(Ri)guardare «Boris» è sempre una buona idea

Recentemente, la piattaforma streaming Netflix ha messo a disposizione una delle serie televisive più amate dagli spettatori italiani. Una di quelle serie come mai sono state fatte prima d’ora. Stiamo parlando di Boris – La fuori serie italiana, serie tv in onda dal 2007 al 2010, con soggetto di Luca Manzi e Carlo Mazzotta. La sceneggiatura è di Mattia Torre, Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, mentre sigla di apertura è realizzata da Elio e le Storie Tese.

Boris, composta da tre stagioni e da cui nel 2011 è stata tratta una trasposizione cinematografica, deve il suo successo al fatto di esser riuscita a rappresentare attraverso la metafinzione non solo come funziona il mondo della televisione italiana, ma anche i problemi e i difetti della nostra società «troppo italiana». Una serie tv che inizialmente su Fox guardava un gruppo ristretto di spettatori, ma che poi ha ottenuto il meritato successo grazie al passaparola delle persone, e paradossalmente anche alla pirateria.

La trama, per chi (non) ha visto «Boris»

La serie tv Boris, il cui titolo si rifà al nome del pesciolino rosso di Renè Ferretti (Francesco Pannofino), un regista che sembra aver abbandonato la sua ambizione a fare film d’autore girando serie di infimo livello, tra cui Libeccio e Caprera, inizia con Alessandro (Alessandro Tiberi) e il suo tentativo di coronare il sogno di far parte della produzione di una serie televisiva, facendo da stagista sul set della serie Gli occhi del cuore 2. Il nostro protagonista si renderà presto conto che il mondo televisivo non è quello che si è sempre immaginato, anzi, è popolato da una galleria di personaggi tragicomici, molto stereotipati e rappresentanti con caustica ironia, che tanto ci fanno capire della nostra società.

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Tra questi vi sono: Stanis La Rochelle (Pietro Sermonti), il tipico attore primadonna, egocentrico e mediocre, il cui nome richiama ironicamente il famoso metodo Stanislavskij; Corinna Negri (Carolina Crescentini), la «cagna maledetta», attrice senza talento che si ritrova a recitare grazie alla sua relazione con il capo della rete, il Dottor Cane; Duccio Patanè (Ninni Bruschetta) direttore della fotografia scansafatiche e cocainomane che fa una fotografia casereccia, poiché se la foto è più bella di quella della pubblicità, la gente cambierebbe canale; Augusto Biascica (Paolo Calabresi), capo elettricista rozzo e scontroso, tifoso della Roma e pronto a bullizzare gli stagisti come Lorenzo (Carlo De Ruggieri); Itala (Roberta Fiorentini), segretaria d’edizione alcolizzata che riesce a tenere il suo posto grazie alle sue influenti amicizie, tra cui l’amministratore delegato Romanelli; Arianna Dell’Arti (Caterina Guzzanti) e Alfredo (Luca Amorosino), rispettivamente assistente alla regia e aiuto regista (quest’ultimo anche spacciatore di Duccio).

Da ricordare anche i membri della produzione della serie, tra cui: Sergio Vannucci (Alberto Di Stasio), il direttore di produzione della Magnesia, che pur di risparmiare sul budget agisce con modi loschi ai limiti della legalità; Diego Lopez (Antonio Catania), il delegato di rete sempre attento alle esigenze dei piani alti e alle tendenze del momento; e i tre sceneggiatori fannulloni (Valerio Aprea, Massimo De Lorenzo e Andrea Sartoretti), che spesso scrivono le sceneggiature copiando le idee di altre serie televisive.

