Bianca di Nanni Moretti, o di come essere sempre a un passo dal vivere

A casa mia succedono cose strane… le piante… io le annaffio ma loro muoiono lo stesso… la frutta marcisce… i muri… sembra che avanzino…”

(Michele Apicella mentre escogita un piano per invitare a casa sua Bianca)

“Una voce in testa mi dice

“é solo una scusa per non essere felice”

(“Non” dall’ultimo album “L’ultima casa accogliente” dei The Zen Circus)

Giuliana: “Mi sembra di avere gli occhi bagnati. Ma cosa vogliono che faccia con i miei occhi? Cosa devo guardare?”

Corrado: “Tu dici “cosa devo guardare?” io dico “come devo vivere?”. E’ la stessa cosa

(tratto da “Deserto rosso” di MIchelangelo Antonioni)

Sembrerebbe che metà dell’umanità esiste per vivere e l’altra per essere vissuta“. Lo scrive Italo Svevo in Senilità, romanzo i cui personaggi rappresentano – più o meno metaforicamente e più o meno volutamente – il modello in cui Schopenhauer nel 1851 aveva diviso l’umanità. Lottatori – coloro che combattono contro la Volontà che domina la vita – e contemplatori – coloro che, deboli e malati, affogano nella malinconia, mostrandosi completamente inadatti a vivere.

E se Emilio Brentani, protagonista di Senilità, era certamente un contemplatore, dalla cerchia di quest’ultimo non si può escludere Michele Apicella, protagonista di Bianca.

Bianca è un film del 1984 scritto da Nanni Moretti e Sandro Petraglia e diretto ed interpretato dallo stesso Nanni Moretti. Segue cronologicamente Sogni d’oro uscito tre anni prima. Il protagonista di questo film è il “solito” Michele Apicella, vero e proprio alter ego del regista. Appare in ben 5 film di Nanni Moretti mutando da un film all’altro occupazione: dal disoccupato – attore teatrale in Io sono un autarchico allo studente ex sessantottino in Ecce bombo passando dal pallanuotista ex dirigente di partito in Palombella rossa al regista di Sogni d’oro. In Bianca è, infine, un professore di matematica ossessivo, igienista e acuto osservatore. Oltre ad aver appena traslocato in un nuovo appartamento – nel quale, per tener fede alle sue nevrosi, si fionda nel bagno per igienizzarlo – inizia una nuova avventura professionale al “Marilyn Monroe”, un surreale istituto scolastico.

Tra le vite degli altri

Durante la visione del film, mentre ci si sente meta-osservatori delle vite degli altri tramite gli occhi di Michele, il pensiero riamanda ad un libro di Franco Stelzer, Cosa diremo agli angeli, in cui un signore senza nome lavora come addetto ai controlli di un aeroporto e il suo passatempo preferito è quello di immaginare le vite degli altri. Le vite delle persone che gli corrono davanti verso mete sconosciute. 

Come nel libro di Stelzer anche in Bianca di Nanni Moretti il “vivere le vite degli altri” è preso alla lettera, nel suo senso più crudo del termine: il voyeurismo. Le parole di Stelzer sono un vestito che si può cucire addosso a Michele:

“Guardare per non vivere veramente”: Michele trascorre buona parte del suo tempo ad osservare e “curare” le vite degli altri forse in modo un po’ troppo ossessivo;

– “Essere a un passo dal vivere: quando sembra aver trovato la felicità (lui stesso la definisce “una cosa seria” pertanto fugge da essa lasciando Bianca) viene arrestato (dapprima eliminato dalla lista dei sospetti e dopo reo confesso)
Vivere per interposta persona”: Nanni Moretti regista e interprete ha letteralmente dato vita ad un suo doppio.-Vivere solo guardando”: la vita di Michele pare si riduca solo a questo. L’occhio che guarda, l’occhio che giudica, l’occhio che …

Il voyeurismo cinematografico di questo film ha un genitore di tutto rispetto ne La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock in cui il protagonista costretto su una sedia a rotelle dopo una caduta si ritrova ad osservare in modo maniacale le vite che scorrono nelle case dei loro vicini armato, addirittura, di un binocolo prima e di un cannocchiale poi. Cambiando l’utilizzo del voyeurismo e la ricaduta che esso ha nelle vite dei due protagonisti ciò che più colpisce di Michele è che la sua cura maniacale della vita altrui si spinge fino a creare fascicoli: ha creato dentro casa sua un vero e proprio archivio delle vite degli altri in cui scheda, con tanto di fotografia, nome, numero di telefono e una breve sintesi di come ha conosciuto quella persona ed altre informazioni personali. 

Eppure a Michele la gente non piace affatto – lo si capisce sin da subito-, ma invidia la loro vita tanto da desiderare di viverla in un modo ossessivo e pieno di controllo.

Io non potrò mai essere come loro” è quel che pronuncia mentre, di nascosto, guarda Bianca lasciarsi con un uomo: non potrà mai vivere come loro, non potrà mai essere una persona normale. Istintivamente il paragone è con Persone normali di Sally Rooney, romanzo nel quale la protagonista Marianne si chiede cos’abbia che non va e perché non riesca ad essere come le persone normali. Michele normale non lo è affatto: pensa troppo, vorrebbe analizzare tutto e tutti, vorrebbe risolvere i problemi delle vite degli altri senza sapere che la vita non è come la matematica e le persone non sono un teorema, come gli dice Bianca.

