Come lo studio Ghibli ci racconta l’infanzia

Dal 1 febbraio al 1 aprile la piattaforma di contenuti streaming Netflix distribuirà i 21 film realizzati dallo Studio Ghibli in tutti i paesi tranne Giappone, Stati Uniti e Canada. Grande assente è però il capolavoro firmato Isao Takahata, Una Tomba per le lucciole. Film che quest’oggi affianchiamo a Totoro (qui già trattato) per scoprire i modi opposti con cui il noto studio giapponese ha raccontato a tutti noi i temi e i modi dell’infanzia.

NPC Magazine ogni domenica pubblica un approfondimento dedicato a ciascuno dei film dello Studio Ghibli. La rubrica dedicata porta il nome di Mondo Ghibli.

Confrontare due geni dell’animazione del calibro di Hayao Miyazaki Isao Takahata non è mai impresa da poco, soprattutto se ci si riferisce al periodo in cui lavorarono gomito a gomito per il neonato Studio Ghibli, di cui proprio loro furono i fondatori. Il loro proficuo sodalizio nacque prima della fondazione del noto studio di animazione, ai tempi in cui entrambi lavoravano sotto la direzione di Yasuo Ōtsuka presso lo studio Toei Doga. I tre animatori erano mossi dalla convinzione che i film di animazione non dovessero essere destinati esclusivamente ai bambini, ma che potessero essere concepiti come un’opera “adulta”. Con questo intento produssero il film La grande avventura del piccolo principe Valiant, che però, benché fosse stato accolto con entusiasmo dalla critica, si risolse in un insuccesso economico, determinando l’allontanamento dei tre produttori.

Fu a questo punto che, dopo una breve parentesi nella A Production – dove Ōtsuka e Miyazaki si occuparono della realizzazione di alcuni episodi della prima serie di Lupin III, nonché del lungometraggio Lupin III – Il castello di Cagliostro – Miyazaki e Takahata decisero di fondare uno studio di animazione dove avrebbero potuto esprimersi liberamente: nacque così nel 1985 lo Studio Ghibli. La loro collaborazione fruttò capolavori come Nausicaä della Valle del Vento e Laputa – Il castello nel cielo, ma nel 1988, pur senza aver mai avuto divergenze, i due animatori produssero contemporaneamente due film che ben illustravano le loro profonde differenze: La tomba delle lucciole (Takahata) e Il mio vicino Totoro (Miyazaki).

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Entrambi i lungometraggi ebbero un successo di pubblico clamoroso, tanto che il Totoro, protagonista del film di Miyazaki, fu scelto come simbolo dello Studio Ghibli. I film presentano molti punti in comune: entrambi raccontano la storia una coppia di fratelli che hanno l’obiettivo di creare per sé un mondo tranquillo e sereno, chiudendo fuori da esso la realtà, sempre velata dal dolore e dal pericolo.

Le protagoniste de Il mio vicino Totoro sono Satsuki e la sua sorellina Mei, che si trasferiscono in un paesino della campagna vicino a Tokyo per rimanere vicine alla mamma, ricoverata in ospedale a causa di una malattia che non viene mai menzionata. Qui le due bambine cercano di adattarsi al nuovo mondo e fanno la conoscenza di Totoro, lo spirito del bosco, che le aiuterà nei momenti di difficoltà, contribuendo a costruire la loro nuova vita.

La tomba delle lucciole, invece, è ambientata in un mondo molto meno spensierato: siamo nel giugno del 1945 e il Giappone è bombardato senza sosta dagli aerei americani. In uno di questi bombardamenti i due protagonisti, Seita e Setsuko, perdono la madre; cercano, quindi, ospitalità presso una zia, ma poi decidono di vivere per conto proprio in una grotta vicino a un lago. Il loro tentativo di ricrearsi una vita familiare stabile è però reso vano dalle difficoltà della guerra e, soprattutto, dalla povertà che segue la resa incondizionata del Giappone.

