«Casablanca» non è una storia d’amore

Casablanca è annoverato come uno dei film cult per eccellenza, rappresentando una colonna portante dell’industria cinematografica e un fermo baluardo della Vecchia Hollywood, un faro che ogni tanto solleva gli animi dei cultori spargendo la sua luce in un oceano invaso dalle microplastiche di produzioni-spazzatura. Uscito nelle sale nel 1942, il film diretto da Michael Curtiz con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman è stato spesso tacciato di un romanticismo che in realtà non gli è proprio, etichettato, come spesso avviene quando si parla a sproposito, come una storia d’amore. Lo struggente sentimento che coinvolge i due protagonisti è in realtà solo un camuffamento di facciata, e Casablanca è da considerarsi come uno dei migliori spaccati sulla Seconda Guerra Mondiale.

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Casablanca: il luogo non-luogo del mondo in guerra

Siamo nel 1941, in un’Africa francese invasa da profughi europei convogliati nella torrida Casablanca, in Marocco, con la speranza di giungere a Lisbona e imbarcarsi per l’America. Ritrovo goliardico e dalle suggestioni di un jazz club/bisca clandestina è il Rick’s, un club gestito da un cinico ed elegantissimo Bogart, esemplare più unico che raro di uomo in grado di saper indossare una giacca doppietto bianca. Americano di nascita, parigino d’adozione, marocchino per necessità, Rick rincontra un amore perduto, un’eterea Ingrid Bergman con cui aveva condiviso un fugace ma intenso rapporto nella Parigi pre-occupazione.

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Centro nevralgico della narrazione? Assolutamente no. Digressione pseudo-sentimentale per rendere più dolce un boccone amaro come la guerra? Decisamente. Se si considera l’anno di uscita del film, si può ben comprendere come la Seconda Guerra Mondiale fosse ancora nel pieno del suo sviluppo, e che il regista ungherese volesse evidentemente poeticizzare un luogo idilliaco dove la quotidianità intrisa di devastazione dell’Europa altro non era che una coppia di novelli sposi in fuga dalla patria o due amanti separati dal tanto caro destino ingrato che i registi di Hollywood amano propinare in tutte le salse.

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Michael Curtiz ha in realtà un fine più altro, che è quello di edificare una cornice spazio temporale, una digressione dalla storia dove i bombardamenti non si avvertono che per sentito dire.

Michael Curtiz: un tecnicismo che è un colpo di genio

Primo fra gli espedienti tecnici usati da Curtiz per dare l’impressione di un mondo lontano è la scelta del bianco e nero: il cinema in Technicolor era già stato ampiamente scoperto e aveva supportato pellicole di durata ben più consistente come il Via col Vento di Victor Fleming del 1939. Una realtà senza colori è forse perfetta per chi desidera un annichilimento delle sensazioni e la perdita della coscienza in una visione che ricorda un sogno, un sogno americano per l’esattezza, fatto di donne bellissime, uomini eleganti, e una galanteria charmant.

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Secondo è la musica, con la colonna sonora di Max Steiner che, caso vuole, è anche compositore delle celebri musiche di Via col Vento. L’idea di stordimento, di vita non vita e di presenza fuori dal reale è data dal continuo ripetersi della stessa musica, le stesse note sui tasti di un pianoforte, anch’essi bianchi e neri. As Time Goes By di Herman Hupfeld risuona come l’eco della veglia – quando si dorme profondamente si avverte solo un brusio di sottofondo che rimanda al mondo esterno, che non cambia mai, in un’ostinata fedeltà a se stesso.

Credits: Cinefilos

Il terzo, grande tecnicismo nonché colpo di genio di Curtiz risiede in una scena, una scena carica di una potenza liberale e patriottica che soverchia il più eclatante dei baci, più bella di Ingrid Bergman con gli occhi velati, di Humphrey Bogart con in mano una sigaretta, e vera chiave di lettura di un film dichiaratamente anti-regime. Una delegazione del Terzo Reich, riunitesi al Rick’s, intona un ridicolo ma assordante motivetto che le voci roboanti dei tedeschi fanno apparire come un gutturale mugugnare di bambini viziati, e su quel fragore l’intonazione di una perfetta Marsigliese ha fatto sentire tutti gli spettatori francesi, gaullisti fino nel midollo, in una dolorosa e bellissima esaltazione di una libertà resa schiava da un gruppo di esaltati deficienti.

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Se l’amore è amore è amor di patria

In conclusione, a 77 anni dalla sua uscita, Casablanca resta un capolavoro di nazionalismo internazionale dove gli oppressi cantano gli inni nazionali del vicino, oppresso anch’esso, e dove l’amore romantico e sensuale è solo la cornice a uno dei più grandi, nobili e belli amori che possano attraversare il cuore dell’uomo: l’amor di patria.


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Anna Maria Giano
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