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Cowboy Bebop

Cowboy Bebop, o di quando il western si travestì da space opera

In attesa del Live Action Netflix riscopriamo l'anime cult

9 minuti di lettura

1998. Shin’ichirō Watanabe e la Sunrise danno vita a quella che, a quasi cinque lustri di distanza, si può ricordare come una delle serie anime più particolari, complesse e finemente realizzate di tutta la storia dell’animazione giapponese: Cowboy Bebop.

Acclamata dalla critica e adorata dal pubblico di tutto il mondo, Cowboy Bebop è lenta, difficile, poco convenzionale, in qualche modo inconcludente e tanto avvolgente da rendere ognuna di queste caratteristiche un pregio difficile da raccontare.

L’aura di fascino del lavoro di Watanabe, composto da 26 episodi e un film, gli è valsa numerosi premi, critiche entusiastiche e una serie live action prodotta e presto distribuita nel 2021 da Netflix.

Di cosa parla Cowboy Bebop

Cowboy Bebop è un’opera di culto da vedere e studiare con attenzione per riuscire a cogliere ogni dettaglio del suo racconto filosofico ed esistenzialista dentro una corazza di fantascienza retrò e un guscio pulp quasi del tutto privi di fronzoli.

La trama ruota intorno alle vicende di un gruppo di cacciatori di taglie galattici. L’anno è il 2071, la Terra è stata distrutta da un incidente cosmico e l’umanità si è sparsa nel sistema solare dando vita ad una nuova epoca di esplorazioni.

In uno scenario tanto sconosciuto quanto simile a quello che già è stato, Jet e Spike, a bordo dell’astronave Bebop, danno la caccia, con alterne fortune, a pericolosi criminali, dovendosi al contempo confrontare con i fantasmi del proprio passato.

Qui però ci si deve fermare con le semplificazioni e le spiegazioni. Il miscuglio di generi e lo stile narrativo poco convenzionale sono infatti i tratti distintivi fondamentali di una space opera pulp western pensata per un pubblico adulto e maturo, che per ammissione e aspirazione dei suoi creatori può essere difficilmente catalogabile e riassumibile in maniera esaustiva se non come qualcosa a se stante.

Cowboy Bebop è una sobria, intensa e stilosa complessità

Cowboy Bebop serie tv

Molti prodotti mediatici dell’epoca contemporanea ambiscono ad essere complessi, labirintici e d’impatto per lo spettatore. Purtroppo, però, tale attitudine viene spesso espressa in maniera artificiosa e forzata e finisce per divenire la causa di buchi di trama e mancanza di credibilità del racconto e di onestà nei confronti dello spettatore.

La complessità di Cowboy Bebop, al contrario, appare genuina e originale e si riflette in una serie antologica caratterizzata da un plot di fondo che soltanto all’apparenza viene lasciato poco approfondito e da un numero infinito di omaggi e citazioni al mondo musicale e cinematografico.

Cowboy Bebop sfrutta un ritmo che non strizza l’occhio alle produzioni che cercano di adattarsi ai gusti delle moltitudini, lavorando in maniera quasi subdola fino all’esplosione inattesa di un finale che esplicita la crudezza del messaggio fino a quel punto quasi tenuto nascosto dietro la stroardinaria colonna sonora e le intriganti avventure di cowboy spaziali che si ritrovano in un nuovo far west in cui le regole sociali e morali sembrano ancora da costruire e definire per bene.

L’atmosfera noir, padrona assoluta della scena, ricorda quella di Blade Runner, fondendo i temi dei polizieschi pulp a quelli di una fantascienza che non stravolge l’umanità ma la trasforma e l’adatta, proprio come succede nei romanzi di Dick.

E, come nel film di Ridley Scott tratto dal capolavoro dello scrittore di Chicago, i protagonisti di Cowboy Bebop si ritrovano schiavi della propria umanità e dei dubbi esistenziali che si portano dietro come un fardello.

In tal senso, l’incapacità di sopravvivere al proprio passato e l’incertezza e la caducità di ogni prospettiva futura sono il tratto d’unione di tutti i protagonisti di Cowboy Bebop che, quasi casualmente, si ritrovano a condividere una fetta della propria vita con gli altri, spesso maldigerendo la cosa.

L’umorismo, tipico delle serie animate giapponesi, viene lasciato in disparte a far capolino soltanto in sporadiche occasioni, concedendo maggiore spazio a temi e situazioni difficili come la disparità sociale, la difficoltà delle relazioni, il terrorismo o la criminalità organizzata.

Come già detto, peculiare è il tratto narrativo che viene impresso da Watanabe e dalla sceneggiatura: gli indizi per comprendere i punti cruciali della narrazione ci sono tutti, nascosti e disseminati qua e là senza spiegoni di alcun tipo e senza il bisogno di Deus Ex Machina che muovano il tutto nella direzione desiderata.

Come la vita, le vicende di Cowboy Bebop risultano complesse e non sempre di facile assimilazione: non tutto accade per un motivo e spesso scelte e coincidenze si intrecciano in un caos fatto di sofferenza e accettazione mentre eventi casuali si inseguono uno dietro l’altro.

Lo stile dei disegni e delle animazioni si adatta alla perfezione al tutto, regalandoci un mondo sporco nel suo disperato tentativo di apparire patinato.

A condire il tutto, una colonna sonora d’eccezione, attenta e sempre protagonista della scena, perfetta metafora di quella che a tutti gli effetti è una ballata drammatica in un futuro spaziale che lascia riecheggiare un passato fatto di polvere.

Un viaggio triste e maturo

Cowboy Bebop

Cowboy Bebop è un’opera da assaporare con calma, su cui riflettere e che fa riflettere non mancando al tempo stesso di intrattenere.

Le complesse psicologie dei personaggi di Cowboy Bebop si accompagnano a scene d’azione cariche di pathos, le metafore e le morali fanno da corollario ad una violenza esplicita e mai volgare che diviene a sua volta racconto dell’universo narrato, la normalità vissuta dai protagonisti si fa comica nella ripetizione ineluttabile delle disfatte o di quelle che solo all’apparenza risultino tali.

Un’opera matura e dolceamara dall’inizio alla fine, che sembra non accettare compromessi di alcun tipo rispetto a quella che sarebbe voluta essere e che per caratteristiche risulta unica e difficilmente ripetibile, purtroppo, in un cosmo di produzioni che fanno della semplicità di fruizione la propria caratteristica principale.

La missione di Cowboy Bebop, a detta del regista, era quella di creare un anime capace di far parlare di sé a trent’anni di distanza e in grado di essere riconosciuto come qualcosa di nuovo e unico piuttosto che come qualcosa da etichettare.

Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è un racconto esplosivo e triste, intenso e ricercato: un lavoro che ricorda quanto possa essere cinematografica ed estremamente seria l’animazione, ricalcando le gesta dei fumetti d’autore da cui sembrerebbe prendere ispirazione.

Ma questa è un’altra storia.

Ora, non resta che attendere, speranzosi, il live action in uscita streaming su Netflix il 19 novembre.
See you space cowboy…

Cowboy Bebop, il trailer ufficiale del Live Action ufficiale


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