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Challengers di Luca Guadagnino

Challengers è il gusto che piace a tutti?

12 minuti di lettura

Probabilmente no, non è il gusto che piace a tutti. Ma devi chiamarti Luca Guadagnino per realizzare un film sul tennis dove il tennis è praticamente assente, eppure onnipresente. Il suo Challengers prende la via alternativa più inebriante quando sceglie di squadernare la sostanza dello sport e sublimarla in pura eccitazione cinematografica. Quindi il tennis diventa regia, montaggio, colonna sonora; una partita giocata in metamorfosi audiovisiva, di game in set e match che definiscono, calcano e rimescolano una disordinata e voluttuosa triangolazione di personaggi.

L’amore e la sessualità hanno sempre rivendicato anarchia sentimentale e identitaria, nel cinema di Guadagnino. Hanno parlato di reciproco riconoscimento, di intima interconnessione tra corpi che si attraversano e dialogano in armonia di linguaggi. Quel riconoscimento è un sentire epidermico, esperienza sensoriale di uno spettatore invitato a immergersi in un placido risveglio di sensi, dove l’unica regola imposta è l’astensione dal giudizio.

Perché molto spesso quello di Guadagnino è un lavoro di sguardo, prossimità ed empatia con i suoi personaggi, pulsioni imperfette di umanità che conosce, ama e smargina rigettando categorizzazioni. Challengers è animato ancora dal tocco avvolgente del suo regista, increspato nelle geometrie di un triangolo amoroso dove amore significa seduzione, egoismo, ossessione e complessità. E dove il riconoscimento è catturato esclusivamente dalla natura del tennis, vivisezionata nelle sue ambizioni, capricci psicologici e manipolazioni emotive.

Game

Zendaya in una scena di Challengers

L’intricata rete di rimbalzi temporali che attorcigliano Challengers nasconde una realtà di disfunzionalità interpersonali disvelate al meglio dei 3 set, dominate alternativamente dal servizio e dalle individuali prospettive di ciascuno dei personaggi. Il film si apre in chiusura, in mezzo al sudore e ai corpi tesi di Art (Mike Faist) e Patrick (Josh O’Connor) durante la finale del Challenger di New Rochelle. La tattile sinuosità dei loro gesti atletici è magnetizzata da uno sguardo rivolto in tribuna, dove la freddezza sprezzante di Tashi (Zendaya) segue meccanicamente le sorti del gioco in corso. Non ci vorrà tanto per comprendere dove Guadagnino ci sta portando, ma sarà indispensabile tornare indietro.

Tornare indietro alla giovinezza, quella estiva e libidinosa, che strizza l’occhio a Chiamami col tuo nome e custodisce la purezza dei protagonisti. È ancora New York, ma questa volta sono tredici anni indietro, durante gli US Open Juniores. Tashi è il gusto che piace a tutti, la stella nascente del tennis, abbacinata dai contratti con gli sponsor più importanti e le brillanti promesse di carriera.

Art e Patrick hanno appena vinto la finale del doppio, stanno per competersi il titolo del singolare, ma l’arrivismo sportivo è ben lontano dall’infestare le loro menti. Si divertono, si guardano, si toccano. Se Challengers è un film di suggestioni, quelle che scaricano la reciproca e omoerotica tensione sessuale tradiscono anche il principale divertimento di Guadagnino. Che nella calda e giocosa compressione del loro flirt fa impazzire la scheggia di Tashi e accende il film.

I ragazzi la osservano, ne sono attratti, riconoscono in lei il brivido di una competizione che prenderà direzioni viziose, plurali e sessualmente infuocate. Challengers è, in fin dei conti, l’esplorazione di quella bulimia emotiva, il dispiegarsi temporale del turbolento rifugio in un’eccitazione che inizia e finisce in Tashi e ha bisogno del tennis per continuare a bruciare. Quindi la conquista Patrick, se la sposa Art, ma poi ritorna Patrick, che di nuovo scombina le angolazioni dell’impudico andirivieni che lega, slega e riallinea le loro tese interrelazioni. Il primo set è di Patrick, ma il game da cui ha origine la partita di Challengers mette tutte le carte in tavola, pronto a manipolarle.

Set

Josh O'Connor in una scena di Challengers

Il set Challengers lo vince geometrizzando un triangolo di corpi che si attraggono, respingono e incastrano solo insieme. Corpi che Guadagnino ha sempre fotografato con smaccata sensualità, imperlati di sudore, rivelatori di intimità e promulgatori di linguaggi. Nel tappeto sensoriale che è il suo cinema, i corpi sono identità che si chiamano a raccolta, approssimate in fluidità liminali che segnalano verità.

I corpi di Challengers sono maliziosamente eviscerati dallo sguardo altrui, consumati da una passione enunciata prima che vissuta, spettacolarizzata da una dinamicità registica che si fa tennis e trasla nell’immagine l’elettricità degli impulsi incompiuti ma bramati. Dalla cui flessuosità deriva un film virtuosistico, straripante di eccessi e regolato da un gusto estetico (menzione speciale ai costumi di Jonathan Anderson) che al pop affianca una grana ammaliante, esibita e divertita dal suo continuo rimpallo di contrasti.

