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Gran Bollito, note su un film anomalo e coraggioso

Al crocevia tra la commedia, il drammatico, l'horror e il grottesco, Gran Bollito non è il capolavoro annunciato ma resta di diritto nella storia del cinema italiano. Ecco perché

5 minuti di lettura

Correva l’anno 1977, un’altra Italia e un altro cinema. Il toscano Mauro Bolognini firma in quell’anno Gran Bollito, un film supportato da un grande sforzo produttivo e destinato a lasciare un’impronta (nonostante lo scarso esito commerciale, al momento dell’uscita). Un’opera tanto controllata, nei suoi molteplici registri, quanto folle nelle premesse.

Sorretto da un cast di prim’ordine, che lascia senza parole (Shelley Winters, Max Von Sydow, Alberto Lionello, Milena Vukotic, Adriana Asti, Laura Antonelli, Renato Pozzetto, Franco Branciaroli), il film si pone al crocevia tra la commedia, il drammatico, l’horror e il grottesco. Un gioco pericoloso, funambolico, che necessita di un difficile equilibrio. Bolognini riesce a cadere in piedi, e liberamente ispirato dalle gesta della saponificatrice di Collegno, Leonarda Cianciulli, dirige con mano sicura una sinfonia di melodie incrociate, di colori contrastanti, senza sbavature e forzature. 

La saponificatrice di Correggio: la vera storia di Gran Bollito

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Chi era, Leonarda Cianciulli? Ultima di sei figli, originaria dell’Irpinia e nata alla fine del diciannovesimo secolo, Leonarda Vittoria Giuseppa era una donna minuta e apparentemente affabile. Raccontò di essere stata maldetta dalla madre, alla vigilia della nozze, e di aver partorito dodici figli, otto dei quali non riuscirono a sopravvivere. Madre premurosa (e morbosa), dopo diversi anni di matrimonio venne abbandonata dal marito. Intrisa di superstizioni, abituata a compiere piccoli riti quotidiani a scopo propiziatorio, la Cianciulli si rese colpevole di tre omicidi, compiuti con fredda premeditazione ai danni di donne sole. Dai corpi delle sventurate ricavò saponette e biscotti.

Riconosciuta colpevole, come da sua ammissione, venne internata in manicomio e vi trascorse il resto della sua vita. Assai curiosa è la testimonianza attribuita ad una suora che la conobbe nel periodo di reclusione:

preparava dolci gustosissimi, che però nessuna detenuta si azzardava a mangiare. Credevano che contenessero qualche sostanza magica

Un brodo torbido e ribollente

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Gran Bollito ripercorre le gesta della serial killer limitandosi al periodo cruciale in cui si svolsero gli omicidi. La donna viene ritratta con piglio freddo e determinato, ma al contempo sostanzialmente inconsapevole della gravità dei suoi atti. L’accento campano ne caratterizza ulteriormente il personaggio.
Il profumo di grottesco è dato dalla trovata apparentemente assurda di fare interpretare agli attori maschili anche un ruolo femminile.

Spicca in questo senso l’interpretazione di Alberto Lionello. Meno incisivo, ma comunque adatto, Renato Pozzetto, e un po’ sacrificato Max Von Sydow. Le note di Enzo Jannacci, malinconiche ed essenziali, chiudono il cerchio.

Un ottimo film, è indubbio. Ma tutto sommato, volendo spaccare il capello in quattro, posizionato un passo indietro rispetto allo status di capolavoro che talvolta gli viene attribuito. La somma aritmetica delle parti, viste le ambizioni e i nomi altisonanti coinvolti nel progetto, pare infatti superiore al risultato effettivo, comunque lodevole.

Nella prima parte, sembra quasi non accadere nulla. 

Pare il lento e minaccioso ribollire di un brodo denso e maleodorante (un bollito appunto), che preannuncia l’irrompere della follia, non appena raggiunta la temperatura fatale. A rendere un’atmosfera torbida, fatto di paranoie e di drammi personali, contribuisce una fotografia dai toni scuri. 

Questa apparente staticità, che nasconde una parata di mostri digrignanti, è suggerita anche da una regia sobria, dall’assenza di inquadrature estrose, dai movimenti lenti e controllati delle riprese. 
Poi, la follia si rivela. Senza grandi proclami, senza particolari spiegazioni. Quasi fosse una logica conclusione, un approdo inevitabile. 

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Resta indelebile, nella memoria degli spettatori, soprattutto la potente interpretazione di Shelley Winters, protagonista e vero perno di Gran Bollito, capace di risultare eccessiva e credibile al tempo stesso. Una prova magistrale, la sua, che spicca in questo caleidoscopio di ingredienti, nel piatto sontuoso che Bolognini ha voluto servire agli spettatori. E consegna Gran Bollito, film anomalo e coraggioso, alla storia del cinema italiano.


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