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Frances McDormand, 3 film per capire un’attrice e donna radicale

3 film per scoprire l'attrice in lotta con Hollywood

16 minuti di lettura

Frances McDormand è una donna fuori dagli schemi, un’attrice fuori dagli schemi, una donna attenta e impegnata nelle vita privata e in quella pubblica, come nei ruoli che decide di interpretare. È una delle attrici internazionali più amate e apprezzate. Sarà per la sua naturalezza, per il suo spirito anticonformista, sarà per la sua integrità, per la delicatezza e la forza. Sarà per la sua dedizione al lavoro e per il suo talento. Questo è stato premiato all’ultima notte degli Oscar, dove di statuette McDormand ne ha vinte due, miglior attrice e miglior film per Nomadland di Chloé Zhao. Un traguardo unico che la fa diventare la donna con il maggior numero di Oscar vinti.

Frances McDormand

Ma, si sa, i premi non possono essere considerati l’unico metro di valutazione per il merito e la bravura di un’artista. È però utile ricordare come siano importanti, se non necessari per gli artisti, non solo per il prestigio e la visibilità, ma anche, e soprattutto, per il potere che possono conferire e le possibilità che possono offrire. A questo aspetto si lega la polemica che molto di frequente ritorna riferita alla forte disparità di premi vinti dalle donne rispetto agli uomini. Agli Oscar di quest’anno, 2021, Chloé Zhao è stata premiata nella categoria per la miglior regia ed è la seconda donna ad aggiudicarsi il premio dopo Kathryn Bigelow che lo ha vinto nel 2010 per il film The Hurt Locker. Nomadland è il film dell’anno, apprezzato da più parti e acclamato ai festival, a partire dal Festival di Venezia, passando per i Golden Globe arrivando dritto agli Oscar. Un trionfo per il film e per McDormand che ne è l’interprete principale e la produttrice.

C’è tanto delle intenzioni di McDormand in Nomadland e Fern, la protagonista, è molto simile ad altre donne portate in scena dall’attrice. È interessante osservare quali ruoli l’attrice ha deciso di interpretare in questi anni e più in generale a quali prodotti ha deciso di collaborare. I ruoli che abbiamo scelto di ricordare sono quelli con cui McDormand ha vinto come miglior attrice protagonista, ma al di la dei premi sono ricordati oggi per l’attenzione e la cura con cui sono scritti e per l’impegno e il trasporto con cui sono interpretati. Non sono molti i personaggi che un’attrice può interpretare che possano dirsi autonomi, non asserviti a un altro personaggio maschile e quindi non relegati a ruoli secondari e funzionali di madre, moglie, amante, figlia.

Abbiamo quindi voluto ricordare Marge, Mildred e Fern perché tutte tre sono donne bellissime, caparbie, rigorose e radicali. Perché McDormand è una donna e un’attrice consapevole e ha sfruttato il palco degli Oscar per lanciare messaggi importanti che parlano del suo impegno, della sua attenzione, del suo femminismo.

Fargo (1996), di Joel ed Ethan Coen

Frances McDormand-Fargo

Nel mondo grottesco e surreale dei Coen brothers può succedere tutto e il contrario di tutto. Ogni risata ha un retrogusto amaro e nessun piano va mai come progettato. È quello che accade anche in Fargo, film che è una sorta di rilettura ironica di un poliziesco in cui la realtà si confonde con l’assurdo. Un venditore di auto assume due sicari inconcludenti per inscenare il rapimento della moglie e impossessarsi della metà della cifra richiesta per il riscatto. Una poliziotta incinta indaga. Il finale tragicomico non manca, come non manca la scrittura attenta e mirabile dei due registi che, infatti, sono stati premiati con l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale.

