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Dwayne Johnson, Embody Yourself: quando Hollywood ti paga per essere te stesso

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11 minuti di lettura

Dall’esordio cinematografico nel 2001 con La Mummia – Il ritorno (Stephen Sommers), Dwayne Johnson ha virato in chiave artistica la fisionomia dell’atleta, conferendo a ogni personaggio interpretato sullo schermo una gestualità estremamente riconoscibile ricondotta a prototipo. È plausibile che questa vividezza espressiva, emblema di un’identità fluida e cangiante che lo rende un’opzione di successo versatile in qualsivoglia contesto, sia una diretta conseguenza non solo delle sua genetica fortunata (discendenza che incrocia origini canadesi a quelle afro e samoane) ma di una costruzione cesellata al millimetro della sua cifra attoriale nel corso degli anni: dal primo passo conquistato ad Hollywood al sorgere del nuovo millennio, alla fulgida promessa di affrancarsi dai personaggi precedentemente rappresentati sul grande schermo per far convergere passato e presente in un progetto dall’aura familiare.

Per il cinquantesimo compleanno di Dwayne Johnson, ripercorriamo la carriera dell’attore con un taglio di definizione strutturale che ci auguriamo riesca nell’intento di esaltarne il vezzo senza giudicarne i confini.

Brand an actor: il nuovo volto dello Star System 

Dwayne Johnson salto

La necessità, prettamente critica, di dover conferire perimetri ed etichette al mondo che appare, nello specifico caso di Dwayne Johnson si è trovata a dover accettare l’amara realtà che successo e qualità di un’idea non sempre si corrispondono univocamente. 

L’indomita poliedricità dell’atleta ha corrotto positivamente le traiettorie del suo destino cinematografico per oltre un ventennio, spingendolo oltre misura in progetti accattivanti che sulle sue mosse standardizzate e sulla sua sagoma hanno definito parametri di categoria dalla fortuna riproducibile

Hollywood non si è fatta sfuggire dunque l’occasione di arruolare un’identità replicabile, una mole a fatica quantificabile di personaggi rinvigoriti dalla caratura espressiva di un atleta, poi attore, impiegato con la particolare strategia di interpretare se stesso: “Brand an actor“, costruire un prototipo, conferirgli spendibilità ontologica, assicurare un futuro ad un marchio piuttosto che alla persona oltre l’attore.

Strutturare il proprio personal branding significa, nel caso specifico di un attore, commercializzare una serie di tattiche propedeutiche alla promozione di se stessi, delle proprie competenze, dei propri punti di forza e debolezze, nutrire con ogni apparizione sullo schermo quel portfolio di esperienze atte ad esaltare il valore di un potenziale investimento nella tua persona.

Dwayne Johnson è diventato un marchio, exemplum della tendenza del sogno americano di divinizzare icone e contestualizzare oggi, nella contemporaneità, la linfa della Hollywood primordiale, divistica e sistematizzata. Un destino meccanicamente esplicito che ha segnato le sorti di altri interpreti oltre Dwayne, da Ryan Gosling a Sandra Bullock, da Johnny Depp a Melissa McCarthy. Un’assicurazione del successo a portata di casting, una scommessa per molti solo apparente che, nel caso di Dwayne, ha ripagato per estrema, osmotica coincidenza delle due parti: l’attore e il personaggio.

Da The Rock a Dwayne Johnson: una carriera in tre atti 

Dwayne Johnson film

A sancire una cesura fisiologica nel corso della sua carriera, i tre titoli “svolta” in cui Dwayne Johnson ha dato prova di saper curare e conservare la propria brand identity adattandola a specifiche esigenze di copione.

1) Il Re Scorpione (2002)

Dwayne Johnson La Mummia

Sei un atleta, l’aura e la prestanza fisica ti precedono. Sei un wrestler, ti alleni duramente, sei un campione ma vuoi di più. Sempre di più. Arriva l’occasione per un ruolo sul grande schermo che ti somigli, e a trent’anni sei il protagonista dello spin-off de La Mummia.

Nel film di Chuck Russell (2002) Dwayne Johnson interpreta Mathayus, abbandonando nel nome ma non nello spirito quel The Rock che lo aveva reso famoso sul ring. Il Re Scorpione è la prima chance, la possibilità di ergersi oltre le inconfutabili qualità fisiche (saturate al limite nel film di Russell). Nella recensione di Ferzetti (Il Messaggero, 2006) si legge: “Caro Schwarzenegger, arriva ‘The Rock’. Gli hanno cucito addosso questo Re Scorpione”.

2) Pain&Gain – Muscoli e denaro (2013)

Dwayne Johnson Michael Bay

Dwayne Johnson incontra Michael Bay, forse l’unico regista in grado di tradurre in atto per lo schermo la sua spasmodica ricerca dell’over acting. Quella particolare filosofia di valicare le regole, i ritmi, le cornici per entrare nel quadro dell’opera, trova in Pain&Gain la conturbante fusione della fisicità atletica di Dwayne e della fisicità cinematografica di Bay, propedeutica ad una narrazione che faccia della verosimiglianza all’intento biografico il suo punto di forza.

