fbpx
Dove sognano le formiche herzog

Dove sognano le formiche verdi: il fallimento del mito del progresso secondo Werner Herzog

fra lo stile documentaristico e la pura finzione

10 minuti di lettura

Ammiravo i suoi film, che all’epoca avevano un enorme successo, ma soprattutto lui. Herzog aveva lavorato in fabbrica per autofinanziarsi, senza perdere tempo a convincere questo o quello, documentari estatici che mostravano sopravvissuti a catastrofi, esclusi, miraggi.

Con queste parole tratte da Limonov (prima edizione italiana 2012), Emmanuel Carrère descrive la sua fascinazione per Werner Herzog, regista bavarese noto membro del Nuovo Cinema Tedesco assieme a Rainer Werner Faßbinder, Volker Schlöndorff e Wim Wenders.

Fra i suoi film, che oscillano fra il documentaristico e la pura finzione, spesso autofinanziati e che hanno visto spesso difficoltà nella produzione, figura Dove sognano le formiche verdi (1984). Il film è stato realizzato dalla casa di produzione del regista, la Werner Herzog Produktion, in collaborazione con l’emittente televisiva tedesca ZDF e presentato alla 37esima edizione del Festival di Cannes.

Cosa racconta Dove sognano le formiche verdi

Dove sognano le formiche verdi è ambientato nel deserto australiano, definito nel film come “Sud del Purgatorio”. Parzialmente ispirato alla vicenda Millirpum contro Nabalco Pty Ltd del 1971, prima battaglia legale per i diritti territoriali degli aborigeni in Australia, il film ha per protagonista Lance Hackett (Bruce Spence), geologo della Ayers Mining Company, giunto nell’Outback australiano per realizzare degli scavi ai fini di studiare la composizione del suolo.

L’arrivo della compagnia mineraria turba la comunità aborigena. Essa, infatti, rivendica il proprio territorio, considerato il luogo delle formiche verdi, simbolo delle origini ancestrali dell’uomo e del mondo. Gli aborigeni, guidati da Milirtibi (Wandjuk Marika) e Daypu (Roy Marika), ingaggeranno con la Ayers Mining una battaglia legale per imporre il proprio diritto ancestrale alla terra, in cui si dimostrerà come quello del progresso sia, più che un mito, un fallimento.

Dove sognano le formiche verdi: l’aspetto documentaristico

Come appena accennato, Dove sognano le formiche verdi oscilla fra lo stile documentaristico e la pura finzione. L’aspetto documentaristico è dato in primo luogo dalla co-produzione del film tra Werner Herzog e l’emittente televisiva tedesca ZDF. Fondamentale, inoltre, è anche l’uso della fotografia e dei piani sequenza, incentrati più sul paesaggio che sui personaggi e le situazioni raccontate, prese molto di striscio.

Da notare, inoltre, come nel film vengano impiegati anche attori non professionisti, come Wandjuk Marika e Roy Marika. I due erano attivisti per i diritti degli aborigeni e membri del clan Rirratjingu degli Yolngu, popolazione aborigena di Arnhem, nell’Australia del Nord, e presero parte al già citato caso Millirpum (dal nome del fratello maggiore di Roy Marika) contro Nabalco.

A proposito di questo stile documentaristico, il cui impiego in questo film ha sollevato alcune critiche, Gualtiero De Marinis scrive quanto segue nel numero 265 di “Cineforum”:

Herzog è più interessato ai paesaggi che alle persone. I suoi film procedono per lampi, per folgorazioni successive piuttosto che per costruzioni drammaturgicamente coerenti. È inutile rimproverargli allora una sceneggiatura poco articolata o dei personaggi scarsamente profondi. Vorrebbe dire non capire che i veri protagonisti sono il deserto australiano, le formiche che non si vedono (quasi) mai, i bulldozer che spianano la pista d’atterraggio e l’aereo dell’aviazione australiana: la grande formica verde. È una disposizione che qualcuno potrebbe definire documentaristica, tutta fatta di travelling laterali, di personaggi presi di sfuggita, schiacciati contro il deserto, le cui dichiarazioni contano poco o nulla. 

Dove sognano le formiche verdi tra documentario e finzione

Questa disposizione documentaristica è volta a rendere reale ciò di cui si sta parlando, se non addirittura a rendere più sfumato il confine fra realtà e finzione. A Werner Herzog, infatti, non interessa approfondire un singolo personaggio o situazione, ma vuole ricreare un’atmosfera di smarrimento. Il regista raffigura questo smarrimento dando risalto ai silenzi e alla vastità del deserto australiano, e fa ciò per far sì che lo spettatore rifletta su ciò che sta osservando.

