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Più umano dell’umano: apologia del cyborg da Donna Haraway a Blade Runner 

Per i 40 anni di Blade Runner un omaggio alla figura del cyborg nella cultura mediale, una riflessione credibile dell'inevitabile automazione contemporanea.

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13 minuti di lettura

Scienza e tecnologia agiscono sull’uomo moderno, erigono – nella cultura occidentale – una cortina di ferro binaria che, giocando sulla contrapposizione antitetica e qualitativa di coppie categoriche quali uomo/donna, naturale/artificiale, corpo/mente, esaltano un dualismo concettuale asimmetrico, vivanda corroborante del più bieco predominio del termine “positivo” sul suo divergente “negativo”. 

Manifesto cyborg o Un manifesto per Cyborg (A Cyborg Manifesto), pubblicato per la prima volta nel 1985 sulla rivista Socialist Review, è il saggio della filosofa statunitense Donna Haraway raccolto in Italia nel volume Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo (Feltrinelli, 2018) assieme ad altri due saggi dell’autrice, pubblicati per la prima volta nel 1991 all’interno della raccolta Simians, Cyborgs and Women: The Reinvention of Nature (Routledge).

Per i quarant’anni di Blade Runner – emblema cinematografico della sintesi convergente di scienza e tecnologia – decliniamo questo omaggio all’analisi trasversale della figura del cyborg nella cultura mediale, nella speranza di restituire una riflessione credibile dell’inevitabile automazione contemporanea e tracciare parametri di positività tecnologica nell’ottimizzazione dell’essere umano e della sua natura.

L’apologia delle affinità: l’emblema del cyborg 

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Distanziandosi dalle posizioni del femminismo radicale, Haraway privilegia un approccio orientato a un’apologia delle affinità piuttosto che delle differenze, elevando la figura del cyborg a simbolo del superamento del binarismo tradizionale di genere. Il termine cyborg condivide con la sua etimologia la sua stessa natura: analogamente alla sintesi dei suoi costituenti – i termini cybernetic e organism – il cyborg si definisce come un’entità ibrida, risultante dalla fusione di parti del corpo umano con parti meccaniche ed elettroniche

La figura fantascientifica del cyborg, massimamente rappresentativa delle potenzialità tecnologiche nell’ottica di un’alterazione riqualificativa della condizione femminile, si realizza come metafora della condizione umana: situato in un mondo post-genere, avulso dai condizionamenti imposti di una riproduzione sessuale biologica e di una famiglia nucleare, il cyborg – non sessuato e ibrido – si spinge al di là delle categorie di genere, sospeso tra finzione e realtà.

A fronte dell’emersione di questa nuova soggettività, la presunta naturalità dell’uomo è declassata a costrutto culturale: lenti a contatto, protesi mammarie, pace-maker, by-pass dimostrano la permeabile porosità dell’essere umano da parte della scienza, agente trasformativo dell’uomo moderno ridotto a campo di sperimentazione. Il corpo umano, controllato, diretto e alterato, perde il suo valore di inviolabile/intangibile; analogamente decade l’antitesi dualistica tra naturalità umana e artificialità. L’essere umano si ricostruisce attraverso la tecnologia, migliorando l’operato della natura tramite l’atto di potenziamento diretto del corpo umano.

Le macchine prendono vita: l’estinzione dell’organismo biologico

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Le macchine hanno preso vita, e se quelle dell’era pre-cibernetica, pensate e costruite dall’uomo, potevano ancora essere riconosciute e differenziate dall’organismo, ostacolate nel raggiungimento dell’ideale umano, le macchine cibernetiche attenuano la distinzione tra evoluzione autonoma e programmazione dipendente:

Le nostre macchine sono fastidiosamente vivaci, e noi spaventosamente inerti. In questo tempo mitico siamo tutti chimere: ibridi teorizzati, fatti di macchina e organismo”.

L’unicità è stata inquinata da questi congegni micro-elettronici quintessenziali, invisibili e ubiqui, i cyborg, che ridimensionando il confine tra macchina e organismo, umano e animale, annichiliscono i dualismi strutturanti della razionalità occidentale: soggetto/oggetto, mente/corpo, materia/forma, umano/animale, natura/cultura, naturale/artificiale, opposizioni dicotomiche che – come sottolinea l’autrice – non si arrestano né limitano alla dimensione lessicale, ma investono un campo semantico più profondo abitato da pratiche di dominio e oppressione legate al genere, alla razza e alla specie.

La figura del cyborg nella cultura mediale: il caso Blade Runner

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[Voce fuori campo] Tyrell aveva fatto un gran lavoro con Rachael. Perfino un’istantanea di una madre che non aveva mai avuto e di una figlia che non lo era mai stata. Non era previsto che i replicanti avessero sentimenti. Neanche i cacciatori di replicanti. Che diavolo mi stava succedendo? Le foto di Leon dovevano essere artefatte come quelle di Rachael. Non capivo perché un replicante collezionasse foto. Forse loro erano come Rachael: avevano bisogno di ricordi.

Rick Deckard (Harrison Ford)

Nel 1982 Ridley Scott dirige Blade Runner, cult fantascientifico interpretato da Harrison Ford, Rutger Hauer, Sean Young, Edward James Olmos e Daryl Hannah, adattamento cinematografico de Il cacciatore di androidi, il romanzo del 1968 di Philip K. Dick. Ambientato in una Los Angeles distopica del 2019, il lungometraggio segue le vicende di Rick Deckard (Harrison Ford), agente speciale Blade runner incaricato di “ritirare” i replicanti evasi illegalmente sulla Terra. 

