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Glass Onion: l’ambigua minaccia dietro il sottile vetro di cristallo

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9 minuti di lettura

Ammettiamolo, Rian Johnson è quella persona di cui non sapevamo di aver bisogno. D’altronde dopo aver salvato parte dell’ultima trilogia di Star Wars ed essere riuscito a cavalcare abilmente gli ultimi bagliori del giallo classico, quello per intenderci alla Sherlock Holmes con investigatori nei panni di gentlemen altolocati, non sorprende che nel nuovo Glass Onion – Knives Out più che di giallo è meglio parlare di true crime. Guarda caso la nuova frontiera dello storytelling: il giallo vestito di oro e diamanti che sguiscia nella lotta di classe, amplificato dalle miriadi di podcast che adattano in fiction storie già vecchie e ripassate più volte ma che, sotto i riflettori della nuova generazione di narratori, assumono una nuova luce.

Glass Onion segue lo stesso principio. Un true crime già scritto, con una risoluzione meno mindblown del primo Knives Out (quello che in Italia è arrivato dal titolo Cena con delitto) e un caso di omicidio del quale, a conti fatti, sembra più un MacGuffin che la sostanza della storia in sé. Affrettatevi però: Netflix non perdona, e Glass Onion è disponibile in sala solo per una settimana a partire dal 23 novembre. Tutti gli altri si dovranno accontentare dell’uscita in piattaforma verso fine anno, precisamente il 23 dicembre.

La trama vorticosa di Glass Onion

Glass Onion Knives Out NPC Magazine

Benoit Blanc (Daniel Craig) è invitato ancora per sbaglio su un’isola di proprietà del miliardario Miles Bron (Edward Norton), un informatico che fece fortuna grazie alla startup di nuova generazione chiamata Alpha. Durante il lockdown causato dalla pandemia Miles decide di organizzare una cena con delitto insieme ai suoi amici più fidati: l’ex modella e twittatrice sfegatata Birdie (Kate Hudson) e la sua compagna di merende Peg (Jessica Henwick); lo streamer da un milione di follower e noto maschilista etero-basic Duke (Dave Bautista) e la sua ragazza oggetto Whiskey (Madelyn Cline); lo scienziato di fama mondiale Lionel (Leslie Odom Jr.); e infine la governatrice del Connecticut Claire (Kathryn Hahn) in lizza per le nuove elezioni. Nessuno sa, però, che all’invito risponderà anche un ospite inaspettato: l’ex collega, ex detentrice e fondatrice del progetto Alpha, Andi Brand (Janelle Monáe).

Johnson punta i riflettori su un variegato gruppo di personaggi iconici e talmente stereotipati, ma allo stesso tempo prototipici, che risultano unici e riconoscibili dai primi secondi. Glass Onion non cambia schema in fatto di investigazioni, e i protagonisti si ritrovano ingabbiati al centro di un concatenamento intricato e complottista. La trama è quindi quella a cui Johnson ormai ci ha abituato da tempo: misteriosa, frenetica, dai dialoghi serrati, doppiogiochista e vorticosa (alla Hitchcock).

Tuttavia il punto di forza di Glass Onion è quello di riuscire a spaziare ampiamente tra i generi. Se Knives Out è un giallo puro, infatti, il suo seguito usa il genere d’investigazione come pretesto per instillare dosi di thriller, critica sociale e ovviamente satira (di cui il primo film è già pregno). E sebbene Blanc sia lo stesso personaggio, a metà tra un canzonatorio Sherlock Holmes e un geniale Hercule Poirot – Johnson, che sia fan della letteratura criminale classica si era capito? – Glass Onion è, come anticipato, un caso di omicidio che fa da ponte tra la narrativa giallistica novecentesca e il true crime youtubico di nuova generazione.

Knives Out è un dittico fatto di ciambelle e cipolle

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Come Blanc nel primo film espone l’ormai iconica teoria della ciambella (o meglio, donut) paragonandola al caso di omicidio in corso, in Glass Onion ritornano anche qui i parallelismi culinari, ma questa volta ripescando dal contesto pop – Glass Onion, come la canzone in The Beatles del 1968 – e dalla struttura sociale dei protagonisti. Il mistero non è più un vuoto cosmico indecifrabile, un leitmotif narrativo; bensì una sostanziale minaccia visibile agli occhi di tutti e di una estrema e banale concretezza.

D’altronde i protagonisti della vicenda sono una razza diversa rispetto a quelli di Knives Out. Anziché mettere al centro del film ricchi borghesi ereditari, Johnson scova il peggio che l’America può dare, il gradino più alto della corruzione capitalistica: i figli del sogno americano. Se infatti in Knives Out la disastrosa famiglia è lo specchio di una società imborghesita, in Glass Onion la plateale compagnia di amici del miliardario sono, al contrario, lo specchio dell’asservimento a un guru leviatano. Il potere che ha nelle mani mette le radici come una pianta parassita, coprendo ogni cosa, tappando ogni tipo di spiraglio del libero pensiero a un’apparente classe sociale ignava e inetta.

In fondo si deve a Mussolini la frase storica che ha pronunciato nei confronti di Gabriele D’Annunzio, un’artista troppo libertino in uno stato troppo fascista: “è come un dente guasto: o lo si estirpa o lo si ricopre d’oro.” Finita l’epoca dei totalitarismi (in occidente almeno) l’alternativa dell’estirpare membri dalla società è diventata un tabù. Però non si potrebbe dire la stessa cosa per quanto riguarda il ricoprirli d’oro.

Glass Onion e l’invito a disintegrare quel sottile vetro divisivo

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Il rapporto tra Miles e i suoi amici ha insito lo stesso schema: lui miliardario che ha fatto fortuna con Alpha, loro aiutanti di Babbo Natale che nel momento del bisogno intascano il bottino “dalle poppe d’oro” del loro capetto. C’è chi direbbe che siamo di fronte all’ennesimo schema piramidale, con il più ricco in alto e gli altri sotto. In realtà è ancora lo stesso titolo del film che ne suggerisce la struttura. Glass Onion: una cipolla di vetro. Perché, come una cipolla, l’impero costruito da Miles è fatto a strati, ma allo stesso tempo è trasparente, come il vetro, in cui tutto – tra difetti, omicidi, sotterfugi, complotti – è posizionato alla luce del sole.

Tutti possono vederne l’ipocrisia che si cela dietro, ma nessuno la nota. Perché, come le indecifrabili sculture che Miles mantiene nella cupola della sua villa, la verità è in realtà un’apparenza intricata. Non esiste invece nessun mistero per chi vuole dominare ed è nato per farlo, non fino a quando rimane alzata la vetrata che divide chi conta da chi è sacrificabile. Agli ultimi basti ricordare che spesso e volentieri quella vetrata non è altro che un sottile velo di cristallo costosissimo, ma anche e soprattutto fragilissimo.


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Studente alla Statale di Milano ma cresciuto e formato a Lecco. Il suo luogo preferito è il Monte Resegone anche se non ci è mai andato. Ama i luoghi freddi e odia quelli caldi, ama però le persone calde e odia quelle fredde. Ripete almeno due volte al giorno "questo *inserire film* è la morte del cinema". Studia comunicazione ma in fondo sa che era meglio ingegneria.

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