Nei suoi tentativi disperati di spiare gli altri si percepisce una profonda sofferenza, oltre che un dolore incurabile, collegabile a ciò che scrive Voltaire nel Candido nel momento in cui si accorge che “l’uomo è fatto per vivere o nelle convulsioni dell’inquietudine o nel letargo della noia”; essendo la vita sofferenza, l’unico modo per renderla sopportabile è non pensare,ma agire, muoversi, non restare intrappolati nell’immobilità, paradossalmente vivere Michele, però, non agisce, non vive,ma pensa e per questo soffre.

Soffre così tanto che non è “abituato alla felicitàe neppure alla vita, tanto da non saperla vivere, perché “quando c’è un legame, tu non puoi solo osservare, devi metterti in gioco” e Michele sa solo guardare, è un inetto. La sua non vita è così piena di dolore che la felicità “se c’è deve essere assoluta“, ma chi è davvero felice in assoluto? Forse dopo un po’ ci si accontenta di qualcosa che somiglia alla felicità – ma per Michele non è così – e ciò ricorda un dialogo di Fino all’ultimo respiro di Godard, nel quale Patricia legge a Michel una frase di Faulkner: “fra il dolore e il nulla, io scelgo il dolore “. 

E mentre parla con Bianca facendole capire che vuole lasciarla perché tanto prima o poi si lasceranno e prima o poi soffrirà, Michele le domanda: “perché tutto questo dolore a te sembra giusto? A me no. Io mi devo difendere “. Chi può biasimarlo? Non lo biasimerebbe neanche Freud, che in Al di là del principio di piacere considera la vita come un paradossale “rifiuto della vita“. Anche per Freud la vita appare “impegnata in una difesa di sé stessa da sé stessa”, ma “la vita che si difende dalla vita è la vita che insiste nel ritornare sempre allo stesso posto, a ripetersi uguale a sé stessa, a escludere la possibilità dell’evento e della trasformazione”. Michele si difende dalla vita guardando gli altri vivere, perché è come veder scorrere delle immagini sempre uguali sullo schermo di un televisore. 

La notte Bianca

Notte: trascorre una notte bianca con Bianca. No, non è un gioco di parole: Michele riesce a condividere le lenzuola con la ragazza della quale si era perdutamente innamorato ma si ritrova in piedi, in quella famosa scena, davanti ad un barattolone di Nutella spalmato su fette e fette di pane.

E se c’è qualcosa che ci conquista di Michele è stata la capacità di vederlo ovunque, così come accaduto con il libro summenzionato. Ne Le notti bianche di Fedor Dostoevskij si rivede nel Sognatore proprio la figura del protagonista del film. Lì, che scruta la ragazza con i gomiti appoggiati alla ringhiera, che non riesce ad attaccar bottone se non approfittando, poi, di un uomo ubriaco che si fionda sulla ragazza, dando coraggio al Sognatore di salvarla. E da lì, una volta aggrappata al suo braccio, un monologo emblematico.

Già, è proprio così: io sono timido con le donne, e sono ora agitato, non dico di no, non meno di quanto lo eravate voi un minuto fa allorché quel signore vi ha spaventata… E provo ora non so quale spavento. È come un sogno, ma neppure in sogno avevo mai supposto di poter parlare con una donna.”

“Come? Possibile?”

“Sì, e se il mio braccio trema è perché non ha mai ancora sentito la stretta di una manina piccola e graziosa come la vostra. Ho perduto del tutto l’abitudine di trattare con le donne o, meglio, quest’abitudine, non l’ho mai avuta. Io, vedete, sono solo… E non so neppure come si debba parlare con loro. Ecco, anche adesso non so se per caso non vi abbia detto qualche sciocchezza. Ditemelo sinceramente: vi avverto, non sono suscettibile.”

(tratto da Le notti bianche di Fedor Dostoevskij

E Michele Apicella si può rivedere anche in uno degli amici che si avvicendano sulla neve nel racconto Amicizia tratto da I Sillabari di Goffredo Parise.

“[…] E infine un altro uomo che sapeva fare una cosa sola nella vita, cioè osservare nei particolari (sempre mutevoli) gli altri nove e il tempo; sperando e studiando il modo, senza che nessuno se ne accorgesse, che tutte queste cose fossero in armonia tra di loro.” 

In Bianca le insicurezze di tutti

Michele amava osservare le vite degli altri ma, come ha ammesso nella scena girata col padre di Nanni Moretti ,il quale interpretava lo psicoterapeuta messo a disposizione dalla scuola per gli studenti, “non gli piacciono gli altri”. Ed è proprio in questa scena che, anche materialmente, chiude le tende agli altri che osservano fuori dalla finestra. Paradossalmente odia il suo passatempo preferito: lui che si nasconde tra i cespugli per scrutare il vicino che va a letto con tante ragazze, la coppia che litiga in modo animato, la famiglia in cui il padre fa sempre finta di perdere.

Insicuro, incerto, titubante, nevrotico: ma la capacità di “fare una tempesta di domande, fuori luogo” che ha fatto innamorare di lui proprio Bianca sarà proprio ciò che lo porterà a chiudere ciò che, per lui, “non era felicità assoluta” / “felicità a cui non era comunque abituato” / “a chiudere per la paura di dover chiudere in futuro”. È in questa contraddizione che si può riassumere Michele Apicella: un carattere indimenticabile in cui proiettare, possibilmente non in toto, le nostre paure e insicurezze.

Io vorrei farti dormire, ma come i personaggi delle favole, che dormono per svegliarsi solo il giorno in cui saranno felici. Ma succederà così anche a te. Un giorno tu ti sveglierai e vedrai una bella giornata. Ci sarà il sole, e tutto sarà nuovo, cambiato, limpido. Quello che prima ti sembrava impossibile diventerà semplice, normale. Non ci credi? Io sono sicuro. E presto. Anche domani.”

Articolo di Vittorio Domenico Lauria e Sara Narcisi


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