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Black Panther: Wakanda Forever, la svolta femminile questa volta riesce

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12 minuti di lettura

Quattro anni dopo l’uscita di Black Panther, arriva nelle sale il sequel: Black Panther: Wakanda Forever, 30esimo film del Marvel Cinematic Universe. Torna quindi il team creativo del primo film: il regista Ryan Coogler, il co-sceneggiatore Joe Robert Cole, il compositore Ludwig Göransson, e tutti gli attori e le attrici del primo capitolo. Tutti, eccetto il compianto Chadwick Boseman, la Pantera Nera in persona. Questa assenza ha comportato diverse scelte, produttive e narrative, che di sicuro rendono Wakanda Forever uno dei film Marvel più interessanti, anche se tutto il resto rientra nel classico cinecomic sui generis.

Lunga vita alla Regina

Black Panther Wakanda Forever NPC Magazine

Dopo l’improvvisa morte di Re T’Challa, la nazione del Wakanda si trova ad affrontare una nuova minaccia che rischia di compromettere tutte le convinzioni e le tradizioni Wakandiane, e che potrebbe portare ad un conflitto mai visto prima su scala globale. In tutto questo, Shuri, Nakia e Ramonda (Angela Bassett) devono superare il lutto e trovare nuova forza nei propri ruoli regali.

Black Panther Wakanda Forever affronta obbligatoriamente il tema del lutto, vista la morte dell’attore protagonista titolare, e si ritrova nell’imbarazzante situazione di dover trovare un adeguato sostituto. O, in questo caso, sostituta. Le scelte non erano tante: visti i comprimari dei film precedenti, la scelta ricade inevitabilmente su Shuri (Letitia Wright) o su Nakia (Lupita Nyong’o), rispettivamente la sorella e la compagna di T’Challa. La Marvel è stata coraggiosa a non voler introdurre un nuovo personaggio, poiché la carne sul fuoco sarebbe stata effettivamente troppa (anche se ci casca invece nella scena mid-credits).

Alla fine gli Studios hanno optato per la sorellina ossessionata dalle tecnologie high-tech per ricoprire il ruolo della nuova protettrice del Wakanda. Una scelta coerente a livello di trama, ma che ha dovuto necessariamente cambiare l’atteggiamento di Shuri, che finora era sempre stata la comic relief, la spalla comica, un po’ ribelle e irresponsabile. Qui invece, con la scusa della morte del fratello, si è trasformata in un personaggio semitragico, tormentata da dubbi e paure, su se stessa e sul futuro del Wakanda.

Un cambiamento repentino, ma necessario per rendere credibile il film e per far procedere speditamente la trama. Il resto del cast fa da contrappeso alla nuova protagonista, forte di caratterizzazioni già affermate che qui vengono solamente ribadite e, in alcuni casi, approfondite, come succede per esempio ad Okoye (Danai Gurira), uno dei personaggi più forti e memorabili della serie.

Black Panther Wakanda Forever è il primo vero film femminista del MCU?

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Ma questo cambiamento forzato forse è stato un bene, poiché contribuisce a formare (involontariamente) il primo vero film femminista della Marvel: a differenza dei colossali fallimenti di Captain Marvel e Black Widow, il cui sotto testo pseudo-femminista risultava veramente forzato e, infatti, non è stato affatto ben accolto da pubblico e critica, in Black Panther Wakanda Forever invece troviamo un cast principale tutto al femminile, che però non è affatto sensazionalizzato.

La fortuna di questa inaspettata svolta deve ovviamente molto alla buona scrittura del primo film, che era riuscito a costruire dei personaggi comprimari femminili veramente eccellenti: non si può d’altronde dimenticare che in Black Panther la trama viene portata avanti per un bel pezzo dalle sole donne Wakandiane, quando il Re T’Challa è dato per morto dopo lo scontro con Killmonger.

In Black Panther Wakanda Forever quel segmento è invece esteso a tutta la durata del film: la vera protagonista non è solo Shuri, ma anche Nakia, Okoye (già un personaggio forte e ben definito nei film precedenti), e soprattutto Ramonda, che quasi ruba la scena a tutte le altre con il suo conflitto interiore e le scelte difficili che deve portare a compimento.

A questo cast già tutto al femminile si aggiungono anche i nuovi personaggi di Aneka (Michaela Coel) e Riri Williams (Dominique Thorne). Mentre la prima serve a espandere il discorso dei ruoli e della cultura delle Dora Milaje, l’esercito speciale del Wakanda, l’introduzione di Riri risulta invece forzato e gratuito, l’ennesimo tentativo di lanciare un nuovo personaggio protagonista del futuro del MCU (non per niente fu annunciata già nel 2020 la serie su Ironheart, ovvero la supereroina Riri Williams).

La solita zuppa, il potenziale sprecato

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Eppure, nonostante il film riesca a funzionare notevolmente bene vista la mancanza del protagonista del film precedente, l’unica macchia nera di Black Panther Wakanda Forever è la trama. La tanto attesa introduzione di Namor, uno dei personaggi più iconici e amati dai fan dei fumetti, e di tutti quegli elementi che porta con sé, meritava forse una maggiore importanza.

