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Black Phone: l’horror dell’anno è firmato Blumhouse?

Dal 23 giugno in sala esce Black Phone diretto da Scott Derrickson. I canoni horror ci sono tutti, Ethan Hawke fa la sua porca figura, ma sarà sufficiente?

7 minuti di lettura

Scott Derrickson (Doctor Strange, Sinister, Liberaci dal male) non è mai stato un genio dell’horror. Vista anche la sua parziale filmografia, sembra che cerchi sempre il grande pubblico non trovandolo mai. Le eccezioni però ci sono: una, non ha bisogno di presentazioni, ed è Doctor Strange (2016); l’altra è il nuovo Black Phone, prodotto dall’ormai rinomata Blumhouse in collaborazione col colosso Universal Pictures, uscito nelle sale italiane dal 23 giugno e divenuto subito uno dei film più chiacchierati sia dal pubblico che dalla critica.

Due motivi: il primo è la storia tratta dall’omonimo racconto breve di Joe Hill, pseudonimo di Joe Hillström King, a metà strada tra l’horror di Stephen King (padre dell’autore) e il thriller alla Shyamalan; il secondo è Ethan Hawke.

Il suo volto velato non viene mai rivelato allo spettatore che, appunto, assiste a un Ethan Hawke perennemente oscurato da una maschera color bianco osso, contrapponendo il suo personaggio tra l’essenza pietrificata di un passato tossico, e il telefono di quello scantinato che è invece energico, attivo, indomabile. Telefono nero, maschera bianca. Lo yin e yang rovesciato dallo squillo della morte: da una parte il riscatto, l’attivismo, l’esteriore, il giorno; dall’altra l’immobilismo, la notte, l’interiore, il nascosto.

La trama di Black Phone

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La storia, trasposta da Derrickson insieme a C. Robert Cargill, narra le vicende di un ragazzino nella Denver degli anni ’70, Finney (Mason Thames), e del rapitore Il Rapace (Ethan Hawke): un killer seriale che ama prendersela con ragazzi dell’età di Finney. Il giovane, infatti, non è altro che una vittima tra le tante, un anello di una catena che sembra non avere fine.

Scopre, tuttavia, di essere speciale, e di poter utilizzare un vecchio telefono posizionato nello scantinato della sua prigionia, per comunicare con i ragazzini che sono stati uccisi prima di lui dal Rapace. Finney ha quindi una marcia in più, è in grado di ascoltare quello che gli altri non possono sentire, e forse questo elemento potrà salvargli (e cambiargli) la vita.

La storia è ben sviluppata, e possiede ottimi personaggi soppesati alla trama del film. È così che del Rapace non sappiamo niente in realtà: chi è, da dove viene, il suo passato, come mai mette una maschera. Black Phone sorprende anche con il suo cast che, tralasciando il sempreverde Ethan Hawke, è costellato da attori-bambini promettenti con in testa un Mason Thames, alla sua opera prima al cinema, grintosissimo e incazzato nero.

Ma (c’è sempre un “ma”), nonostante tutto e anche grazie al buon utilizzo della fotografia e degli spazi scenografici, la storia, andando avanti, sembra perdersi in un finale frettoloso che scimmiotta molto le storie di King Sr., senza però amalgamarsi bene con il resto dell’ottima messa in scena.

Black Phone sa spaventare (e ironizzare) sul genere horror

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La sceneggiatura non è tuttavia nuova al cinema horror, sia perché le trasposizioni della famiglia King ormai hanno uno schema affine (qui parlavamo del recente Firestarter), sia perché la dinamica degli eventi non è, e non vuole essere, per forza rivoluzionaria. C’è una grande differenza tra Shining (1980) di Kubrick e Black Phone di Derrickson, e non è data dal semplice fatto che il primo sia ancora un capolavoro a quarant’anni di età, mentre il secondo trapela poco o niente di innovativo.

Bensì ciò che aleggia intorno alle due opere: se Shining ha l’onore di reinventare un genere, Black Phone ha il fardello di portarne gli strascichi ormai polverosi. Nonostante ciò, la pellicola fa buon viso a cattivo gioco, riuscendo oltretutto a spaventare e, perché no, a ironizzare proprio su quel genere horror cult anni ’70 (Il Rapace che, nel suo macabro rito di rapimento, si ispira al pagliaccio di It).

L’horror in Black Phone non è solo una questione paranormale

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In sostanza, e nel complesso, Black Phone ha i suoi pregi e la sua originalità: il telefono come portale di un altro mondo ricorda Stranger Things e mette in luce, tra l’altro, l’elemento del sovrannaturale che non costituisce fattore d’inquietudine in quanto proveniente dal villain, ma perché sostiene e aiuta il protagonista nei suoi tentativi di fuga; Black Phone, il telefono, non banalmente è il motore del meccanismo terrificante prima di tutto per Il Rapace: il cattivo che teoricamente dovrebbe essere lui il motore, si vede invece trasformato nella ruota di scorta.

Ma è proprio un elemento tipico del film quello di giocare con gli elementi sovrannaturali. Black Phone recupera (non è il primo e non sarà l’ultimo) un po’ di sano horror anni ’70-’80, in cui gli antagonisti erano, più che mostri paranormali, esseri normali del nostro universo. Così Non aprite quella porta (1974), Halloween (1978) fanno da modello e si intrufolano di soppiatto nel Rapace di Ethan Hawke, un mostro ancorato al pianeta Terra succube a suo modo del sovrannaturale che, almeno per questa volta, arriva in aiuto più a noi che a lui.


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Studente alla Statale di Milano ma cresciuto e formato a Lecco. Il suo luogo preferito è il Monte Resegone anche se non ci è mai andato. Ama i luoghi freddi e odia quelli caldi, ama però le persone calde e odia quelle fredde. Ripete almeno due volte al giorno "questo *inserire film* è la morte del cinema". Studia comunicazione ma in fondo sa che era meglio ingegneria.

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