Studio Ghibli

Due mondi opposti

La prima, macroscopica differenza tra i due film è il modo in cui viene dipinta la realtà che circonda i piccoli protagonisti: tanto fiabesca e amichevole è la prima, quanto cruda e spietata la seconda. Il mondo di Satsuki e Mei è composto da buffi personaggi, reali quanto immaginari, come il dolce Totoro, che incarna la concezione della natura materna e accogliente, e l’affettuosa nonnina, sempre pronta ad aiutarle. L’unico elemento negativo è costituito dalla costante minaccia della malattia della mamma che le due bambine, benché spensierate per la maggior parte del tempo, vivono con grande apprensione. Ma anche questo timore è appena abbozzato e il finale lascia pensare a una conclusione positiva.

Del tutto opposto, invece, è il mondo di Seita e Setsuko. Nonostante la guerra in corso e l’estrema povertà, c’è poca solidarietà tra gli abitanti del piccolo villaggio di Kobe, dove è ambientata la storia, e i due bambini vengono spesso cacciati anche da chi, come la zia, dovrebbe prendersi cura di loro. La natura, devastata dalla guerra, è quasi completamente assente in questo film. L’unico angolo di pace è la casa che sono riusciti a ricostruire i due fratelli vicino al laghetto, ma non è che una piccola oasi che non riesce completamente a proteggerli dagli orrori della guerra. Ci sono momenti spensierati nella vita di Seita e Setsuko, ma subito vengono bilanciati da episodi dolorosi: emblematica è, ad esempio, la scena in cui i due protagonisti si recano al mare per una mattinata di gioco, ma la loro spensieratezza è turbata dalla vista del cadavere di un uomo sulla spiaggia.

Studio Ghibli

Protagonisti agli antipodi

I protagonisti sono, forse, ancora più dissimili. Le due bambine, Mei e Setsuko, si assomigliano molto; entrambe rappresentano l’età dell’infanzia in cui i dispiaceri del mondo esterno vengono vissuti in modo molto distaccato. Eppure, mentre Setsuko, pur vivendo in mezzo alla guerra, ne ha quasi un rifiuto totale, Mei comprende bene che sua madre è malata e che le sue condizioni possono peggiorare anche all’improvviso. Ancora più diversi sono i due fratelli maggiori, Satsuki e Seita. Entrambi hanno un legame affettivo molto forte con le sorelle, ma mentre il rapporto tra Satsuki e Mei è fatto anche di scherzi, di piccoli litigi ed è, in definitiva, più umano, quello di Seita e Setsuko è più un rapporto padre-figlia e il ragazzino, benché solo tredicenne, è quasi ossessionato dall’idea di proteggere la sorellina. A causa delle circostanze avverse, entrambi sono dovuti crescere molto in fretta, eppure, nonostante la difficile realtà che si trova a vivere, Seita risulta meno maturo della protagonista di Miyazaki: più volte nel corso del film gli viene ricordato dai (pochi) personaggi non ostili che il padre ha dei parenti in città e che la cosa migliore da fare sarebbe cercarli insieme alla sua sorellina. Ma Seita spesso non risponde nemmeno a questi rimproveri (che sembrano quasi arrivare direttamente dal regista) e accetta passivamente gli eventi che, infatti, lo porteranno ad una tragica conclusione. Satsuki, invece, benché molto indipendente, non esita a ricorrere all’aiuto di tutti per salvare la sua sorellina e, in questo caso, gli eventi premieranno il suo atteggiamento.

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In generale, si può dire che Miyazaki e Takahata si avvicinano al mondo dell’infanzia con due atteggiamenti (e due scopi) assolutamente differenti. Miyazaki realizza una favola non avulsa dal mondo reale, ma che vi si insinua piano piano; il risultato è proprio un’atmosfera fiabesca, che fa sognare e riflettere anche gli adulti. Per Takahata, invece, l’infanzia spezzata è il simbolo di ciò che la guerra ha prodotto e le basi su cui la società moderna si fonda – non a caso, l’ultima scena del film inquadra una grande città con moderni grattacieli. Il dolore è una tematica costantemente presente e, anche se stemperato con alcuni momenti di leggerezza, il regista sembra non voler mai lasciare allo spettatore un momento di “riposo” dall’angoscia della guerra, quasi esasperando ogni episodio. Entrambi i film sono, in definitiva, piccoli capolavori, che affrontano in un medesimo momento storico da prospettive completamente differenti un unico tema: la speranza.

Silvia Ferrari

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