Questa versione del personaggio (interpretata da Tenoch Huerta) infatti applica delle notevoli differenze rispetto a quella fumettistica: per evitare gli ovvi paragoni con il film della DC Aquaman (sia Namor che Aquaman sono infatti i sovrani di Atlantide nei rispettivi universi), la Marvel ha deciso di continuare la tradizione dei film di Black Panther, ovvero di collegare una cultura storica esistente a quella fittizia del film. Nel primo film imperversava l’afrofuturismo, mentre qui invece predomina una rivisitazione della cultura mesoamericana, o meglio di quella Maya.

Atlantide viene sostituita da Talokan, un’antica civiltà sommersa nell’Oceano Atlantico ispirata ai miti aztechi di Tlālōcān, mentre il vero nome di Namor è K’uk’ulkan, il serpente piumato, ovvero una divinità originaria dello Yucatán. Questa rivisitazione culturale crea ovviamente un gioco di rimandi, anche fin troppo esplicitato, con il Wakanda. Si potrebbe dire anzi che tutto il film ruota attorno a questo parallelo: Namor ha le stesse motivazioni di Shuri e Ramonda, i Talokanil sono simili ai Wakandiani, ed entrambe le culture si fondano sullo sviluppo del vibranio.

Queste similitudini non portano infine nulla di nuovo nel vasto universo Marvel, ma solo una copia sputata di quanto è già stato fatto nel film precedente. Namor è un personaggio ben definito, ma le sue motivazioni e il suo screentime potevano, dovevano, avere più approfondimento. Talokan e i suoi cittadini vengono mostrati praticamente una sola volta in una sequenza, e non si entra mai veramente dentro la loro cultura, che sembra appunto una versione subacquea di quella Wakandiana.

La trama di Black Panther Wakanda Forever risente della stessa pecca di tutti gli altri film MCU post-Endgame: troppa carne al fuoco, troppe occasioni sprecate nonostante il potenziale ci sia tutto per realizzare un film diverso, che possa spiccare sul mare magnum di cinecomics che, ormai, raccontano sempre la stessa storia.

L’omaggio a Chadwick Boseman

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Quello che salva Black Panther Wakanda Forever però, che lo caratterizza più di tutti i ben ventinove film del MCU, è l’ovvia carica emotiva che pervade il film dall’inizio alla fine: era impensabile realizzare un sequel di Black Panther senza riconoscere la mancanza di Chadwick Boseman, morto nell’estate del 2020.

Infatti, uno degli aspetti più interessanti di Black Panther Wakanda Forever è che per la prima volta in casa Marvel, gli studios si sono trovati ad affrontare il problema di sostituire uno dei protagonisti di punta del franchise: Re T’Challa ha ricoperto un ruolo sempre più importante dalla sua prima comparsa in Captain America: Civil War, ed è stato un personaggio chiave negli eventi di Avengers: Infinity War, insieme a tutto il resto dei personaggi comprimari e del Wakanda.

È noto inoltre che la Marvel ha sempre insistito, quasi morbosamente, sull’associazione personaggio-attore. Basti pensare al caso più noto di Robert Downey Jr./Tony Stark: anche nelle interviste e nei momenti fuori dal set, si fa fatica a distinguere gli attori Marvel dai propri personaggi, come se fosse un obbligo contrattuale continuare a personificare i propri alter ego cinematografici anche nella vita pubblica.

Per questo è interessante analizzare come in Black Panther Wakanda Forever si sia celebrato non solo Boseman, ma anche T’Challa, creando un fortissimo collegamento tra attore e ruolo, tra realtà e finzione, a tal punto che quasi non si può discernerne la differenza. Anche se questa insistita associazione può sembrare spaventosamente morbosa, in realtà potrebbe essere un bene a livello filmico: potrebbe segnare la fine di quei deepfake e delle ricostruzioni in CGI di volti e fattezze di attori e attrici ormai defunti (esemplare il caso di Tarkin in Rogue One: A Star Wars Story, che aveva fatto storcere più di un naso).

I tributi a Boseman/T’Challa sono particolarmente sentiti all’inizio e alla fine di Black Panther Wakanda Forever, e continuano anche nella scena mid-credits (manca invece quella post, dopo la fine di tutti i titoli di coda), che sembra preannunciare un nuovo personaggio strettamente collegato all’eredità di T’Challa, e si potrebbe collegare anche ad Ironheart e a molti altri giovani personaggi (si vocifera di un certo progetto intitolato Young Avengers) introdotti in questa Fase 4 del MCU, conclusasi ora con Black Panther Wakanda Forever.


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Nato a Roma, studia attualmente al DAMS di Padova.
Vive in un mondo fatto di film, libri e fumetti, e da sempre assimila tutto quello che riesce da questi meravigliosi media.
Apprezza l'MCU e anche Martin Scorsese.

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