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Gran Torino, Clint Eastwood tra delusione e futuro

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5 minuti di lettura

Un Eastwood minore è sempre un piacere maggiore”. È questo quello che si pensa ogni volta che ci si approccia a un film di Clint Eastwood. Ma con Gran Torino siamo di fronte a un film diverso. La pellicola, infatti, è minore solo nell’accoglienza. È un film che l’Academy ha snobbato e che quindi potrebbe passare in sordina quando si parla dei grandi capolavori del maestro, da Mystic river a Milion dollar baby e altri.

Gran Torino è un film piccolo, lineare e semplice nella struttura. Walt Kowalski (Clint Eastwood) è un reduce della guerra di corea. Vive in un quartiere residenziale, che si è popolato di migranti di origine Hmong. Ormai è solo, visto che la moglie è morta da poco, e si appresta anch’egli a morire, divorato da un tumore ai polmoni. Non è in buoni rapporti con i suoi figli, i quali sembrano più interessati alla sua eredità che alla sua salute. Inizialmente scontroso e maleducato verso i suoi vicini Hmong, si avvicinerà a una famiglia in particolare, salvando più volte la vita a Thao e Sue, fratello e sorella, i più giovani della famiglia.

Redenzione, delusione e crescita in Gran Torino

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Il film apparentemente sembrerebbe parlare di razzismo; in realtà, parla di redenzione e di maturazione. È il percorso di Thao verso la vita adulta e il percorso di Walt verso le nuove generazioni. Walt non crede più nel futuro e nella vita: tutta la sua vita era sua moglie, la quale una volta persa ha lasciato in lui solo rabbia e rancore, sviluppati soprattutto nella guerra di corea. Walt è inoltre deluso dai suoi figli, non si sente compreso e forse neanche vuole esserlo.

Ogni rapporto che ha è forzato e basico. L’unico amico che sembra avere è il suo barbiere italo-americano. È forzato anche l’incontro con Thao, che viene costretto da sua nonna ad aiutare Walt in casa per scusarsi di aver provato a rubare la sua gran torino. È da questo ultimo rapporto forzato che Walt trova una speranza, una scintilla che non trovava nella generazione di americani coetanei dei suoi figli.

Il messaggio di Gran Torino al centro trova la delusione, quella delusione che la generazione di Walt prova verso i suoi figli, adagiati sugli Stati Uniti creati dai loro padri. Una delusione che trova appoggio nelle nuove generazioni di americani rappresentati da Thao, ragazzo chiuso e insicuro, che non si riconosce in uno stato che non è il suo e che per necessità ha dovuto accettare.

La stratificazione del popolo americano in Gran Torino

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Gran Torino quindi parla di generazioni. Il film, nelle fasi iniziali e soprattutto nella scena in cui Walt va dal barbiere, ti fa capire che sia il protagonista che il suo Barbiere sono immigrati di prima generazione, uno polacco e l’altro italiano. Ora si sentono americani, hanno combattuto le guerre americane, hanno aiutato la causa dello stato che li ha accolti. E quindi Walt nell’insofferenza di Thao rivede magari se stesso, catapultato in un nuovo mondo e inizialmente incapace di affrontarlo per farlo proprio.

Il passaggio di testimone è poi sancito dal sacrificio che Walt fa per salvare la famiglia di Thao dalle mire della gang che aveva stuprato Sue, e dal dono in eredità della sua gran torino. Quella macchina è un’allegoria dell’America, di cui Walt si è preso sempre cura, che i suoi figli non hanno voluto e che ora è nelle mani delle nuove generazioni. Nelle mani di Thao.

Questo film è quindi un grande spaccato sulla stratificazione del popolo americano, “inventato” ma vivo, e sulla redenzione di un uomo che è razzista forse solo perché a sua volta è stato vittima di razzismo (la comunità polacca non era vista di buon occhio), e di maturazione perché Walt capisce che un futuro c’è, ma che non è più il suo.

Articolo di Francesco Silla


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