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Another gaze: lo sguardo femminile sul mondo

Una selezione dei migliori film diretti da registe capaci di osservare il mondo da nuove prospettive. Un'alternativa al male gaze, solo su NPC Watch.

17 minuti di lettura

Con Another gaze si intende uno sguardo altro rispetto a ciò che è comune, diffuso, preminente, uno sguardo capace di offrire una visione differente del mondo, una maniera diversa di osservare e raccontare le cose, i fatti della vita, le relazioni, i sentimenti, le vicende che accadono.

Ancora oggi con Another gaze si intende uno sguardo minoritario rispetto al male gaze, lo sguardo maschile, che domina il panorama cinematografico generale. I film inclusi in questa lista sono realizzati da donne il cui genere definisce e influisce sul loro sguardo, registe donne che vogliono proporre nuove modalità di racconto, approcci innovativi al cinema, discorsi originali, personali, unici.

Ognuno dei film presentati di seguito rappresenta una possibilità di espressione, un genere, un particolare sguardo.

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Il classico: Le Bonheur (1965) di Agnès Varda

Le Bonheur NPC Magazine

Agnes Varda è stata definita in vari modi, lei che le definizioni le ha sempre rifuggite, ma è indubbio che sia considerata la madre della nouvelle vague e una tra le più importanti innovatrici del cinema internazionale.

Le Bonheur, o Il verde prato dell’amore, è il suo terzo film, vincitore dell’Orso d’argento al Festival di Berlino del 1965. È la storia di François (Jean-Claude Drouot) e Thérèse (Claire Drouot) che, sposati con due figli, conducono una vita serena e ricca di amore, fino all’innamoramento inaspettato e improvviso di François per Émilie (Marie-France Boyer).

I due iniziano una relazione vissuta dall’uomo in maniera serena, senza inganni nei confronti della moglie, tanto che le confesserà l’esistenza di questo rapporto e la sua intenzione a non interromperlo. Dopo la rivelazione di François la moglie viene trovata morta nel fiume, Varda non specifica ma è ovvio pensare al suicidio, passa qualche tempo e François, in maniera molto naturale, sostituisce la moglie con la vecchia amante.

Varda propone un triangolo amoroso ambientato in un’epoca in cui le unioni tradizionali cominciavano a tramontare per lasciare spazio a un modo nuovo di intendere i rapporti e il sesso, la sua è una riflessione sui rapporti d’amore, sulle relazioni, sulla monogamia, l’amore e il tradimento del tutto innovativa e spiazzante: l’uomo, vero centro nevralgico del racconto e protagonista assoluto, riesce a vivere la sua doppia relazione in maniera serena, nelle sue intenzioni non c’è cattiveria nei confronti della moglie, ma non c’è nemmeno l’intenzione di comprendere i suoi sentimenti, talmente appagato e soddisfatto della sua situazione gli risulta impossibile anche solo pensare che quelle stesse circostanze siano invece causa di dolore per la moglie.

La successiva, naturale, sostituzione della moglie con l’ex amante (ora compagna) è la palese dichiarazione di quanto Thérèse non fosse considerata come persona in sé dal marito, ma venisse oggettificata e subordinata in pieno a ruolo di madre e moglie in un contesto totalmente casalingo. Non essendo considerata persona ma solo ruolo diventerà infatti facilmente sostituibile.

Oltre alla tematica d’avanguardia e al modo di approcciarvisi del tutto innovativo da parte di Varda, l’altro punto forte del film è sicuramente l’estetica di chiara ispirazione pittorica, in particolar modo impressionista sia per la costruzione dei quadri che per l’utilizzo dei colori, estetica che è funzionale al racconto sviluppato dalla regista e aiuta a suscitare la sensazioni ed emozioni ricercate. In questo Varda è sempre stata una regista particolarmente attenta e giustamente ammirata.

Il romanzo di formazione secondo Rosemary Myers: Girl Asleep (2015)

Girl Asleep

Primo film per Rosemary Myers che adatta la sua opera teatrale del 2014, Girl Asleep è in tutto e per tutto una storia di formazione di una ragazza di quattordici anni che, appena arrivata in una città nuova e in una nuova scuola, deve affrontare cosa vuol dire crescere ed entrare nell’età adulta. Greta Driscoll (Bethany Whitmore) è impreparata a gestire le pressioni a cui viene sottoposta dalla società, dalla famiglia, dalla scuola e dai suoi coetanei, non ha gli strumenti per farlo, non sa come gestire le situazioni e il suo stesso diventare donna. Deve trovare un proprio modo di sentirsi a suo agio, trovare un suo spazio nel mondo che la faccia sentire bene con sé stessa e con gli altri.

