Eraserhead

«Eraserhead – La mente che cancella», il surreale capolavoro di Lynch

Il rapporto che intercorre tra il cinema e il surreale (o la surrealtà) persiste da tempi remoti. Già agli inizi del XX secolo, la settima arte, mentre muoveva i suoi primi passi, trovò con il movimento surrealista uno specifico sodalizio.

Luis Buñuel e Salvador Dalì furono artefici dell’opera Un chien andalou (1929), manifesto quasi profetico, se pensiamo che lo squarcio compiuto all’occhio è un rimando metaforico a quello dello spettatore, chiamato a osservare tutto quello che non ha mai visto al costo di terribili sofferenze.

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Col tempo sono seguite prestigiose pellicole, quindi i primi importanti registi che hanno fatto del genere il loro marchio di fabbrica. Uno tra questi è, senza dubbio, l’illustre Alfred Hitchcock, il quale ha ricorso più volte il richiamo surrealista sia all’interno delle scene oniriche (Io ti salverò e La donna che visse due volte), sia nelle parti finali (Intrigo internazionale).

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I nomi degli autori che hanno partorito le opere più brillanti sono molteplici e ognuno di loro ha lasciato un’impronta indelebile. David Lynch è uno di questi, dal momento che la sua fama si è prettamente ideata e costruita grazie al dualismo cinema-surreale (e tutti i suoi corollari).

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Velluto Blu, Strade Perdute, Mullholand Drive; e ancora la celebre serie TV I segreti di Twin Peaks, la quale vanta di un prequel Fuoco cammina con me, sono alcuni dei titoli che hanno reso famoso il regista del Missoula. Lynch è riuscito a ideare una vera e propria mitologia, composta da vari richiami simbolici che hanno la caratteristica di susseguirsi per l’intera impalcatura cinematografica.

Tra i suoi film, però, una menziona particolare merita Eraserhead – La mente che cancella, lungometraggio d’esordio del 1977.

«Eraserhead – La mente che cancella», di polli animati e trame assurde

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Sebbene Eraserhead presenti una scrittura complessa, elemento da cui non è esente alcun film di Lynch, è possibile tracciare una trama che riesca a offrire al suo pubblico una linearità. Il protagonista è Henry Spencer (Jack Nance), un tipografo che vive in una città tetra e industriale. Tornato nel suo squallido e piccolo appartamento, riceve una notizia dalla propria vicina (Judith Roberts): la ragazza con cui ha avuto una relazione, l’ha invitato a casa sua per una cena.

Henry non sembra molto contento. Comprendiamo che la loro relazione non sia andata a buon fine da un frame nel quale è possibile osservare la foto strappata della ex fidanzata. Tuttavia a malincuore accetta e la sera stessa si reca nella malandata dimora di Mary X (Charlotte Stewart). Ad accoglierlo è proprio la donna, che, una volta invitatolo a entrare, lo presenta a sua madre Mrs X (Jeanne Bates), nonché al padre Bill X (Allen Joseph).

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Ciò che apparentemente sembra essere una normalissima cena, si tramuta, invece, in una scena davvero bizzarra. Il padre comincia a raccontare una storia strana, il pollo offerto a Henry si anima, senza contare che sia di dimensione estremamente ridotte rispetto al normale. Tra l’altro lo stesso pollo perde sangue da un orifizio. Il tutto, che per lo spettatore è straniante, nell’universo di Eraserhead si delinea in una sua normalità. Comunque sia, apprendiamo lo scopo della cena: Mary X ha partorito un bambino e quindi i due devono necessariamente sposarsi.

Qualche giorno dopo il matrimonio, la coppia convive nell’appartamento di Henry. Ad accoglierlo al suo rientro è proprio la donna che è in procinto di nutrire il loro figlio. Sennonché quest’ultimo è, in realtà, una creatura deforme lontano dalle fattezze umane, il quale trascorre tutto il tempo a piangere in maniera interrotta, tanto che una sera Mary, esasperata e stressata, decide di tornare dai suoi. Da questo momento per Henry inizia un vero e proprio calvario, non solo per il pianto incessante, ma anche perché è costretto a restare segregato in casa per via del bambino.

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Con lo sviluppo della vicenda, l’intera vita di Henry dipende sempre più dall’essere informe. Una sera, la vicina di casa, lo seduce e i due hanno un rapporto sessuale e quando la donna scruta quasi per sbaglio il figlio mutante, ne resta disgustata. Il giorno seguente, il protagonista, svegliatosi da solo, prova a bussare a casa della vicina, ma lei non c’è. Allora la creatura comincia a emettere suoni strani, simili a risate, come se si volesse burlare di lui. Esasperato, sfoga la sua frustrazione sul bambino uccidendolo.

