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Coda miglior film Oscar

CODA: il film premio Oscar che non dovremmo sottovalutare

12 minuti di lettura

A CODA è accaduto il peggio: ha vinto l’Oscar. Ora vive di confronto, delle stilettate dei delusi e degli scudi non richiesti. Nella nebbia di discorsi che si accumulano all’indomani della 94esima edizione degli ambiti premi Oscar ci si chiede la ragione di una vittoria prevista, ma forse non capita.  

Può darsi che Coda meritasse il premio, oppure no. Molti film sono stati ignorati. Persino Paul Thomas Anderson torna a casa a mani vuote. Non è giusto? Forse. Ma sono gli Oscar, e più che piangere sui What If, conviene riflettere sui risultati e parlare dei film. La bellezza di Licorice Pizza, o l’imprevedibile unicità di West Side Story, non appassirà perché il premio è in mano a CODA. Il film di Sien Heder, distribuito da AppleTV+, rischia però di rimanere incastrato. Ora tutti sanno che CODA esiste, ma non sarà facile sostenerne l’importanza in un contesto ebbro di frasi fatte sul politicamente corretto e sul cinema che non è più lo stesso. Croce e delizia.

C’è poi un problema, radicale. CODA può imbrogliare. Sembra davvero un film come tanti. Ci piangi su, sorridi un po’, ti lasci andare. Un bagno di sentimenti che corre veloce, ma sa sostare negli occhi di chi osserva. CODA ha il coraggio di essere semplice. Un film piccolissimo, che fa però qualcosa di molto importante. Racconta una famiglia di sordi – come lo sono anche gli attori – senza volerci insegnare nulla sulla disabilità. Da oggetto della narrazione, la sordità è solo parte del soggetto protagonista, che si esprime al pubblico senza esaurirsi in esso. Una genuinità che Coda conquista con le unghie e con i denti, travolgendo una formula che proprio l’Academy di Hollywood ha sempre amato. La stessa che portò Green Book e i suoi scontatissimi monologhi sull’uguaglianza a vincere la statuetta di miglior film.

CODA è nelle sale italiane da giovedì 31 marzo 2022

Perché Coda ha vinto l’Oscar come Miglior Film

CODA Sien Heder

Prima che vi convincano del contrario, chiariamo un aspetto: Coda potrà anche aver vinto in virtù di un racconto dedicato alla sordità, ma la vittoria reale non si giustifica nel tema quanto nei modi. Coda cambia lo schema, e lo fa secondo le regole del cinema: si affida ai generi più semplici per introdurci in una famiglia di sordi senza mai trasformare lo spettatore in un voyeur della diversità.

La storia di un’adolescente che scopre la propria passione per la musica si intreccia con le vicende di una famiglia di sordi, in cui la giovane è l’unica udente. Giocando all’incastro, Coda approfitta dei canoni del coming of age per liberare la struttura dei film sulla disabilità da uno sguardo ossessivo sugli elementi di divergenza.

La sordità dalla famiglia non è ignorata, anzi. Il rapporto tra la giovane Ruby (Emilia Jones) e i genitori si inserisce in una dinamica problematica, in cui l’adolescente è costretta al ruolo di interprete con il mondo esterno anche quando vorrebbe dedicarsi a se stessa. L’eccezionalità della situazione è foriera di siparietti comici e risvolti drammatici, mediati però da un’adolescente che inserisce le vicende in un periodo della vita in cui ogni famiglia è assieme prigione e nido, stimolo e limite. Nonostante la singolarità vissuta da Ruby, il racconto non differisce per modi e toni da una qualsiasi vicenda adolescenziale. Altri sono poi i problemi della vita adulta, del lavoro da pescatori con cui la famiglia non si può più sostenere perché il mercato è meschino e i soldi non bastano mai. Una condizione che accomuna i lavoratori di Gloucester, Massachusetts, e apre CODA ad aspetti più ampi e sociali, non risolti ma dati a contesto di amara quotidianità.

Nascosti dietro il coming of age

Coda Oscar 2022

Sono personaggi curiosi i protagonisti di CODA, a cui ci affezioniamo per una libertà che sembrano impersonare senza sforzo alcuno. Genitori atipici perché ironici, non spaventati dalla libertà di comunicazione che sembra invece colpire alcune parole pronunciate. Ma Coda non cade nella retorica facile e fasulla, quella che invece di abbattere un inutile schema agonistico, e così instaurare una comunicazione impavida e forte nella differenza, ne cambia solo l’accezione.