Il punto culminante della storia si ha durante la festa di compleanno che i genitori decidono di organizzare a Greta, un evento in cui la ragazza si sente esposta a giudizi e imposizioni: da una parte i genitori che decidono per lei senza chiedere il suo parere fino a farle indossare un vestito che palesemente non la fa sentire a proprio agio, dall’altra i compagni di scuola ancora per lo più sconosciuti che richiedono e impongono un’interazione sociale che Greta non è propensa ad avere.

L’unico conforto di Greta dovrebbe essere il suo unico amico Elliot (Harrison Feldman), un ragazzo strambo ed emarginato, che però assume un atteggiamento di pretesa e imposizione nei confronti di Greta, mostrandosi interessato a lei in un modo differente dalla semplice amicizia a chiedendole qualcosa in più.

Sopraffatta dal disagio e dall’inadeguatezza, Greta sarà catapultata in un mondo parallelo, metafora del passaggio esistenziale ma anche emotivo che deve affrontare. Greta si ritrova a dover compiere una metaforica fuga in una foresta magica in cui deve confrontarsi con mostri, proiezioni irreali dei propri famigliari e altri personaggi mitici. Affrontati i propri demoni farà ritorno alla realtà con più consapevolezza e determinazione, simboleggiata per esempio dalla decisione di dimettere i panni imposti dalla famiglia (l’abito rosa grazioso) e indossare quelli che lei stessa sceglie per sé stessa, non convenzionali ma più personali (l’abito maschile di Elliot). Questa maggior presa di coscienza corrisponde anche a una ritrovata serenità.

Lo stile visivo di Rosemary Myers è sicuramente derivativo e il punto di riferimento che per primo salta all’occhio è sicuramente Wes Anderson riscontrabile nell’ambientazione anni ‘70 e nell’estetica esagerata e quasi caricaturale; un altro punto di riferimento è forse Spike Jonze che con le sue visioni fantastiche ha probabilmente ispirato la creazione del mondo parallelo da parte di Myers.

Nonostante le palesi influenze, la regista riesce a rielaborarle in maniera consapevole e personale creando un ambientazione dal forte sapore teatrale che invece di essere limitante diventa il punto forte dell’intera produzione.

Indagine dei rapporti famigliari con So Much Water (2013) di Ana Guevara e Leticia Jorge

So much Water NPC Magazine

La pioggia ininterrotta costringe un padre divorziato e i suoi due figli a stare chiusi nella loro stanza durante una vacanza che avrebbe voluto fosse divertente e memorabile per tutti e tre. L’impossibilità di vivere esperienze e avventure e la noia derivante dall’assenza di attività per passare il tempo portano i tre a provare vari sentimenti e a stringere nuovi legami.

Il racconto di Ana Guevara e Leticia Jorge è delicato e semplice, non cerca di stupire ma propone soltanto piccoli episodi famigliari che insieme formano un puzzle di emozioni a cui è difficile dare un nome ma in cui è possibile trovare dolore, assenza, risentimento, impotenza, rimorso, dolcezza, divertimento, accudimento, protezione, insicurezza e amore.

Alberto (Nestor Guzzini) è un padre che non può vivere la quotidianità con i propri figli ma che ha il grande desiderio di creare un forte legame con loro e vede in questa vacanza la sua occasione; Federico (Joaquin Castiglioni) è il figlio più piccolo, ancora troppo, forse, per elaborare coscientemente la situazione famigliare e il suo rapporto col padre; Lucia (Malú Chouza) è la vera protagonista della storia, un’adolescente insoddisfatta e insicura, come lo sono tutte le adolescenti, che frappone un muro tra sé e quel padre che forse percepisce come fin troppo estraneo.

Il rapporto genitori e figli è sempre complicato nell’età dell’adolescenza, ancora di più quando ci si aggiunge l’estraneità tra i componenti e la mancanza di basi su cui poggiare le fondamenta di questo legame. Ma la vacanza infausta si trasformerà in un’occasione per la riscoperta in cui saranno le cose apparentemente più insignificanti, i momenti minimi a fare la differenza e ad alimentare il sentimento e l’affezione reciproca.

