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corso accelerato sull'amore

Corso Accelerato sull’Amore, il risultato di buone premesse e calcoli errati

Il progetto targato Studio Dragon spaventosamente povero di risorse

6 minuti di lettura

Alzino la mano gli amanti dei K-drama i cui protagonisti non sono belli in modo fastidiosamente surreale; alzi la mano anche chi da tempo aspettava un prodotto che dissacrasse il sistema d’istruzione sudcoreano, smascherandone pezzo dopo pezzo incongruenze e tossicità.

Corso Accelerato sull’Amore, disponibile su Netflix, nasce sulla carta con l’intento di esaudire questi due desideri. Peccato che, per mantenere una promessa, la sola buona intenzione non sia sufficiente, e che un pubblico abituato alle scorpacciate di K-drama sappia capire quando la qualità si limita alla sinossi.

Corso Accelerato sull’Amore, di cosa parla?

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Per prepararsi a sostenere il test di accesso all’università, Nam Hae-yi chiede a sua madre di poter frequentare il corso intensivo di Choi Chi-yeol (Jung Kyung-ho, tra i protagonisti di Hospital Playlist), uno dei professori di matematica più popolari in Corea del Sud. Riuscita miracolosamente ad iscrivere sua figlia, Nam Haeng-son (Jeon Do-yeon) verrà catapultata d’improvviso nel mondo dell’istruzione privata sudcoreana, scoprendo, a sue spese, quanto possa essere impietoso e competitivo.

Un progetto malriuscito, tra insensatezze e approssimazioni

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Di buono, Corso Accelerato sull’Amore, ha due protagonisti adorabili e impacciati, in cui è facile riconoscersi, molto più semplice rispetto ai tipici personaggi principali dei K-drama che sembrano originari di ovunque, ma mai del pianeta Terra. Insieme alla coppia della porta accanto, la serie vanta una forte tematica sociale alla base della trama che si presta a essere trattata nel dettaglio: il sistema di istruzione sudcoreano nella sua versione più soffocante e violenta, responsabile di disagi fisici e psicologici la cui gravità viene troppo spesso sottovalutata.

Il punto debole di Corso Accelerato sull’Amore è la scelta di evitare una presa di posizione rispetto al problema, limitandosi a raccontarne le molteplici sfumature senza, però, condannarne la tossicità e, talvolta, giustificando l’utilizzo di metodi estremi in nome del raggiungimento di un fine più alto e importante. Si potrebbe definire un atteggiamento del tutto incoerente se si pensa alla natura della storyline principale e al tono generale assunto dalla serie che, scegliendo l’ignavia, finisce per snaturarsi e fungere da semplice opuscolo informativo.

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Per non parlare dell’insensato intreccio secondario che sembra impacchettato e integrato nel copione per assicurare i sedici episodi di routine: una sottotrama thriller auto-risolutiva che non ha in alcun modo effetto sui personaggi della serie e il cui unico scopo è fare da tappabuchi a una storyline principale che ha ben poco da dire e che a partire da metà percorso smette di essere sviluppata.

Prova di questo sono i cliché che compaiono in molti K-drama e il cui utilizzo in Corso Accelerato sull’Amore è sovrabbondante: a cominciare dall’abbandono del genitore in tenera età (che ormai è la prassi) fino all’espediente narrativo del ‘si erano già incontrati’ che qui, come in tanti altri casi, non enfatizza il romanticismo. Anche il fatto che gli stessi espedienti narrativi che spesso funzionano facciano qui così tanta fatica ad amalgamarsi fa pensare che i creatori non avessero idee, o che la fretta li abbia convinti a prendere in giro il pubblico cercando di propinare la solita vecchia solfa.

Un corso accelerato e di dubbia utilità

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La visione di Corso Accelerato sull’Amore lascia il pubblico pieno di domande la cui risposta non esiste sul copione né altrove e le varie disattenzioni e superficialità narrative surclassano sia tematiche che personaggi interessanti. Da attribuire, probabilmente, a produttori e sceneggiatori la colpa di aver creato un minestrone di cliché cercando di mimetizzarli tra poche sottili linee guida, che per altro sembravano essere ben tracciate.

Nel complesso, Corso Accelerato sull’Amore è uno spudorato tentativo di ricavare un buon risultato col minimo sforzo, finito con lo spreco di un’ottima idea di fondo e la messa in scena di una storia dai confini indefiniti, che fatica a identificarsi in un genere preciso e perfino annaspa cercando di coprirne quanti più ne può. Un K-drama dal potenziale inespresso che, per pigrizia o mancanza di inventiva, brucia consapevolmente tutte le sue carte vincenti, ben al di sotto degli standard a cui lo Studio Dragon ci ha abituati.

E se anche fosse vero che qualche volta un buon prodotto perde attrattiva quando messo a confronto con un altro più meritevole, in questo caso è la serie stessa a non impegnarsi più di tanto per brillare.


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Classe 1996, dottoranda in Ingegneria Industriale all’Università di Napoli Federico II, il cinema è la mia grande passione da quando ho memoria. Nerd dichiarata, accanita lettrice di classici, sogno di mettere anche la mia formazione scientifica al servizio della Settima Arte. Film preferito? Il Signore degli Anelli.

4 Comments

  1. Non mi è piaciuto l’epilogo frettoloso del killer della fionda. Per me inutile e fatto male l’ingresso in scena della madre biologica e la scelta della figlia di abbandonare tutti di punto in bianco.

    • Buon pomeriggio, sono l’autrice dell’articolo. Mi trovo perfettamente d’accordo con te sul fatto che la fretta sia uno dei principali problemi di questo K-drama.

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