Gli scambi tennistici sono fulminei, impossibili da decodificare, documentati da una cronaca antitetica a quella sportiva, osservati da inclinate angolazioni di ripresa e irreali soggettive, addensati in ralenti insistiti e accelerati da palline che schiaffeggiano la macchina da presa e il battito cardiaco degli spettatori. Che sia in sala o sugli spalti, poco importa.

Ciò che davvero importa a Challengers è di sbriciolare la conflittualità relazionale all’interno della meccanica del tennis, riversando il dialogo dei personaggi sul campo e intervallandolo all’audace contaminazione ritmica di una colonna sonora (firmata Trent Reznor e Atticus Ross, come per Bones and All) che prima raccorda e poi invade gli stadi emotivi di cui racconta. Non c’è tennis, in questo film di Guadagnino, eppure è tutto tennis.

È tennis, soprattutto, la misura in cui Challengers s’immerge nei sotterranei della disciplina e li trasfigura in manierismi umani. Racconta di perversi giochi psicologici e resistenze mentali, di solitudini, dipendenze e partite che sembrano finire per poi ricominciare da capo, con palle nuove e campi ancora invertiti. Così funziona il rapporto tra Tashi, Art e Patrick, svenato dal tatticismo di uno sport che veicola le loro azioni castrandole e appagandole contemporaneamente. A Tashi interessa solo del tennis (pre o post incidente che le ha stroncato la carriera), a Patrick e Art interessa solo di Tashi. Ma i due s’interessano a vicenda, e Tashi s’interessa a loro.

Quello di Challengers è un vero triangolo sentimentale, pericolante, irresistibile e ripartito in ogni direzione. Nel mezzo circola un’attrazione che non sa come compiersi, un amore che non sa amarsi, un antagonismo che tende verso pericolose codipendenze: ognuno è attratto dall’altro per ciò che non ha e vorrebbe avere, non è ma vorrebbe essere.

Se sono insieme si autoalimentano, se si separano smettono di esistere. Poco conta che Art sia sposato con Tashi, che lei sia la sua allenatrice, che Patrick sia un finto spiantato senza più soldi per pagarsi l’hotel. Nessun contatto è davvero stabile nell’ecosistema di Challengers. C’è solo un perpetuo e adrenalinico qui e ora, dove la pallina deve continuare a rimanere in gioco, anche quando è donna, iper-performativa e si chiama Tashi. Il secondo set è di Art, ma a questo punto ci si sente già un po’ persi.

Match, Guadagnino vince Challengers al tie-break

Mike Faist e Josh O'Connor in una scena di Challengers

Ci si perde facilmente in Challengers, complice la sua non consequenzialità che ricuce eventi e sbalzi temporali avvitandoli sempre più stretti in un liquido interscambio di umori e scorci esistenziali. Il presente della finale di New Rochelle va e viene attraverso la ridefinizione di un passato che si scopre virulento e chiarisce le traiettorie del piacere e del dominio reciproco, registrando la complessità dei rapporti umani.

I segreti sono scivolosi, poggiati su vicendevoli sabotaggi, reiterati fino a intontire lo spettatore. È una distrazione inevitabile nel tennis, tipica di ogni partita prolungata e combattuta, chiamata a conciliarsi quando i game ricominciano a girare. Così fa Guadagnino, valendosi della sceneggiatura di Justin Kuritzkes; insieme ricamano una storia che ha poco di evolutivo in termini narrativi, e quindi può dividere, infastidire, non piacere. Stancare.

Ma l’impressione è che Challengers voglia essere vertiginoso coinvolgimento, sfacciato come i suoi protagonisti, alterato dalle carnalità volubili di un’ambizione intesa come negazione e frustrazione di sé, dell’altro e dei propri rimpianti, fra dispersioni identitarie e tensioni relazionali. Fino al graduale e liberatorio set finale, dove quel piccolo e insignificante torneo minore può diventare l’arena in cui rianimare scopertamente le proprie inclinazioni.

È lo scambio più lungo della partita a riaprire il match. Lì, tra silenzi e improvvise irruzioni, tra impennate e svolte formali il tennis può, per un’ultima volta, reagire alla storia e riavvolgerla completamente, decomprimendo i reali rapporti d’attrazione. Lì Guadagnino si diverte davvero – si vede – e mette a segno una sequenza che vale l’intero film, dove i residui dialogici si alternano solo attraverso lo sguardo, il gioco e le regole antisportive della propria muscolare rivalità. Con l’ultimo ipnotico punto Challengers vince al tie-break di un match estenuante, ruggendo al grido di un cinema dal personalissimo smash percettivo. E se ti chiami Luca Guadagnino è così che seduci, e dividi, il tuo pubblico.


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Laureata in Cinema e Comunicazione. Perennemente sedotta dalla necessità di espressione, comprensione e divulgazione di ogni forma comunicativa. Della realtà mi piace conoscere la mente, il modo in cui osserva e racconta le sue relazioni umane. Del cinema mi piace l’ascolto della sua sincerità, riflesso enfatico di tutte le menti che lo creano. Di entrambi coltivo l’empatia, la lente con cui vivere e crescere nelle sensibilità ed esperienze degli altri

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