Fargo è anche il primo Oscar vinto da McDormand che interpreta la poliziotta Marge, assente per la prima mezz’ora del film e che in generale compare relativamente poco rispetto agli altri comprimari. Ma nonostante questo catalizza su di sé l’attenzione, accentrando nel suo personaggio tutte le virtù positive mancanti negli altri personaggi. Ogni uomo coinvolto in questa storia, il suocero ricco, il venditore disperato, i criminali incapaci, è caratterizzato dall’avidità, desiderio incontrollato trasversale e unificante. Marge è l’unica a non essere toccata da questo sentimento e il suo pensiero, per certi versi moralizzante, è riassunto nell’ultima frase pronunciata di rimprovero al criminale semimuto:

“C’è di più nella vita che un po’ di soldi, lo sai. Ed eccoti qui. Ed è una bella giornata. Proprio non lo capisco”

Marge, unica donna della storia oltre alla moglie rapita, non riesce a capire tutti questi uomini che in definitiva risultano meschini, immorali, inetti. È l’unica che sa trovare la bellezza in una giornata qualunque e la sorpresa infantile si sposa in lei con un’intelligenza acuta che le permette di compiere il suo lavoro meglio di qualunque altro uomo. Inoltre, lo sguardo dei Coen alla coppia composta da Marge e il marito con l’hobby della pittura è al tempo stesso delicato e senza scrupoli, e riesce così a evidenziare l’amore sincero che intercorre tra i due, ma anche gli aspetti più banali e mediocri.

Nel suo discorso di ringraziamento agli Oscar non perde l’occasione di sottolineare la fortuna e il privilegio di poter scegliere di interpretare personaggi femminili complessi e ben scritti. Ringraziando gli uomini della sua vita si definisce con i tre nominativi di attrice, donna e madre, i tre aspetti della sua personalità.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017), di Martin McDonagh

Frances McDormand-Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Frances McDormand interpreta Mildred, madre arrabbiata, bramosa di vendetta per la morte della figlia, uccisa dopo essere stata stuprata. Mildred non è l’unica a Ebbing, Missouri ad essere arrabbiata o che si arrabbierà o che cercherà vendetta, anche altri personaggi sono mossi da questi sentimenti o li subiscono diventando delle vittime. Questa è la base tematica su cui poggia il film su cui si innestano molte altre riflessioni: la critica all’istituzione, il razzismo, il sessismo, la discriminazione, il merito, la punizione, la redenzione.

Mildred è una donna ruvida, rude, che non scende a compromessi con la polizia inconcludente, razzista e omofoba e nemmeno con se stessa. Non si perdona le ultime parole gridate in faccia alla figlia, che alla luce dei fatti risuonano come una maledizione, un malaugurio e probabilmente non si perdona di non essere riuscita a difenderla, di non essere riuscita a evitare lo stupro e l’uccisione. E come avrebbe potuto? Non perdona la polizia che ha smesso di tentare di cercare un colpevole e questo ai suoi occhi appare come una rinuncia per indifferenza. Un’altra donna morta, un’altra donna stuprata. Solo una in più, dopotutto. Non perdona il colpevole, l’uomo o gli uomini che hanno fatto questo, gli stupratori, gli assassini. E il plurale è giustificato dal fatto che la rabbia di Mildred non può essere indirizzata verso nessuno e quindi verrà indirizzata verso tutti.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri è un film sulla rabbia e sulla vendetta. La vendetta di Mildred e di Dixon (Sam Rockwell straordinario, vincitore anch’egli dell’Oscar come miglior attore non protagonista) due personaggi che si situano agli antipodi, inconciliabili e presentati infatti come nemici. Segnati entrambi da traumi profondi compiranno uno sviluppo, un arco evolutivo che li porterà a incontrarsi in quel punto a metà strada tra il desiderio di violenza e la consapevolezza che un morto in più non sistemerà le cose. La Mildred di Frances McDormand è una donna che è facile comprendere, ma per cui non è facile provare simpatia. Lei non cerca di far capire il suo punto di vista, lo impone senza concessioni. Ma se questo avviene in una cittadina trumpiana, razzista, ignorante e bifolca la narrazione si complica. Mildred non è compiacente mai, con nessuno e per niente, per far valere le sue convinzioni e ciò in cui crede impiegherà tutta se stessa, anche a costo di rimetterci lei per prima. Tre manifesti a Ebbing, Missouri è un film sulla rabbia, sulla necessità di superarla e il bisogno di comprendere come la vendetta sia fine a se stessa.