Nei primi anni del XXI secolo l’evoluzione tecnologica ha permesso alla Tyrell Corporation la creazione di androidi sintetici — i replicanti Nexus — impiegati come schiavi nelle colonie Extra-mondo per via delle loro qualità fisico-intellettuali. Superiori per forza e agilità all’essere umano, e simili per intelligenza agli stessi ingegneri genetici che li hanno creati, i replicanti sono androidi virtuali che differiscono impercettibilmente dagli umani.

Sei replicanti del modello più evoluto,  fuggiti dalle colonie Extra-mondo sotto la guida di Roy Batty (Rutger Hauer) giungono a Los Angeles per introdursi nella Tyrell Corporation e persuadere il Dr. Eldon Tyrell — il loro procreatore — a revocare il limite di quattro anni imposto per la loro longevità. Quando Rick Deckard viene richiamato in servizio per “ritirare” fisicamente i replicanti conosce Rachael (Sean Young), una replicante evoluta, prodotta dalla Corporation, che non sa di essere una replicante. 

“Più umano dell’umano” è il nostro slogan. Rachael è un esperimento, niente di più. Cominciamo a riconoscere in loro strane ossessioni, in fondo sono emotivamente senza esperienza, con solo pochi anni in cui accumulare conoscenze che per noi umani sono scontate. Se noi li gratifichiamo di un passato, noi creiamo un cuscino, un supporto per le loro emozioni, di conseguenza li controlliamo meglio”.

Eldon Tyrell

“Più umano dell’umano” è il nostro slogan. Rachael è un esperimento, niente di più. Cominciamo a riconoscere in loro strane ossessioni, in fondo sono emotivamente senza esperienza, con solo pochi anni in cui accumulare conoscenze che per noi umani sono scontate. Se noi li gratifichiamo di un passato, noi creiamo un cuscino, un supporto per le loro emozioni, di conseguenza li controlliamo meglio”.

Eldon Tyrell

La curiosità — un istinto tipico dell’essere umano, ma generalmente diffuso anche tra altre specie di esseri viventi — spinge Rachael a voler conoscere la verità. Convinti che i replicanti Nexus 6 avrebbero, con il tempo, sviluppato emozioni autonome (rabbia, paura, amore, sospetto…) gli ingegneri genetici della Tyrell Corporation li avevano dotati di un termine di scadenza della durata di circa quattro anni e per assicurargli una più efficiente stabilità mentale avevano innestato ricordi fittizi di un’infanzia mai vissuta. È proprio attraverso l’emozione — spia atavica dell’umanità — che l’androide viene controllato, separato e riconosciuto come Altro, identificato e destinato ad un unico scopo: quello di servire l’uomo. La mancanza di un vissuto tradisce le reazioni emotive dei replicanti, che per mimesis riflettono l’umano replicandolo, appunto, nei suoi atteggiamenti, bisogni e desideri.

Se già nella mitologia e nella letteratura il cyborg possiede antenati ibridi, nella fantascienza la sua figura anticipa — come dimostra Antonio Caronia in uno studio sulla genealogia di questo ibrido tecnologico (1985) — l’ultima frontiera di un confronto tra umani e macchine. L’ottimizzazione vertiginosa di realtà virtuali e tecnologie d’avanguardia ha rinvigorito la rivoluzione culturale prospettata dalla fantascienza coinvolgendo trasversalmente tecnologia, scienza, antropologia, studi di genere e femministi in un processo di ridefinizione dell’identità umana.  

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Rachael non assume le sembianze artificiali del robot conosciuto universalmente, piuttosto si manifesta nella sua essenza più umana: decisa, fragile, orgogliosa, sospettosa, suscettibile e irritabile. Com’è dunque anche solo possibile, nel mondo distopico di Blade Runner, eliminare fisicamente un ibrido che manifesta un’empatia analoga a quella dell’essere umano?

Rachael è un prodotto di fabbrica, incubatrice di ricordi alterati e contraffatti, senza madre e senza mondo: non esiste per nessuno, ma è in grado di piangere e provare emozioni, di realizzare oltre ogni sospetto la necessità di possedere qualcosa di umano, di dominare il trauma derivante dal crollo delle illusioni. Attraverso le parole di Deckard, Rachael riconosce e accetta la realtà della non-esistenza e della subordinazione ad un demiurgo crudele, l’umano suo creatore, che l’ha plasmata a sua immagine e somiglianza depotenziandola per evitare ogni rischio di annientamento.

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Ad oggi sembra non sussistere alcuna separazione ontologica legittimata tra macchina e organismo, siamo tutti cyborg, chimere magnetiche e ibridi variopinti. Siamo tutti Rachael, con le sue paure, confusioni e sospetti all’origine della cultura cyborg. Ha ragione Donna Haraway, quando nell’indagare i biechi confini imposti e sistematici si domanda il perché i nostri corpi debbano coincidere con la nostra pelle. Le macchine non sono più macchine, si sono evolute e perfezionate, dimostrando abilità potenziate e così i cyborg — da sempre mostri nell’immaginario occidentale — hanno delineato incredibili possibilità di [r]esistenza oltre i confini proposti dalla finzione terrena.

Il genere cyborg è una possibilità locale che si prende una vendetta globale” sul mostro della categorizzazione: così razza, genere, sesso sono decostruiti, e nel ventre della fluidità cyborg sarà finalizzata una nuova gestazione, quella di entità multiformi, instabili, imperfette ma libere


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25, Roma | Scrittrice, giornalista, cinefila. Social media manager per Cinesociety.it dal 2019, da settembre 2020 collaboro con Cinematographe per la stesura di articoli, recensioni, editoriali, interviste e junket internazionali.
Dottoressa Magistrale in Giornalismo, caposervizio nella sezione Revisioni per NPC Magazine, il mio anno ruota attorno a due eventi: la notte degli Oscar e il Festival di Venezia.

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