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Elvis non ha lasciato l’edificio: perché il film di Luhrmann è uno spettacolo

Baz Luhrmann firma il suo miglior film ma è Austin Butler il re indiscusso della sala.

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Accade in un attimo. Tra un movimento di fianchi e uno sguardo al pubblico. Entra in scena Elvis e Luhrmann ha già vinto. Ci compra, come fossimo alle giostre. Il regista si fa imbonitore, il protagonista pura attrazione: noi siamo i gonzi, con il biglietto in mano e la bocca spalancata, stregati da un gioco di specchi che è pura illusione e fantasia. Non tutto funziona in Elvis in sala da mercoledì 22 giugno – ma è fuori discussione che sia uno spettacolo di rara magnificenza. Condivide pregi e difetti dei mosaici più elaborati: lavoro di fine impreziosimento che rischia e supera fin dal principio l’eccesso.

Elvis non chiede il permesso e con le sue due ore e quaranta di racconto erige un Colossal d’altri tempi. La vita del Re del Rock è la caduta di Babilonia: la morte di un essere immortale, ceduto alla leggenda, ma sacrificato all’altare da chi – come il suo manager, vero factotum di questa storia – ha scambiato l’oro per degli specchi.

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Non è un musical e nemmeno un film musicale. Insomma, non è Bohemian Rhapsody. La musica muove le scene come faceva col corpo di Elvis. Non percepiamo coreografie e il montaggio articolato sino all’esasperazione diventa d’improvviso invisibile quando Austin Butler ci guarda negli occhi. Perché è lui la pietra preziosa di quest’arte decorativa così ben composta. Il suo Elvis è magia nera, impersonificazione che rifugge la parodia del trucco e getta nella meraviglia per cura e dedizione.

Non ha paragoni: declassa il Freddie Mercury di Rami Malek e inaugura una nuova categoria. La sua trasformazione è così convincente da contenere le insidie di un film che ha più limiti di quelli che vorrebbe superare e che nonostante ciò assume comunque la parvenza della perfezione per l’effetto carnale e immediato che ha sul pubblico. Austin Butler lancia il cuore oltre lo schermo. Elvis canta, scopa, smuove, vive e muore più volte in uno stesso frame.

Assomiglia al suo protagonista, questo film. Ed è il trucco più riuscito. Perché ne spartisce ambizioni e lacune, ma regge sempre. Come l’ultimo Elvis, quello che cantò Unchained Melody con le poche energie rimaste tre mesi prima di morire, è la conseguenza vivente di un eccesso che ha divorato se stesso eppure intona ancora e sconfina d’emozione. Come ci sia riuscito, Luhrmann, ma anche il suo pupillo ora consegnato al nuovo pantheon di stelle hollywoodiane, resterà a lungo un mistero.

Luhrmann come Michael Bay: dirigere Elvis come un film action

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Buzz Luhrmann è un massimalista ed Elvis è il climax di una carriera. Più di Moulin Rouge! e di The Great Gatsby, Elvis è il cinema che si pensa in grande. L’incipit lo mette in chiaro: il logo della Warner, il nome del regista e il titolo della pellicola si ammantano d’oro e pietre preziose. Nulla esce illeso da questa operazione, neanche lo spettatore. L’estetica di Elvis è un tutto che sconfina e si proietta a noi in un continuo abuso di tecniche cinematografiche avulse all’equilibrio.

Come l’ancheggiare del Re del Rock, Elvis non cade; almeno che non voglia. Ogni scena è una resa dei conti. Siamo dalle parti bizantine, tinte nel blu e incastonate d’oro. Più che film, è un uovo di Fabergé, ma anche un giocattolo elettronico che del rumore fa la propria personalità.

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Intervistato da Jimmy Kimmel, Austin Butler ha raccontato che interpretare Elvis è stato come scalare il monte Everest. Allora abbiamo un nuovo Messner, perché l’attore regala una boccata d’aria. Siamo ostaggio di un’energia che accoglie la sala in un boato di meraviglie. Buzz Luhrman accende la miccia e ogni scena esplode. Ha deciso di essere il Michael Bay del cinema biografico e al contempo di dar fuoco al genere. Perché a Elvis manca struttura e ci lascia in balia di un protagonista che regge ogni scena con uno sforzo fisico che è più agonismo che recitazione.

