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House Of Gucci film

House of Gucci è stravagante e non sappiamo perché

Scopriamo il nuovo film di Ridley Scott in sala da 16 dicembre

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5 minuti di lettura

Il nuovo film firmato Ridley Scott e prodotto dalla Metro Goldwyn Mayer, House of Gucci, uscirà in sala il 16 Dicembre, eppure ha già scatenato diverse polemiche. La trama ripercorre gli eventi che hanno portato alla tragica morte dell’imprenditore Maurizio Gucci, capo della famosissima casa di moda a conduzione familiare, avvenuto per mano dell’ex moglie Patrizia Reggiani.

Vantandosi di un cast pluristellare (Lady Gaga, Adam Driver, Jeremy Irons, Al Pacino, Jared Leto, Salma Hayek), chi lo ha già visto in lingua originale non è sembrato rimanerne entusiasta. Qualcuno sostiene che l’accento italiano di Lady Gaga (che interpreta la ex signora Gucci) sembri russo, altri che venga sminuito il celebre marchio simbolo di un’italianità senza tempo. Addirittura la famiglia Gucci sta pensando di fare causa alla MGM, ma tutte queste polemiche sono comprensibili o siamo di fronte all’ennesima trovata di marketing?

I tanti problemi di House of Gucci

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La sceneggiatura si ispira al libro House of Gucci. Una storia vera di moda, avidità, crimine di Sara Gay Forden, un documento di 450 pagine che indaga sulle radici della famiglia più influente nella moda Made in Italy, eppure a differenza del manoscritto, quest’ultima presenta non poche incongruenze con la realtà dei fatti.

In primo luogo, i personaggi sono tutti rappresentati in maniera piuttosto umiliante: Maurizio (Adam Driver) è un uomo insipido e passivo, che si lascia travolgere dagli eventi, Aldo (Al Pacino) ricorda un gangster lascivo, Paolo (Jared Leto) è inguardabile, ma soprattutto inascoltabile. Quest’ultimo in particolare, pare la caricatura di uno stereotipo italiano: è molto eccentrico, urla e gesticola in maniera decisamente eccessiva e viene dipinto come quello che chiameremmo comunemente uno sfigato.

Parliamo del doppiaggio

House of Gucci Lady Gaga

A rendere però il tutto veramente cringe sono gli accenti degli attori. Ebbene sì, perché per chi non lo sapesse il film in lingua originale è interamente recitato in inglese con accento italiano, intermezzato da qualche espressione tipica del Belpaese. Tra tutti gli interpreti anglofoni, è difficile dire chi abbia fatto il lavoro peggiore. Sorge quindi spontanea una domanda: non sarebbe stato più semplice scegliere un cast italiano per raccontare questo caso di cronaca avvenuto a Milano? O, perlomeno, se proprio l’utilizzo di star hollywoodiane era indispensabile, lasciare che parlassero in inglese senza inutili fronzoli?

Inoltre, l’aspetto psicologico dei personaggi viene indagato in maniera troppo irrisoria. Per esempio, non vediamo quasi nulla della rabbia crescente che ha portato Patrizia a maturare l’omicidio. Ridley Scott infatti preferisce concentrarsi su Paolo che dà da mangiare ai suoi uccelli o sulle fughe in Svizzera di Maurizio, scelte che forse avrebbero potuto essere evitate. Sarebbe invece stato più interessante capire le dinamiche soggiacenti ad un atto tanto estremo.

Lo stilista e regista Tom Ford (Reeve Carney), che entra in scena solo nella seconda metà del film, è il vero salvatore che si distacca totalmente dall’operato pregresso del marchio per portare alto il nome del Sogno Americano, decisamente osannato in contrapposizione alla tradizione familiare italiana, che ne risulta screditata. Gli arabi, che comprano il 50% delle azioni, sono coloro che risollevano Gucci dalla rovina. Nella realtà però, sappiamo che non è andata proprio così e che prima del tracollo finanziario l’azienda ha vissuto un momento di prosperità.

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Per citare il fashion-designer Tom Ford, rimasto a sua volta incredulo alla visione di House Of Gucci, durante la narrazione ci sono numerosi momenti divertenti che intrattengono lo spettatore. Il problema è che non si capisce bene se la comicità sia voluta o meno.

La grandezza del film sta nelle musiche e nei costumi vintage, che ci calano in un passato recente in cui molti potranno ritrovarsi, uniti ad una regia curata nei minimi dettagli. Questi pregi però sono in forte contrasto con una trama superficiale nella sceneggiatura e a tratti trash, che finisce per fornire un quadro distante dalla realtà e discriminatorio per il marchio Gucci e l’Italia in generale e di cui non si capisce bene il fine ultimo.

Ciò che è certo è che, con le sue 2 ore e 40 di durata, House Of Gucci non annoia.


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Classe ‘98. Studio giornalismo e amo tutto ciò che mi fa sentire viva: i film, la musica rock, il palcoscenico e di tanto in tanto qualche sport estremo. Ho un occhio di riguardo per la filosofia e la psicologia. Mi piace pensarmi libera.

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