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Gangs of New York film

Gangs of New York, con Scorsese dove finisce l’America

4 minuti di lettura

Ispirato a The Gangs of New York: An Informal History of the Underworld, un trattato del 1928 sulle gang armate che popolavano il quartiere newyorkese dei Five Points nell’XIX secolo, il film di Martin Scorsese è una gigantesca epopea colma di umori, sapori – una fatica quasi fisica.

A differenza delle pellicole ‘standard’, in cui la sceneggiatura è materiale grezzo, tutt’al più discorso letterario in attesa di traduzione visiva, Gangs of New York condensa voci e parole, immagini che sembrano fuoriuscire da un magma in ebollizione, dall’impasto di sudore e degrado che impregna ogni fotogramma. Siamo a cavallo, del resto, tra lo Scorsese di Bringing Out the Dead (1999) e quello più controllato, quasi “museale” di The Departed (2006), già proiettato verso un racconto “politico” della degradazione in terra, atto a slabbrare i confini del bene e male, a far piazza pulita delle categoria valoriali.

Gangs of New York è un viaggio ai confini di una nazione

Gangs of New York Leonardo Di Caprio

La sua terra di frontiera, nata dall’esproprio e dalla barbarie, si alimenta ancora di miti, di una supposta purezza che sfocia nel sopruso per farsi rappresentazione – procedendo all’indietro – di una società giunta al grado zero della moralità, in una sorta di analfabetismo etico costante. Lo scontro tra i “Conigli Morti” guidati da Amsterdam Vallon (Leonardo Di Caprio) e i “Nativi”, capitanati da Bill “il Macellaio” (Daniel Day-Lewis), è emblema di una crisi più ampia, quella dell’Americanness tematizzata dal cinema post-11 settembre ora riconducibile al gangster movie ora al genere crime, in una labilità di confini che è specchio di condizioni etiche intercambiabili.

L’ingente materiale visivo e soggettistico utilizzato carica Gangs of New York di una potenza visiva stentorea, quasi a rendere fisicamente lo sforzo, la sozzura della materia. La violenza stessa è fatta di unto e sangue, i personaggi grondano polvere, i vicoli sono disgustosi. C’è fatica dietro ogni fotogramma, un senso di morte che è quello della vecchia New York, la cui archeologia è affidata al cinema, in un recupero memoriale che si serve di immagini accelerate, flashback improvvisi e lunghi piani sequenza.

Il montaggio alternato, per mezzo del quale le sequenze appaiono giustapposte, a primo impatto scollegate, fa esplodere la trama in un furore steinbeckiano, sì che ogni ardore, ogni vezzo stilistico è ricondotto a un quadro di generale magnificenza, in cui il tempo del racconto coincide in parte con quello della Storia. Il conflitto tra Bill e Amsterdam, nature antitetiche e complementari, è un viaggio alle origini di una Nazione, lo scavo in un territorio sepolto da odi e ipocrisie, perbenismo e ragioni.

Gangs of New York Daniel Day Lewis

Non c’è spazio, nel loro mondo, per lo scorrere del tempo. Soli e ridotti a feticci, combattono una guerra in proprio, con epidermidi squarciate e carni che si gonfiano, teste mozzate e ferite stillanti sangue.

La morte di Bill, “nativo” d’America che si confessa avvolto nella bandiera a stelle e strisce, è allora – al netto della crudeltà – metafora di una fine più ampia, il passaggio dall’età dell’orrore, dell’innocenza macchiata, agli anni della “libertà”, della democrazia da esportare.

Nessuno si salva, nell’universo di Scorsese, e Gangs of New York ha un aspetto cupamente terminale, un’aura di sgradevolezza in una società che chiede solo il piacere, il giusto grado di separazione dall’orrore.


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Laureata con lode in Filologia Moderna presso l’Università di Roma "La Sapienza" con tesi magistrale dal titolo Da piazza Fontana al caso Moro: gli intellettuali e gli “anni di piombo”. È giornalista pubblicista e collabora con webzine e riviste culturali occupandosi prevalentemente di cinema e letteratura otto-novecentesca. Ha pubblicato su Treccani.it e O.B.L.I.O. – Osservatorio Bibliografico della Letteratura Italiana Otto-novecentesca, di cui è anche membro di redazione. Lavora come Ufficio stampa e media. Nel luglio 2021 ha fatto parte della giuria di Cinelido – Festival del Cinema Italiano dedicato al cortometraggio.

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