Alberto da una parte e Lucia dall’altra non è che non provino affetto e amore reciproco, solo che non sanno come stare insieme, come interagire, così che anche le cose più facili appaiano come macigni. L’abilità delle due registe è stata quella di mettere al centro del loro racconto Lucia con tutto il suo carico emotivo, il suo desiderio di adolescente di fuga dal nucleo famigliare e la ricerca di attenzioni da parte di un ragazzo, ma di non dimenticare la presenza fondamentale del padre e la costruzione del loro rapporto, la scoperta di un possibile punto di incontro che svolterà l’intera relazione famigliare.

Il risveglio femminista con The Awakening of the Ants (2019) di Antonella Sudasassi

The Awakening of the ants NPC Magazine

Sudasassi racconta la storia di Isabella (Daniela Valenciano) moglie di Alcides (Leyner Gomez) e madre di due bambine la cui vita in Costa Rica si sviluppa tra la cura della casa, della famiglia e il suo lavoro di sarta. Isabella non si è mai posta il problema di contestare il suo stile di vita perché così ha vissuto sua madre e così vivono anche le altre donne, è una situazione interiorizzata e generalmente accettata. Ma le pressioni di un’altra gravidanza per cercare di avere finalmente un erede maschio che le arrivano dalla suocera, dal marito, dall’intera famiglia, risvegliano in lei una coscienza nuova, una presa di posizione più forte e controcorrente.

È il risveglio dalla propria individualità, quello di una donna che decide di rompere le regole scritte per lei da qualcun altro, qualcuno che non conosce minimamente i suoi desideri e i suoi bisogni in quanto donna. Sudassassi riesce a realizzare un affresco intimo, delicato, in precario equilibrio, in cui il centro propulsore è la donna, moglie e madre, ma i cui desideri non vengono ascoltati, una donna dedita alla cura ma che nessuno accudisce, una donna instancabile che non chiede nulla per sé e che non riceve riconoscenza. Alcides, il marito, si ritrova spiazzato dal comportamento della moglie, non è preparato ad affrontare un cambiamento del genere, non è stato cresciuto per relazionarsi con una moglie che non è sottomessa docilmente.

Tutto, però, avviene in maniera cauta, tenue, non ci sono grandi stravolgimenti, urla, grida, Isabella attua la propria rivoluzione personale a piccoli passi accordando su questa nuova partizione anche il resto della sua famiglia, così che anche quel marito prima incurante troverà un modo nuovo di relazionarsi a lei. Antonella Sudasassi sembra dirci che il cambiamento è possibile, anche dove è apparentemente più difficile.

Il cortometraggio: Egg (2018) di Martina Scarpelli

Egg Scarpelli NPC Magazine

Martina Scarpelli sceglie l’animazione come mezzo d’espressione per affrontare una tematica molto personale e difficile in una maniera però efficace e ammirevole. È l’anoressia il tema al centro di questo lavoro e Scarpelli in soli 12 minuti è in grado di esporre in modo chiaro gli aspetti anche controversi di questo argomento.

Egg è la storia di una donna che deve mangiare un uovo ma non vuole, non riesce, quando lo fa l’uovo le cresce dentro quasi fino ad inghiottirla, fino a che poi la donna riesce a riprendere il controllo. Proprio il controllo è uno dei temi maggiormente legati all’anoressia, il controllo delle proprie azioni, della propria mente, del proprio corpo. Controllare sé stessa per esaudire un bisogno di perfezione, provare paura nel fallimento, annegare in questo fallimento.

Controllo, fallimento e ricerca della perfezione sono al centro della riflessione di Scarpelli che adotta uno stile visivo scarno, brutale, inquietante ma sempre elegante. C’è largo uso di un simbolismo mai banale, della ripresa dell’iconografia greco-romana e della credenza degli antichi che il piacere del cibo sia legato al tatto e non al gusto, molteplici livelli condensati in pochi minuti fanno di Egg un cortometraggio estremamente profondo, sconvolgente nella sua semplicità e nel potere di coinvolgimento che dimostra.


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Chiara Cazzaniga, amante dell'arte in ogni sua forma, cinema, libri, musica, fotografia e di tutto ciò che racconta qualcosa e regala emozioni.
È in perenne conflitto con la provincia in cui vive, nel frattempo sogna il rumore della città e ferma immagini accompagnandole a parole confuse.
Ha difficoltà a parlare chiaramente di sé e nelle foto non sorride mai.

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