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Da non dimenticare, inoltre, la presenza di attori del grande e piccolo schermo che hanno partecipato con ruoli minori alla serie tv Boris: Corrado Guzzanti nel ruolo sia dell’instabile Mariano Giusti, interprete del personaggio del conte, che del suo manager Padre Gabrielli; Massimiliano Bruno nel ruolo della linea comica della fiction Nando Martellone, famoso per i suoi tormentoni «bucio de culo» ed «e ‘sti cazzi»; Giorgio Tirabassi nel ruolo dell’irriverente e cinico Glauco Benetti, direttore della fotografia e amico di Renè che si improvvisa anche regista; e infine Paolo Sorrentino nel ruolo di se stesso, a cui nella terza stagione viene attribuito Gomorra di Matteo Garrone da Sergio e Alfredo (Sergio si complimenterà con Sorrentino per il film “Camorra”), e che Itala scambia per Alan Sorrenti sotto effetto dell’alcol.

Tra citazioni e parodie

A distanza di tredici anni dalla prima stagione, che cosa ha sancito il successo della serie tv Boris? In primo luogo il suo carattere di metafinzione. Questa serie, infatti, si svolge su un set televisivo (l’ambientazione è nei teatri di prosa di Roma, tra via Anagnina e via Appia Nuova, a pochi chilometri di distanza dall’aeroporto di Ciampino) e gli spettatori assistono al processo di realizzazione (un po’ bislacco) delle varie puntate della serie Gli occhi del cuore 2, dove le scene sono girate tutte «a cazzo di cane», con una pessima fotografia che fa uso di una forte luce («smarmellata», come dice Duccio a Biascica) e una pessima recitazione da parte degli attori.

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In Boris sono tanti i riferimenti alla cultura cinematografica e televisiva italiana e non, usati per fare ironia e autoironia, che spesso portano a riflettere su come da un lato la tv italiana non sempre sia originale, e dall’altro sulla mediocrità dei suoi attori. Lo stesso Occhi del cuore e Medical Dimension sono un riferimento volto in chiave ironica ai medical drama. Tipologia di serie tv ambientate in ospedale che tanto va di moda nel nostro paese e che punta molto sul sentimentalismo e sulla drammaticità. La cosa molto irriverente è che a interpretare entrambe le serie fittizie sia Stanis La Rochelle, interpretato da Pietro Sermonti, che gli spettatori italiani hanno conosciuto nel ruolo di Guido Zanin in Un medico in famiglia.

Boris serie tv

In questo senso sono interessanti anche i personaggi di: Mariano Giusti, che in preda a una ritrovata fede cristiana vuole interpretare Padre Frediani, facendo una parodia a Don Matteo; Karin (Karin Proia), il cui accento romanesco e il suo atteggiamento sexy ricorda molto attrici come Sabrina Ferilli; e Nando Martellone, che fa il verso alla comicità tipica di Colorado Cafè e del duo Boldi e De Sica, una comicità molto ordinaria che fa spesso uso di volgarità.

La metafinzione in Boris fa uso anche di citazioni tratte da serie tv e film internazionali: si pensi al primo episodio della seconda stagione La mia Africa, che richiama l’omonimo film di Sidney Pollack, nella cui prima parte c’è anche un riferimento alla serie tv Lost, con il primo piano su Alessandro svenuto dopo aver preso la scossa. Da ricordare anche l’episodio Il cielo sopra Stanis, che richiama Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders, episodio in cui Stanis millanta di conoscere il regista tedesco e che più volte prova a contattare per farlo venire sul set ad assistere alla sua prestazione, e Usa la forza Ferretti, il cui titolo fa riferimento alla saga di Guerre stellari, girato secondo la tecnica dello split screen usata da un’altra famosa serie tv, ovvero 24.

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Questi riferimenti al cinema e alla tv italiana e internazionale ci mostrano come in realtà un’altra tv, come dirà Renè alla fine della terza stagione, non sia possibile, per il semplice fatto che il pubblico è abituato a un certo tipo di prodotto, che il più delle volte risulta non essere originale ed essere, dunque, uguale a se stesso, cadendo spesso nel banale.