3) Oceania (2016)

Dwayne Johnson Oceania

Oceania è forse, per la critica, il miglior film della carriera dell’attore in termini di consenso e appeal. Paradossalmente, un film in cui non appare se non con la sua voce, il suo spirito, le sue doti canore. Il lungometraggio animato della Disney (Ron Clements e John Musker, 2016) racconta il viaggio in mare di Vaiana, figlia ed erede del capo dell’isola polinesiana di Motunui, per restituire il cuore all’isola madre Te Fiti.

Ad accompagnarla è Maui (Dwayne Johnson), colpevole di averlo rubato per permettere all’umanità di creare la vita. Nel film d’animazione Maui traduce fisicamente e spiritualmente la prestanza e la bontà di cuore dell’attore dietro il personaggio, riprendendone esteticamente le origini, i tatuaggi, l’eclettismo, la musicalità, la verve artistica.

Black Adam: ultima meta dell’antieroe per Dwayne Johnson?

Dwayne Johnson Black Adam

Save the date. Il 21 ottobre 2022 Dwayne torna al cinema con Warner Bros. nei panni di Black Adam per il nuovo film di Jaume Collet-Serra. Un’anteprima dell’adattamento cinematografico dei fumetti creati da Otto Binder e C.C Beck è stata rilasciata dalla major durante il panel di Las Vegas, in occasione del CinemaCon

Un antieroe corrotto, uno schiavo che rinasce come un Dio, quello interpretato da Dwayne — alla seconda collaborazione con il regista dopo Jungle Cruise— nemico del Marvel Universe e protagonista dell’undicesimo lungometraggio del DC Extended Universe. Nel filmato mostrato durante il panel la Justice Society torna in azione, mentre Black Adam diventa il protagonista di una profezia dall’esito ambiguo. Black Adam ad un certo punto dice: “Non mi inginocchio davanti a nessuno”. Il dottor Fate[il personaggio interpretato da Pierce Brosnan]risponde: “Ho visto il futuro. O tu, Black Adam, distruggerai questo mondo, oppure ne sarai il salvatore”.

Sul grande schermo, la storia ha origine nel Kahndaq, nazione natale immaginaria di Black Adam che nei fumetti era stata distrutta e bruciata da Ahk-Ton, provocando la morte della moglie e del figlio. Il lungometraggio è ambientato circa 5000 anni dopo la destituzione dal trono di Black Adam per mano del Mago Shazam, e vede Dwayne/Black Adam affiancato da Hawkman (Aldis Hodge), Atom Smasher (Noah Centineo) e Cyclone (Quintessa Swindell), oltre che da Pierce Brosnan nei panni del Dr. Fate.

Per quanto inverosimile, forse paradossale, in Black Adam the body Dwayne Johnson compare per la prima volta nei panni di un supereroe. La prestanza fisica, l’indole da temerario, il marchio di fiducia imposto contrattualmente come condizione d’esistenza della sua qualità attoriale hanno fatto di Dwayne un feticcio per prodotti costruiti integralmente attorno alla sua figura.

L’ultima interpretazione dell’attore sembra concretizzare un desiderio più umano, avversando le traiettorie della durezza espressiva tanto ricercata: essere un supereroe, proteggere le persone, lottare per ciò che è giusto è l’obiettivo che Dwayne, dal primo incontro con Superman quarant’anni fa, ha tentato strenuamente di tradurre in atto nella vita quotidiana.

Black Adam è un supereroe come Superman, con una cifra non trascurabile di ribellione, sregolatezza, eccessi. Un (anti)eroe con la necessità di fare del bene assecondando il proprio temperamento e il proprio intuito: un “custode della giustizia”, così l’ha definito Dwayne, demiurgo di se stesso, dall’evoluzione nobile, mosso dal desiderio di riscattare il proprio vuoto interiore.

La nuova versione di Black Adam avrà sulla coscienza la responsabilità di aver corrotto imperativi categorici del genere supereroistico: la filosofia del personaggio lo rende immune a qualsivoglia categorizzazione degli esiti e degli intenti, sfuggente, impalpabile. Non risponde ad un codice etico univoco e agisce sulla base degli eventi che si trova a fronteggiare: che sia un eroe, antieroe, villain, Black Adam è senza dubbio l’occasione per Dwayne di divincolarsi dall’archetipica aura farsesca per restituire profondità psicologica ad un personaggio che sembra avere molto in comune con il suo volto. 

In copertina: Artwork by Alessandro Cavaggioni
© Riproduzione riservata


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25, Roma | Scrittrice, giornalista, cinefila. Social media manager per Cinesociety.it dal 2019, da settembre 2020 collaboro con Cinematographe per la stesura di articoli, recensioni, editoriali, interviste e junket internazionali.
Dottoressa Magistrale in Giornalismo, caposervizio nella sezione Revisioni per NPC Magazine, il mio anno ruota attorno a due eventi: la notte degli Oscar e il Festival di Venezia.

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