«Favolacce», il nuovo film dei fratelli D’Innocenzo tra favole e parolacce

In un maggio tra i più neri della storia del cinema recente esce, purtroppo solo in streaming, Favolacce dei fratelli D’Innocenzo, un film che stavamo tutti aspettando e che ha ottenuto il plauso della critica internazionale dopo la vittoria dell’Orso d’argento per la sceneggiatura alla Berlinale 2020.

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Favolacce

Per chi ancora non li conosce Fabio e Damiano d’Innocenzo hanno 31 anni, e vengono da Tor Bella Monaca, una frazione di Roma. Autodidatti, hanno esordito alla Berlinale nel 2018 nella sezione “Panorama” con La terra dell’abbastanza, un film di genere chiaramente figlio del cinema di Matteo Garrone – con cui i due avevano già collaborato in Dogman – ma comunque dotato di una buona dose di emotività e di sensibilità giovanile, quasi adolescenziale, come l’età dei due protagonisti, Mirko e Manolo, compari o forse reincarnazione dei Ciro e Marco di Gomorra.  

Favolacce

Cresciuti tra Anzio, Nettuno e Lavinio per seguire il padre pescatore, I fratelli d’Innocenzo non hanno mai frequentato prestigiose scuole di cinema, ma, come raccontano loro stessi, si sono formati da soli, o meglio insieme. Iscritti all’Istituto Alberghiero, lavorano come fattorini, giardinieri e camerieri, ma studiano il cinema, quasi di nascosto dal mondo, grazie ai lungometraggi disponibili su YouTube.

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I due fratelli però non guardano solo film, li scrivono. Dopo anni di ricerca personale e cinematografica, nasce Favolacce, storia concepita quando i due avevano solo diciannove anni. L’emblematico titolo, spiegano i gemelli, nasce dalla sintesi di due parole apparentemente discordanti: «favole» e «parolacce».

La storia

Favolacce

Il film esordisce con un interessante e misterioso espediente narrativo:

«M’è capitata una cosa curiosa settimane fa: ho trovato il diario di una bambina. Io quel diario l’ho tenuto, perchè quella vita mi piaceva! Quanto segue è ispirato a una storia vera, la storia vera è ispirata a una storia falsa… la storia falsa non è molto ispirata».

Chi è che sta parlando? Uno dei protagonisti? Non lo sapremo mai. Come non sapremo mai se la storia sia falsa o vera, rimaneggiata forse da un narratore beffardo (qui la voce di Max Tortora) che si diverte a mescolare le carte per incrociare realtà e fantasia.

Favolacce

Favolacce si propone di raccontare la normalità dai toni cupi di una qualsiasi provincia italiana, simbolicamente identificata qui nel quartiere romano di Spinaceto, già protagonista in Caro Diario di Nanni Moretti. Lo Spinaceto, come il diario ritrovato della bambina, è solo punto di partenza di un viaggio surreale che sfocia nell’incubo, perdendosi in un’irriconoscibile periferia. La periferia quindi diventa metafora di una sofferenza tanto universale quanto anonima, tipica dei mediocri. Non si tratta più di una periferia dei luoghi, ma di una periferia dell’anima, come amano definirla i fratelli d’Innocenzo, che ricorda le case colorate de La terra dell’abbastanza e i motel di Un sogno chiamato Florida di Sean Baker: contenitori di vite ai margini.

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Favolacce

Simile al loro progetto artistico e fotografico intitolato Farmacia notturna, in Favolacce fratelli d’Innocenzo realizzano un reportage famigliare, chiaramente ispirato alla loro infanzia, forgiata da un’Italia “trash” piccolo borghese che negli ultimi 20 anni ha saputo dare il peggio di sé. Lontana ma comunque presente, l’Italia anni 90 – 2000 dei fratelli d’Innocenzo, chiaramente identificabile nella merenda a base di ringo e nello skifidol come gadget del pacchetto di patatine, è una società che si fonda sull’odio, sull’invidia, sulla prevaricazione, esercitati da madri succubi e padri-padroni, qui esemplificati nel capo della famiglia Placido, Bruno, ben interpretato dal sempre impeccabile Elio Germano. Quattro sono infatti le famiglie protagoniste in questo algido quartiere della periferia romana, e la famiglia Placido è apparentemente la più perfetta. I due figli, Dennis e Alessia, bravissimi a scuola, sono il vanto del quartiere, così come la piscina artificiale che desta l’invidia di tutti. I Placido sono solo i primi della fila di un mosaico sociale disastrato che, dietro le finestre delle casette a schiera, narra le vicende, quotidiane e allo stesso tempo inquietanti, che costellano le giornate dei bambini del quartiere.

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Favolacce

La vicenda nasconde dietro all’immagine di famiglie apparentemente normali le frustrazioni generate da un sistema in crisi che lascia indietro gli ultimi, senza alcuna speranza di riscatto. In un goffo tentativo di imitare la “bella vita”, sogno americano lontanissimo, le famiglie dello Spinaceto aspettano, come il padre di Manolo ne La Terra dell’abbastanza, il momento della fatidica “svolta”, abbronzandosi in giardino e sguazzando in piscine artificiali che imitano i tratti della villetta californiana.