Boris serie tv

Ciò è dimostrato, ad esempio, da come i tre sceneggiatori copino tutte le sceneggiature da film e telefilm già esistenti, come la puntata di Medical Dimension dedicata alla “festa del Grazie”, simile alla Festa del Ringraziamento americano dove al posto del tacchino ci sono le quaglie, oppure la scena finale della terza stagione con «la locura», scena musicata per l’introduzione di Occhi del cuore 3 con musica tratta da Tre Parole di Valeria Rossi, dove Stanis, Karin e Cristina (Eugenia Costantini) cantano e ballano. Una scena molto simile a quelle del telefilm della Rai Tutti pazzi per amore con protagonista Emilio Solfrizzi e Stefania Rocca, poiché secondo uno degli sceneggiatori (quello interpretato da Valerio Aprea), bisogna rappresentare «un mondo di musichette, mentre fuori c’è la morte».

La tv parodiata dalla serie è anche una tv che segue le tendenze del momento e della politica rinunciando alla qualità. Su pressione del delegato di rete Diego Lopez, infatti, Renè si ritrova sempre a dover apportare modifiche alle scene per far sì che Lopez faccia contenti i piani alti, come la scena dell’aborto, in cui Giulia, interpretata da Corinna, deve convincere una donna (Luisa Ranieri nella serie tv) a non abortire.

Un altro episodio irriverente in questo senso è quella della seconda stagione dal titolo Il sordomuto, il senatore e gli equilibri del paese, in cui Lopez, conscio del fatto che alle elezioni la Lega ha ottenuto un ottimo risultato, vuole da Renè che l’assassino del conte sia un magistrato («un argomento strettamente bipartisan», dirà Lopez) e che il sordomuto finito in carcere e accusato dell’assassinio non venga da Bergamo, bensì da Reggio Calabria.

Il racconto grottesco di un’italia da fiction

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Con quest’ultimo spunto, il motivo per cui la serie tv Boris viene definita “fuori serie italiana” è anche per il suo carattere politicamente scorretto, dove i personaggi non esitano a pensare secondo stereotipi e preconcetti tipici della nostra società, facendoci riflettere sulla nostra mediocrità attraverso una comicità tipicamente romanesca e canzonatoria.

Il politicamente scorretto si basa da un lato sulla percezione che noi abbiamo degli altri, e dall’altro ci mostra anche le meccaniche del mondo del lavoro nel nostro paese. Una serie, dunque, totalmente fuori dagli schemi, senza peli sulla lingua e pronta a criticare i difetti della nostra società.

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Nel primo caso, si pensi, ad esempio: al terzo episodio della prima stagione, Lo scalatore delle Ande, in particolare al drogatello Pedro Benitez, interpretato da quello che Arianna dice essere il solito peruviano che le appioppano le agenzie di casting; a Renè, che nella seconda stagione dice a Karin che per il ruolo del commissario Gusberti non voleva prendere il solito calabrese con i baffi. Da non dimenticare anche i famosi “rumeni” responsabili secondo Sergio della spedizione punitiva contro il troppo zelante Lorenzo, e Tyron, il fidanzato afroamericano di Arianna nella terza stagione, che Diego Lopez e Renè Ferretti credono sia «il vucumprà della scena diciotto» di Medical Dimension.

Boris serie tv

Battute e scene, queste, che in maniera grottesca ci portano a riflettere su quanto sia gretto e stereotipato il nostro modo di ragionare e di percepire gli altri.

Nel secondo caso, invece, il politicamente scorretto ci mostra la precarietà del mondo del lavoro nel nostro paese, ma anche come per sopravvivere sia importante avere conoscenze influenti.

Questo aspetto riguarda in primo luogo Alessandro, il quale si ritrova a fare di tutto fuorché lavorare veramente per la tv, trattato come un vero e proprio schiavo e alle volte senza essere pagato, come dimostrato nella prima e seconda stagione, quando Sergio gli fa firmare degli assegni che mai riceverà oppure quando prende la scossa sul set e Sergio non vuole chiamare l’ambulanza perché non è coperto dall’assicurazione. Nella terza stagione, invece, il giovane stagista proverà tramite un contatto di Renè a lavorare come sceneggiatore, ma l’unica proposta di lavoro che otterrà è quella di fare il buttadentro in un ristorante a Latina.

