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Elegia americana, il film di Ron Howard candidato agli Oscar

14 minuti di lettura

Elegia americana è il nuovo film diretto dal regista Ron Howard. La pellicola, candidata alla 93esima edizione dei premi Oscar che si terrà nel mese di aprile, è l’adattamento cinematografico dell’omonima autobiografia scritta da J.D. Vance, importante autore nonché venture capitalist. Il film presenta un cast d’eccezione: abbiamo l’attrice Amy Adams, la cui interpretazione merita il giusto riconoscimento, la candidata come miglior attrice non protagonista Gleen Close, l’attore Gabriel Basso e l’attrice Haley Bennett.

Sebbene gran parte del pubblico abbia apprezzato la vicenda narrata nella sua semplicità, la critica, invece, ha letteralmente stroncato il film, definendolo come il peggiore girato da Ron Howard. I giudizi, infatti, sono del tutto negativi.

Persino il giornale Rolling Stone ha inserito una parola poco ortodossa nel titolo di una propria recensione. Il motivo, a quanto sembra, per il quale Elegia americana sia stato bocciato è dovuto principalmente al modo di raccontare una storia che, in teoria, ha dell’incredibile.

Secondo alcuni, il regista, per descrivere il mito del sogno americano, ha adoperato i classici cliché. Il povero che, partendo da una condizione di instabilità, diventa ricco. Il ricco che guarda il povero con aria diffidente e superficiale. L’accusa mossa a Howard è quella di aver tracciato una vicenda del tutto verosimile, senza realmente approfondire la vita vissuta dalla gente umile. Eppure, il libro di Vance, quando venne pubblicato nel 2016, fu un vero e proprio bestseller. Molti furono i critici che videro in esso un’attenta analisi socio-politica di quella fetta d’America che votò per Donald Trump.

Ovviamente non sono mancate le risposte alle critiche esagerate. Le stesse attrici hanno difeso il lavoro di Howard come un film che tratta temi universali, il cui intento non era di trasmettere alcunché di politico.

Ma di cosa parla Elegia americana? È davvero un film detestabile? Vi sono elementi che rivalutino il film alla luce dei premi Oscar?

Elegia americana: la famiglia è l’unica cosa che conta

La trama di Elegia americana si articola su due piani narrativi che si intersecano. In entrambi casi abbiamo un solo protagonista: J.D. Vance (Gabriel Basso). Nel presente, Vance è uno studente di giurisprudenza di Yale. Ha ottimi voti, ha un passato da marine, convive con la futura moglie Usha (Freida Pinto). Ma soprattutto è un uomo bianco, capelli chiari, possente nella sua conformazione fisica. Dettagli che certamente non sono passati inosservati.

Durante il giorno dei colloqui con i più grandi avvocati, riceve una chiamata dalla sorella Lindsay (Haley Bennett), la quale gli comunica che la madre ha avuto un’overdose da eroina. Vance, pertanto, decide di recarsi nell’Ohio per cercare di mettere ordine alla sua vita familiare, sperando di poter tornare a Yale per il colloquio definitivo. In sostanza, è possibile affermare che il presente del film può essere, a conti fatti, riassunto nel giro di poche ore.

Ciò che conta, è apprendere il passato del protagonista. Elegia americana inizia in un’America idilliaca, incontaminata, rurale, con una famiglia numerosa che vive felice a contatto con la natura. Il piccolo Vance è molto contento di essere lì, perché sa di poter contare su propri parenti al momento del bisogno. Tuttavia appena lui, la madre, la sorella, la nonna e il nonno ritornano in città, quei momenti leggeri e spensierati lasciano il posto a un racconto alquanto tragico e triste.

Davanti agli occhi dello spettatore di Elegia americana si dispiega la vera vita di Vance. Sua madre, Ben (Amy Adams), è una tossicodipendente prima da farmaci e poi da eroina. In lei è riscontrabile una presunta depressione che l’ha perseguitata all’indomani della nascita della primogenita, quando la donna aveva ancora diciotto anni. È probabile che i suoi sogni e le sue aspirazioni si siano volatilizzati come un castello di carte davanti a un ventilatore, causando in lei una forte instabilità. Tale atteggiamento l’ha condotta più volte a tentare il suicidio, a perdere molti lavori e, soprattutto, a essere violenta anche con i propri figli.

Allo stesso tempo, però, in Elegia americana si evince tanto altro. La ragione della malattia mentale di Ben ha radici più lontante, riconducibili al suo trascorso per nulla libero e spienserato. Sua madre Mamaw (Glenn Close), nonché nonna di Vance, è stata una donna altrettanto violenta e pericolosa, specie nei confronti del marito alcolizzato. Tuttavia, a differenza della figlia, ha lottato temprando sempre più il suo carattere. È grazie ai suoi metodi educativi bruschi e scontrosi, che salva il nipote da una vita dedita alla droga e alla violenza, costringendolo ad andare a scuola in modo da assicurarsi un futuro migliore e dignitoso.

Un racconto empatico e americano

Elegia americana è in grado di narrare una vicenda, realmente accaduta, facendo leva sulle emozioni dello spettatore. Il racconto segue una storia lineare, il cui protagonista riesce a realizzarsi partendo da una condizione alquanto misera e di forte disagio. Ron Howard, è chiaro, attinge all’immenso serbatoio tematico della grande letteratura americana, recuperando immagini e personaggi dei più importanti narratori statunitensi.