L’inclusività di CODA si manifesta nel linguaggio di Ruby, che innesta parole, gesti, sentimenti in un unico vivere. L’espressione non è dunque virtù della parola o del gesto, ma ricerca estenuante e continua di formule che aiutino a rivelare il sentimento. Così anche il padre potrà ascoltarla cantare, poggiate dolcemente le mani al collo che vibra a tempo di musica. Il finale conciliatorio, anch’esso tana del coming of age, è però meta obbligata per un film che accoglie ogni aspetto, non vive di tabù, come non vive di tabù questa famiglia. Lei canta e come in un sogno – come nel cinema – il teatro del provino che ne deciderà il futuro ospita tutti: dal maestro di canto che le ha mostrato un futuro possibile, alla famiglia che è radice ma anche sfida. Pochissime le frasi sulla sordità, la più specifica è anche significativa: “Dio ha reso le scorregge puzzolenti per farne godere anche i sordi”. Protagonisti che si vivono senza dover incidere frasi sulla pietra e diventare simboli di alcunché.

CODA non smette mai di essere un coming of age, genere a cui affida se stesso rievocando con ricercata insistenza cliché e canoni collaudati. Rompe così il circolo vizioso della disabilità come tema, grande contenitore paternalista che assorbe le condizioni di diversità per farne spettacolo, o ancor peggio per riconoscerne l’esistenza e dare così il permesso (non richiesto) all’altro di entrare a far parte di un’idea esclusiva, inesistente e arrogante di normalità. Per chi teme la dittatura (?) del politicamente corretto, la vittoria di CODA agli Oscar 2022 è una notizia importante.

Coda Sien Heder

Quando CODA scivola nel patetismo, lo fa nell’esatta maniera del coming of age a tema musicale, che cerca l’emozione nelle note e si affida a un montaggio che raccoglie melodia e immagini in un percorso di sensibilità prevedibile. Sono emozioni simili a quelle del bellissimo Sing Street, con cui Coda condivide il coprotagonista interpretato da Ferdia Walsh-Peelo. Ma ritroviamo soprattutto tanto cinema dedicato alla famiglia, vero tema di un film dal sapore domestico, che non insegna nulla ed evoca – e dunque rivela ricordando – atmosfere comuni e sentite.

Una facilità che Coda si conquista senza cedere mai a una precettistica comune, evitando di sottolineare a parole o a immagini più di quello che già appare. Un cinema inclusivo che parla tramite i soggetti, non li usa a posa di una morale da mettere in tasca a fine film.

Più di una bella voce

Coda la famiglia belier

Coda non ci vuole insegnare nulla sulla disabilità. E questa è una conquista importante, che Sien Heder eredita e perfeziona dal film francese di cui ha adattato il soggetto: La famiglia Belier.

Seppur incentrato sulla giovane Ruby e i difficili passi di emancipazione, il film sceglie la musica come incrocio delle vicende e lascia molto in disparte. Non insiste sulla relazione amorosa. Non insiste sul bullismo liceale e nemmeno su quello nutrito dell’ignoranza degli adulti, a cui Coda decide – con risolutezza – di non trovare soluzioni. Si evita così la costruzione di un mondo posticcio, seppur sia proprio la finzione gioiosa del coming of age a prevalere nell’insieme. Preminente è però il tema della codipenza famigliare, subìta e vissuta da Ruby ma sciolta con delicatezza lungo un percorso che affianca una stortura senza esacerbarla e lasciandola sviluppare.

Coda film

CODA lascia scorrere la vita di una giovane le cui sfide ci appassionano con moderazione ma per cui gioiamo quando nel gioco del cinema tutto sembra funzionare, e si può cantare nella lingua dei segni, si entra all’università e dal finestrino si saluta la famiglia con gli occhi lucidi e i polmoni mai così pieni di ossigeno.

L’ultima immagine è un gesto nella lingua dei segni. Significa “vi voglio bene”. Sien Heder gioca con la profondità di campo e mette a fuoco il volto di Ruby, nascosto oltre la mano. Se il segno è una lingua universale e traducibile a chi ne conosce il codice di provenienza, il volto è un unicum. Significa solo se stesso e ci ricorda che Coda vibra all’unisono con lo spettatore perché preferisce dei volti a dei figuranti, personaggi vivi a dei simboli. CODA si lascia semplicemente vivere. Il professor V dirà a Ruby: “Il mondo è pieno di belle voci con niente da dire”. Per quanto infiocchettato e composto, di un’armonia a tratti stucchevole, CODA non è solo una bella voce. E questa sì che è una bella conquista.


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Studente di Media e Giornalismo presso La Sapienza. Innamorato del Cinema, di Bologna (ma sto provando a dare il cuore anche a Roma)e di qualunque cosa ben narrata. Infiammato da passioni passeggere e idee irrealizzabili. Mai passatista, ma sempre malinconico al pensiero di Venezia75. Perché il primo Festival non si scorda mai.

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