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Non solo precarietà, ma anche raccomandazioni. Tutti i membri del set di Boris continuano a lavorare non per il loro talento, bensì perché hanno una protezione politica. Si pensi a Itala e l’amministratore delegato Romanelli, oppure a Lorenzo, che grazie allo zio senatore comincerà a lavorare alla fotografia assieme a Duccio nella terza stagione, a Corinna e alla sua relazione con il Dottor Cane, oppure a Cristina e suo padre, l’imprenditore Avola Burkstaler, per via del quale la giovane attrice viene soprannominata «a fija de Mazinga».

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Le raccomandazioni, però, toccano anche chi come Fabian Hassler (Angelica Leo) ha talento. Nella terza stagione, a seguito del litigio con Diego Lopez, per proteggere la giovane Itala confessa a tutti che Fabiana è la figlia di Renè, al punto che Lopez la perdonerà al grido «viva l’Italia». Come per dire che non importa il talento: basta essere inseriti con le giuste conoscenze.

Perché abbiamo visto «Boris» (e ce ne siamo innamorati)

Boris serie tv

Perché, dunque, guardare Boris-la fuori serie italiana? Perché una serie tv come questa non ne fanno più. Non faranno più delle serie tv che usando la metafinzione, attingendo alla cultura cinematografica italiana e non e attraverso un’irriverente ironia ci portano a ragionare sulla mediocrità della nostra televisione e sui nostri difetti.

Boris è una serie tv molto attuale, anche a distanza di anni, che non smetterà mai di dirci che a noi «la qualità c’ha rotto er cazzo», che un’altra televisione non è possibile, poiché siamo sempre alla ricerca di un prodotto poco originale per il puro gusto di essere intrattenuti.

Allo stesso tempo, un’altra Italia non è possibile: come Alessandro, siamo destinati a lavorare in una società precaria, dove solo le raccomandazioni contano e non c’è bisogno di un contratto, ma di passione, ovvero continuare a sperare di fare il lavoro dei sogni senza mai riuscirci veramente.

3 episodi che ci portiamo negli “occhi del cuore”

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Per un primo approccio alla serie tv Boris, vi suggeriamo tre episodi, uno per stagione, che più rappresentano la serie sceneggiata da Torre, Vendruscolo e Ciarrapico:

Prima stagione, episodio 2: L’anello del conte. Questo episodio ci mostra da un lato la precarietà del mondo del lavoro, in cui, parafrasando Sergio, i lavoratori sono costretti a lavorare senza contratto, bensì con passione, come Alessandro, costretto ad accettare condizioni da schiavo per poter lavorare, e dall’altro la mediocrità di tanti attori della televisione italiana, dove non conta il talento, bensì la bella presenza, al punto che attori come Orlando Serpentieri (Roberto Herlitzka) sono costretti a recitare in maniera banale per non far sfigurare le primedonne del set Stanis e Corinna;

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Seconda stagione, episodio 1: La mia Africa (prima parte). Episodio irriverente non solo per la scena finale, dove Renè si arrabbia da morire contro Alessandro, che irrompe sulla scena per sbaglio, ma anche per il suo carattere politicamente scorretto, in particolare verso le comparse di origine africana. Da ricordare: Alfredo che scambia l’attore di colore per un musulmano parlandogli dell’11 settembre, oppure la tigre Bamba, poiché, sebbene Renè ricordi a Sergio che in Africa non ci sono le tigri, quest’ultimo sa che se stacchi la telecamera sulla tigre ritorni direttamente in Africa;

Terza stagione, episodio 8: Buona festa del Grazie. Se si vuole capire come funziona la televisione italiana, questo episodio è quello che fa per voi. La festa del Grazie, infatti, altro non è che una trasposizione (oppure plagio) che i tre sceneggiatori cialtroni hanno fatto della Festa del Ringraziamento americana, sostituendo semplicemente il tacchino con le quaglie. Gli spettatori, dunque, comprenderanno da questo episodio come la televisione italiana attinga sempre da altre realtà televisive, soprattutto americane, per realizzare contenuti che il più delle volte non risultano originali.


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Alberto Paolo Palumbo
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