Bambini e adulti a confronto

Favolacce

Centrale in Favolacce è la contrapposizione tra il mondo dei bambini e quello degli adulti, due dimensioni parallele che appaiono qui incapaci di comunicare. Gli adulti, ormai corrotti da una società dell’apparenza che li vuole arrabbiati e impietosi, perdono qualsiasi istinto di genitorialità, riversando sui figli le insoddisfazioni di una vita mal riuscita. Forse l’unico che può sperare di salvarsi è Amelio Guerrini, un bravissimo Gabriel Montesi, un uomo solo e un padre che cerca di essere all’altezza di questo ruolo. Alla ricerca di conferme, cresce un figlio a sua immagine e somiglianza («sei come me! Sei come me!») organizzando per lui inusuali appuntamenti al buio con una coetanea, facendogli guidare il suo furgone e festeggiare insieme sorseggiando birra. Nella roulotte dei Guerrini si compensano le incertezze del futuro con le piccole soddisfazioni del presente, emulando i tratti di una famiglia (il padre si rivolge agli altri sempre alla prima persona plurale) senza avere nemmeno una fissa dimora. Il desiderio di emancipazione e il sogno di un vita diversa sono la spinta che il salverà da un borgo ormai stregato. È con la loro fuga che l’intera storia ricomincia, un nuovo inizio o forse solo un inesorabile ritorno al punto di partenza.

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Favolacce

Ennesima non-famiglia è quella di Vilma (Ileana D’Ambra), ragazza-madre che dà alla luce una bambina che non vorrà mai tenere in braccio. Una gravidanza probabilmente non voluta e le tristi prospettive di una vita ben lontana dalle parole del cantante pop Paolo Meneguzzi («Oh Sara / Che cammini sotto il sole / Hai deciso di partire / Per cercare un’altra vita»), colonna sonora del film, conducono alla presa di coscienza di una classe di mediocri destinati a soccombere. La sua storia si conclude con una tragedia forse annunciata, sublimazione di un sistema di valori che stronca la vita sul nascere e che si fa solo notizia di sottofondo, accolta dagli spettatori del telegiornale con allarmante indifferenza, elemento chiave che prelude a un tragico epilogo.

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La perdita dell’innocenzo

Il precoce confronto dei bambini con il sesso genera nello spettatore una senso di disturbo, nonostante si tratti solo di allusioni. Quasi offerto loro da adulti che ormai hanno perso qualsiasi forma di  delicatezza, alcuni bambini vedono il sesso come una “faccenda da sbrigare”. Ciò genera nei giovani protagonisti una confusione sessuale e sentimentale che stravolge il loro piccolo universo. Se Dennis rifiuta “l’allettante offerta” di una acerba coetanea per spiare il corpo gravido di una donna più matura, Geremia per ora ha solo bisogno di una presenza amica che lo faccia sorridere e stare bene.

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Un spicchio di bellezza i due registi lo dedicano a Viola, taciturna, occhi blu e corpo esile, una bambina capace di un timido gesto d’amore, vittima di una prevaricazione che seppur banale è molto dolorosa. La scena in cui le vengono rasati i capelli a causa dei pidocchi è infinita e insopportabile, e la trasforma in una sorta di eroina che grazie alla parrucca nera ci ricorda la Mia Wallace di Tarantino.

Uno stile narrativo sopra le righe

Il punto di forza di Favolacce risiede nell’originale stile narrativo usato dai registi. I primi piani deformati, i volti sfuocati, e i dialoghi fuori campo ricordano alcune sequenze del più disturbante e complesso dei film di Garrone, Primo amore, mentre il blu e il rosa del cinema di quartiere rimandano ai neon e ai titoli di testa di Gomorra. Paradossale è il leit motiv cromatico del film, il verde dell’acqua stagnante, dei prati incolti, delle magliette scolorite, dell’acqua e menta, degli interni, il colore della speranza per una storia che di speranza ne offre ben poca. Girato in presa diretta, il sonoro mette in evidenzia i passi, gli ansimi, i rumori, che fanno da sottofondo ad una parlata romana masticata tra i denti, a volte poco intelligibile. 

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In un’alternanza di leggerezza e malvagità, la periferia dei fratelli D’Innocenzo genera orrore e sgomento, un non luogo quasi nauseabondo che distorce i volti dei bambini, cosi come la loro visione della vita, all’inizio verginale e vulnerabile.

Per quanto realistico possa apparire, Favolacce è in realtà un fantasy racchiuso in una forma potente e ancestrale, che è quella della favola che, come insegnano i fratelli Grimm, ci aiuta ad esorcizzare i nostri mostri interiori. Metafora di una società che si riflette in un’infanzia priva di speranze, il secondo lavoro dei fratelli d’Innocenzo è un racconto corale che lascia intravedere il finale di una storia appunto già scritta – il diario – una condanna sociale senza scampo che ha i connotati della più inquietante normalità.


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