Un film che si veste di Elvis e solo così concede l’inammissibile: inventa, ricuce, rivede. Momenti mai accaduti diventano scene chiave per la comprensione di un percorso a cui Luhrmann predilige sempre il riassunto.

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In Elvis importa poco spiegare a dovere la vita del cantante. Ci è invece imposta senza argomentazioni. Niente cause, solo effetti. L’approccio di Luhrmann è violento e non accetta compromessi. Il voice over del Colonnello Parker – manager di Presley interpretato da un Tom Hanks sommerso di trucco prostatico – ci priva di libertà. Ogni cosa accade ed è semplicemente mostrata, mai raccontata o dispiegata lungo la durata monumentale del film. Elvis diventa famoso, si innamora, invecchia, peggiora, rinasce. Tutto accade senza di noi: è così e basta. Elvis vorrebbe sembrare pura leggenda, trascrizione di un destino che non poteva essere altrimenti.

Questo è un problema, perché ci priva dei momenti che hanno reso Elvis cerniera di un’epoca che dalla metà del ‘900 in poi avrebbe cercato in ogni modo di ricreare una stella così brillante. Non c’è l’incontro con Nixon, non c’è neanche l’amore per Priscilla (mostrato sempre di passaggio fino al suo malinconico appassimento) o i rapporti con la storica band. C’è solo Elvis, di cui sul finale si enfatizza una solitudine mortifera.

Cogliendo quest’ultimo aspetto, Luhrmann racconta il Re del Rock senza le tappe tipiche della biografia. Elvis è puro decoro e atmosfera, ed è la malinconia – forse il sentimento più vero del personaggio – a prevalere in noi quando lasciamo la sala. Il montaggio smodato e la drammaturgia sempre di passaggio cercano di creare l’evento che li includa tutti. Non ci riesce, ma ci si avvicina.

Quando vediamo Elvis litigare con un amico di cui urla il nome (“Jerry!”), capiamo di non sapere nulla di chi lo circonda. E allora questo film dall’afflato monumentale è invece molto più contenuto e sfrutta le sue quasi tre ore per cucirci all’abito di Elvis senza abbandonarlo mai.

L’unico motore chiaro è però la storia di metà ‘900, di cui il personaggio è continuo controcampo. Muore Kennedy, poi Martin Luther King. Lui osserva dai numerosi televisori, in attesa che la storia venga a prenderlo. Luhrmann si inventa le tempistiche – il comeback special del ’68 sarebbe diretta conseguenza del periodo – ma non è spudorato. L’equilibrio che manca nelle forme è dunque tutto qui, riuscendo nell’impossibile e sconfessando ogni critica.

Anche i re hanno un padrone

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Elvis è raccontato dal suo villain: il Colonnello Parker. La decisione scardina il funzionamento del film e mina le possibilità di essere creduto. La storia di Elvis secondo il famigerato Manager è l’opera definitiva di un imbonitore che cerca di vendere la sua ultima attrazione.

“Io e te siamo la stessa cosa”, arriva a giurare Parker in una formula tipica dei cattivi da supereroe. Elvis è anche questo, e lo dichiara spesso. Tom Hanks è un accessorio di un film che non tratta a dovere l’attore. Sommerso in strati di trucco prostatico, Hanks è una voce e poco più, troppo grosso e malconcio per comunicare più del proprio corpo claudicante. La sua è una maschera dove invece quella di Butler è una vera impersonificazione che non cede all’errore.

C’è una scena che vorrebbe riassumere il cuore del film. È ambientata in un luna park, dove la vita del Colonnello Parker e quella di Elvis sembrano comunicare meglio. Un’attrazione e il suo imbonitore sono legati da un destino comune. Elvis entra nella sala degli specchi e il Colonnello lo segue. Il Re è solo, ma improvvisamente circondato da molti Parker riflessi in un gioco d’illusione che è però vero e tremendo. È una gabbia. Da qui, il film non cambierà mai direzione: la meta è già decisa e l’ineluttabilità di ciò che accade segna la cifra di un film che per quanto gioioso e in festa – un vero concerto – ci percuote d’inesauribile malinconia. Un vero spettacolo.


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Studente di Media e Giornalismo presso La Sapienza. Innamorato del Cinema, di Bologna (ma sto provando a dare il cuore anche a Roma)e di qualunque cosa ben narrata. Infiammato da passioni passeggere e idee irrealizzabili. Mai passatista, ma sempre malinconico al pensiero di Venezia75. Perché il primo Festival non si scorda mai.

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