«Eraserhead – La mente che cancella», tra razionalità e inconscio

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Per chi avesse una conoscenza diretta dell’intera filmografia di David Lynch, sa benissimo che dietro alla trama vi è tanto altro. Lo spazio razionale e irrazionale tendono, quasi sempre, a viaggiare su linee parallele, per poi mescolarsi, fino a quando il secondo non prevale sul primo.

La storia nasconde un intero universo all’interno del quale è abbastanza semplice smarrirsi. Ed Eraserhead è uno dei quei prodotti la cui struttura narrativa serve da supporto per l’intero apparato idealistico che lo stesso regista vuole comunicare.

Sin dai primi istanti del film avvertiamo una sensazione di chiusura, di ansia e di angoscia. Un uomo anonimo che vive in una città anonima all’interno di un paesaggio interamente in bianco e nero. Assaporiamo, già alle prime immagini della pellicola, il sentore che Lynch voglia condurci verso una direzione nella quale il piano razionale si vede minato per via della controparte onirica.

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Con un gioco di danze, suoni e rumori, la prospettiva enigmatica comincia a emergere. Ma dove ci vuole condurre Eraserhead e lo stesso protagonista, Henry, un uomo il quale crede sia normale tutto ciò che gli accade attorno, anche la consapevolezza di essere padre di una creatura “aliena”?

«Eraserhead – La mente che cancella», sul significato di incubo

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Il momento, in Eraserhead, in cui la visione di Lynch fuoriesce, è la scena della cena. Prima di essa, vi sono solamente dei fugaci campanelli d’allarme, prima fra tutti gli strani colpi di tosse che Mary X emana quando è seduta sul divano accanto all’uomo. La realtà comincia a distorcersi durante la stessa cena, quindi proseguire per tutta la durata del film.

Percepiamo una sensazione strana, oscura, tenebrosa, talvolta vista dagli occhi dello stesso protagonista. Una convinzione che siamo capitati, senza volerlo, in un incubo privato del contenuto orrorifico. Tra Herny e Mary X non c’è amore, ma pura convenzione. Il loro figlio è solo una bizzarra creatura inumana. Il protagonista, per giunta, si perde in alcune illusioni che scaturiscono dalla sua mente.

Sul finale, la follia raggiunge il suo apice. Osserviamo Henry all’interno di un teatro con una misteriosa donna, già apparsa all’interno della pellicola, che scompare. Improvvisamente la sua testa si stacca dal corpo e dal collo emerge la testa aliena del figlio.

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Il capo, una volta catapultato fuori dal teatro, viene raccolto da un ragazzino. Questo si reca all’interno di una fabbrica e la testa di Henry viene utilizzata per produrre una gomma per matite. Il desiderio di annientarsi, di cancellarsi è così forte in Henry, dal momento che vuole dimenticare la triste realtà in cui vive.

Le inquietanti manifestazioni oniriche, fanno leva su ciò che realmente Henry vuole essere: un uomo libero e felice. Libero e felice dalla monotona vita di sempre, condotta in uno squallido quartiere di una qualunque città priva di identità. Il teatro, che lui il più delle volte immagina, è il luogo dove poter essere se stesso, dove la mente è lontana dalla soffocante prigionia della quotidianità.

«Eraserhead – La mente che cancella» e le mille interpretazioni

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Eraserhead – La mente che cancella è un prodotto dalle mille interpretazioni. Gli interrogativi, in chiave analitica, sono molteplici. Ad esempio: chi è l’uomo che tira una leva a inizio film? Una specie di demiurgo che ricorda il regista, ovvero l’artefice della creazione artistica? Chi è la donna del termosifone? Perché, in alcune scene, si intravedono dei quadretti con all’interno la fotografia del fungo atomico?

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Stando a quanto lo stesso Lynch dichiarò in un’intervista, Eraserhead possiede dei richiami autobiografici. Il regista ha voluto rappresentare le proprie paure, ansie e preoccupazioni del periodo in cui viveva a Filadelfia mentre provava a entrare nel mondo del cinema. E in quella città che detestava, nacque la figlia Jennifer di cui Lynch si prese moltissima cura.

Eppure Eraserhead comunica altro. Per quanto la compagine personale sia visibile, Lynch vuole narrare la sua visione del mondo. In particolar modo, il triste destino che l’uomo moderno è costretto a subire. Fato che lo costringe a sottostare agli aspetti più nefasti e inquietanti, da cui difficilmente riesce a sottrarsi.


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