Forse per concretizzare al meglio l’aspetto estetico di J.D. Vance, il regista ha voluto prendere spunto da Seymour Levov meglio noto come Lo Svedese, personaggio principale del grande capolavoro Pastorale americana di Philip Roth. Troviamo, a conti fatti, delle analogie con Lo Svedese delle origini. Vance è un uomo forte, robusto, atletico. Ha un passato da ex militare e ha servito il proprio paese in guerra.

Oltre alla famiglia, ciò che conta per sé è la realizzazione individuale. Ritroviamo, infatti, aspetti propri del romanticismo americano: forte personalità, amore per una vita semplice e libera a contatto con la natura, senso di giustizia e di uguaglianza sociale. Vance, inoltre, viene educato affinché possa uscire da una situazione precaria, dimodoché possa dimostrare al mondo intero che anche una persona umile è in grado di realizzarsi. E per quanto in gioco vi sia il proprio futuro, decide di recarsi in Ohio dal momento che in lui vi è un forte spirito di giustizia e di solidarietà familiare. I momenti in cui cerca di aiutare la madre sono, senza dubbio, i momenti più toccanti, carichi di pathos, ricordando, per certi versi, la narrativa di William Faulkner.

Quando scorge la madre intenta a iniettarsi in corpo l’eroina, lui riesce a salvarla. Nonostante la donna sia stata in passato molto aggressiva, ricorda i periodi felici trascorsi con lei, insieme a quelli tristi, come quando la vide piangere mentre giaceva distesa sul letto per motivi del tutto ignari (se non riconducibili alla depressione). Vance, tuttavia, capisce che l’unico modo per aiutarla è quello di realizzarsi dapprima come individuo. E con grande patetismo, decide di lasciarla solo momentaneamente. Torna a Yale, supera il colloquio ottenendo il lavoro tanto desiderato e una buona posizione sociale. Nei titoli di coda segue la ricostruzione della sua famiglia e leggiamo che Ben è pulita da sei anni.

Questi sono gli ingredienti che tengono in vita Elegia americana. Il sapore agrodolce è in grado di trasmettere sensazioni pure, reali, vive. Per quanto la storia funga da cornice e abbia un lieto fine, ciò che serve è il contenuto che si legge al suo interno. Tra le righe scorgiamo che dinanzi alle difficoltà, non serve soltanto arrendersi così da innescare un circolo vizioso di errori, da cui è difficile uscirne. È importante trovare la forza in sé stessi, in modo da andare avanti nella vita di sempre. È questo il messaggio che, nel suo piccolo, Elegia americana vuole comunicare al mondo.

Uno sguardo alle critiche di Elegia americana

Sebbene il lavoro di Ron Howard sia nobile, è doveroso offrire una panoramica più critica, anche se solo per una questione di onestà intellettuale. Il film di per sé non brilla sotto il piano tecnico ed estetico. È una normale pellicola con un discreto montaggio, che riesce tuttavia a ottimizzare il proprio contenuto, sfruttando i rispettivi mezzi. Ma l’aspetto su cui bisogna insistere maggiormente è la costruzione dei rispettivi personaggi. È difficile biasimare coloro i quali hanno riscontrato una formazione degli stessi che si basa quasi esclusivamente sui cliché. La critica mossa a Howard è quella di aver costruito il povero mediante lo sguardo del ricco.

J. D. è il personaggio più stereotipato. Da piccolo è il classico adolescente preso di mira dai bulli. Crescendo, pur di farsi accettare, diventa amico di alcuni ragazzi che trascorrono la vita a bighellonare, fumando marjuana, bevendo birra e compiendo atti di puro vandalismo. Allo stesso tempo, grazie all’aiuto della nonna, capisce quanto sia importante studiare. Abbandona le persone negative e si cimenta con lo studio, riuscendo, infine, a ottenere i voti più alti all’interno della propria classe.

Stessa cosa è visibile in Mamaw. Una donna rude, acida, sempre con la battuta pronta, figlia di una generazione cresciuta nel razzismo e nella chiusura mentale. Tuttavia il suo cuore è molto tenero, specie nei confronti dei nipoti. Trascorre la giornata a disprezzare gran parte del mondo, avendo sempre una sigaretta a portata di mano. È buona solo con chi lo è con lei.

Ragionamento identico si potrebbe fare per Ben. Lei veste i panni della classica donna americana affetta da disturbi mentali, la quale cammina con i capelli sempre spettinati, i vestiti logori; oscilla tra una relazione tossica e un’altra, il suo linguaggio è prettamente scurrile e non sa come fare per chiedere aiuto. In fondo, però, è una buona madre che vuole il bene per entrambi i figli e farebbe di tutto per loro. In Ben giace solo il peso di una vita che non avrebbe mai avuto.

Nel complesso Elegia americana prosegue sotto questa direzione. Per molti può apparire come un’opera sentimentale che racconta la storia di un uomo che ce l’ha fatta, trasmettendo una vera e propria sensazione di speranza; per altri, invece, è l’ennesima vicenda dell’americano medio. Il film cede il passo alla banale generalizzazione di immagini, come se il mondo contadino americano fosse composto solo da “bifolchi”. E la scena in cui J.D. cena con i più potenti giudici e avvocati ne è un esempio lampante.

Se sia giusto ritenere Elegia americana un prodotto per gli Oscar, non spetta noi dirlo. Tra qualche settimana vedremo se l’opera di Howard merita o meno il giusto riconoscimento cinematografico.


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Alessandro La Mura

Classe ’93, vivo a Taranto, città che un tempo era l’angolo di mondo che più allietava il poeta latino Orazio. Laureato in lettere, trovo nella letteratura un grande appagamento dagli affanni quotidiani. La mia vita è libri, scrittura, film e serie TV. Sogno di fare della cultura il mio pane quotidiano.

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