L’uso documentaristico della fotografia non molto elaborata e l’impiego di attori non professionisti sono elementi che possono ricordare il periodo di Herzog nel Nuovo Cinema Tedesco. Questo movimento, di fatti, si ispirava alla Nouvelle Vague e al neorealismo nell’interesse a catturare il vero, mettendo in secondo piano l’uso di elaborati strumenti per realizzare i film.

Dove sognano le formiche verdi, però,contiene aspetti simili anche al teatro epico di Bertolt Brecht, per il quale non era importante la storia in sé, quanto lo svelamento delle dinamiche dei rapporti sociali, spesso incomprensibili all’uomo. Herzog mira a quella che lui stesso definisce verità estatica, una verità profonda colta attraverso la stilizzazione della realtà stessa.

Il film di Herzog, tuttavia, contiene degli elementi di finzione. La compagnia Nabalco, per esempio, diventa nel film la Ayers Mining Company, mentre Millirpum – morto nel 1983, prima, dunque, della realizzazione del film – diventa nella finzione del film Miliritbi, interpretato da Wandjuk Marika, presente nella causa del 1971 contro Nabalco.

Un altro aspetto di finzione interessante è quello incentrato sul mito delle formiche verdi. In varie interviste, Herzog ne ha rivendicato l’invenzione, nonostante varie fonti aborigene attestino che alcune popolazioni credano nella formica come animale creatore degli esseri umani e del mondo.

Contrasto tra il progresso e gli aborigeni

A prescindere da ciò, la storia delle formiche verdi dà più forza a quello che vuole comunicare Herzog, ovvero l’indifferenza dei “bianchi”, che assurgono a portatori di civiltà, nei confronti della distruzione della natura e delle tradizioni di un popolo. È interessante in questo senso lo scambio di battute fra Miliritbi e Hackett, quando il primo chiede al geologo come reagirebbe, in quanto cristiano, se lui con un bulldozer distruggesse la sua chiesa.

Se da un lato gli aborigeni si dimostrano rispettosi delle tradizioni altrui e della realtà che li circonda, non lo sono, invece, i “bianchi”, che pur di tutelare i propri interessi minacciano quelli dei locali. Il progresso tanto promesso dai primi, però, non sembra essere veramente tale. Si consideri, per esempio, gli ascensori del grattacielo che per ben due volte si fermano, ma anche l’orologio digitale dato a Daypu che suona all’impazzata.

Dove sognano le formiche verdi: il tramonto del progresso

Il suono dell’orologio, assieme a quello del didgeridoo (strumento a fiato aborigeno) che ogni tanto si ripresenta nel corso del film fanno da suono dell’apocalisse, come le trombe dei sette sigilli dell’Apocalisse di Giovanni. Essi, infatti, avvicinano gli spettatori e i protagonisti, soprattutto Lance Hackett, a una grande verità: il progresso non porta benessere, ma fallimento.

Emblema di questo fallimento è il Caribou, l’aereo dell’aviazione australiana promesso agli aborigeni, una grande “formica verde” con le ali che sembra promettere il ritorno al sogno del mondo dei locali, ma che in realtà porta soltanto al tramonto delle loro tradizioni a causa dell’indifferenza e rozzezza della società moderna e occidentale.

Se bisogna, dunque, parlare di “verità estatica”, quella a cui Werner Herzog sembra alludere in Dove sognano le formiche verdi è il fallimento del mito del progresso, cieco di fronte alle tradizioni e alla cultura di un popolo, che pensa di migliorarlo, ma non fa altro che provocare una catastrofe ben più grande: la distruzione dell’umanità.

Lei sembra uno che sta su un treno che corre verso l’abisso. Più avanti un ponte è crollato e il treno corre verso il ponte, e solo lei sa che è crollato. Il treno viaggia così veloce verso il suo destino che lei può soltanto avere il tempo di correre il più velocemente possibile verso uno scompartimento di coda.

L’etnologo Arnold (Nick Lathouris) in Dove sognano le formiche verdi

Seguici su InstagramFacebookTelegram e Twitter per sapere sempre cosa guardare!

Non abbiamo grandi editori alle spalle. Gli unici nostri padroni sono i lettori. Se ti piace quello che facciamo, puoi sostenerci iscrivendoti al FR Club o con una donazione.

Alberto Paolo Palumbo

Laurea triennale in Lingue e Letterature Straniere presso l'Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca e attualmente frequentante la magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee con percorso bilingue in inglese e tedesco.
Sente suo quello che lo scrittore Premio Campiello Carmine Abate definisce "vivere per addizione". Nato nella provincia di Milano, figlio di genitori meridionali e amante delle lingue e delle letterature straniere: tutto questo lo rende una persona che vive più mondi e più culture, e che vuole conoscere e indagare sempre più. In poche parole: una persona ricca di sguardi e prospettive.
Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.