Nel discorso che farà agli Oscar di quell’anno Frances McDormand invita tutte le colleghe attrici, produttrici, truccatrici, stiliste etc. nominate ad alzarsi in piedi così che le telecamere possano riprenderle tutte e tutti possano sapere quante sono le donne meritevoli che lavorano nell’industria cinematografica.

Dopo di che con due parole finali porta alla ribalta un tema fondamentale: la clausola d’inclusione o Inclusion rider. Si tratta di una disposizione nel contratto di un regista o di un attore per pretendere un certo livello di diversità nel casting e nel personale di produzione. Registi e attori possono così sfruttare il loro potere per ampliare la percentuale di inclusività dei prodotti cinematografici, aumentare la rappresentabilità e usare il loro privilegio a favore di categorie con meno possibilità.

Nomadland (2020), di Chloé Zhao

Frances McDormand-Nomadland

Il film di quest’anno vede al centro Fren, una donna che ha superato i sessant’anni a cui è morto il marito e che a causa della Grande recessione ha perso il lavoro e la cittadina dove abita si spopola. Decide, obbligata anche dagli eventi, di diventare una nomade, una senza casa, ma non una senza tetto, come specificherà lei stessa nel film. La storia è tratta da un libro ed era un argomento che stava molto a cuore a Frances McDormand. Chloé Zhao riesce a superare la romanticizzazione della vita senza fissa dimora e racconta anche le problematiche e le criticità di una vita di questo tipo. Lo fa senza calcare la mano, quasi apparentemente solo sfiorando il tema, pochi semplici momenti sono in realtà molto forti e significativi e parlano molto chiaro.

È un viaggio senza meta e senza fine quello che ha intrapreso Fern, un viaggio di scoperta di sé, di svuotamento, di riduzione all’essenziale. Una scelta di vita di questo tipo comporta inevitabilmente il rifiuto di ogni convenzione sociale, e richiede quasi per obbligo la rinuncia ai beni materiali, che per Fern sono dei ricordi del suo matrimonio e della sua vita precedente. Liberarsene significherà per lei spogliarsi sempre più da restrizioni che impedivano il suo progredire fisico ed esistenziale.

Non è secondario per importanza la scelta di porre come protagonista del film una donna che non può più definirsi giovane, una donna che sta invecchiando. È sicuramente un argomento che premeva molto a McDormand stessa, inserita in un’industria cinematografica che sembra apparentemente non invecchiare mai e che richiede e impone ai suoi attori standard estetici ferrei e innaturali. Una donna di una certa età viene molto spesso esclusa dalla rappresentazione perché non corrisponde più ai canoni di bellezza e stereotipizzazione; sono molte infatti le attrici che superata una certa età fanno sempre più fatica a trovare ruoli da interpretare e gli effetti della chirurgia estetica sono quanto mai evidenti e spesso più deleteri che altro. Interpretare ruoli che non rientrino nella logica patriarcale e giudicante è difficile per una donna dell’età di McDormand, perché questi ruoli non esistono, rivendicare la normalità è quindi essenziale.

Il discorso alla notte degli Oscar quest’anno è stato breve, conciso, ma molto preciso nel sottolineare la dedizione e l’impegno che questa attrice dispone in ogni progetto a cui collabora:

I have no words. My voice is in my sword. We know the sword is our work, and I like work. Thank you for knowing that, and thanks for this.”


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Chiara Cazzaniga

Chiara Cazzaniga, amante dell'arte in ogni sua forma, cinema, libri, musica, fotografia e di tutto ciò che racconta qualcosa e regala emozioni.
È in perenne conflitto con la provincia in cui vive, nel frattempo sogna il rumore della città e ferma immagini accompagnandole a parole confuse.
Ha difficoltà a parlare chiaramente di sé e nelle foto non sorride mai.

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