una scelta difficile che cambierà per sempre la vita di Buddy e della sua famiglia.

Un film scritto con la memoria e girato con il cuore

Belfast scena

Kenneth Branagh costruisce Belfast sui ricordi di un’infanzia lontana e lo rende una fotografia limpida e lucida sul periodo più difficile dell’Irlanda del Nord visto con gli occhi di un bambino, visto dagli occhi dell’innocenza e di una spensieratezza costudita solo nel cuore dei piccoli. Da un lato una guerra ideologica e politica tra cattolici indipendentisti e protestanti unionisti sfociata nella Sunday Bloody Sunday cantata da Bono Vox e in un periodo di immobilismo e violenza estrema, dall’altro i sorrisi e i pianti di un bambino che sogna di diventare il giocatore di calcio più forte al mondo al mondo e di conquistare la bambina che gli piace. 

Belfast funziona proprio perché li mette sullo stesso piano e li fa coesistere, restituisce ilarità e sorrisi con le simpatiche battute di un nonno malato e rattrista quando si bruciano case e si alzano mura per le strade in nome di un’idea politica o di una convinzione religiosa.

Con un bellissimo bianco e nero, con le stupende canzoni di Van Morrison e un’ottima regia sempre in movimento Kenneth Branagh prende uno specifico momento della sua vita, lo estrapola e lo cristallizza in un film delicato e sensibile, che diverte e angoscia allo stesso tempo, che riesce a trasportare lo spettatore nei luoghi e nelle emozioni di un paese caduto in un vortice di violenza e sofferenza. 

Belfast è un film con un grande cuore, che mostra e non giudica per restare fedele a ciò che è stato e che è dedicato “a quelli che sono rimasti, a quelli che sono partiti, a quelli che si persi lungo la strada”.


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Il cinema e la letteratura sono gli unici fili su cui riesco a stare in equilibrio. I film di Malick, Wong Kar Wai, Jia Zhangke e Tarkovskij mi hanno lasciato dentro qualcosa che difficilmente riesco ad esprimere, Lost è la serie che mi ha cambiato la vita, il cinema orientale mi ha aperto gli occhi e mostrato l’esistenza di altre prospettive con cui interpretare la realtà. David Foster Wallace, Eco, Zafón, Cortázar e Dostoevskij mi hanno fatto capire come la scrittura sia il perfetto strumento per raccontare e trasmettere ciò che si ha dentro.

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