«Hunger», libertà e morte nell’opera di Steve McQueen

ARTICOLO 5: Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti.

Articolo 7: Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.

Gli articoli 5 e 7 qui richiamati, tratti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, approvata e proclamata il 10 Dicembre del 1948, sembrano estremamente condivisibili. Eppure la storia ha insegnato come possano essere violati. Ed il mondo del cinema, volente o meno, ha saputo mettere in mostra lo scontro tra principi e realizzazione pratica.

Steve McQueen, scultore e fotografo, al Festival di Cannes, anno 2008, ha tradotto tutto questo in un gioiello di difficile replica. Signore e Signori, ecco a voi Hunger.

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Hunger

«Hunger», la trama

Il film, in modalità inedite, permette di rivivere in chiara visione l’esperienza all’interno del carcere di Long Kesh, nell’Irlanda del Nord, durante il periodo di guerra civile dell’IRA, l’associazione paramilitare che s’è battuta per porre termine all’egemonia inglese, a favore della riunificazione con l’Irlanda. Il protagonista della vicenda è Robert Gerard Sands, detto Bobby (Michael Fassbender), esponente di spicco dell’associazione, che organizza l’azione dall’interno del carcere. Sono diverse le forme di sciopero, al fine di ottenere il riconoscimento dello status di prigioniero politico: la blanket protest ( rifiuto di indossare l’uniforme) e la dirty protest ( rifiuto della propria igiene e dell’uso dei bagni). L’ultima misura è la più cruenta: uno sciopero della fame che non lascia speranze.

Hunger

La libertà di essere in carcere

Hunger è un film violento e viscerale, intimo e invadente. Gli individui incarcerati vengono privati del riconoscimento di prigionieri politici. Per riaffermare la propria libertà, passano attraverso una nuova rinuncia – dei vestiti, dell’igiene, del proprio corpo. Portare avanti la protesta significa dilatare la guerra civile che si svolge nelle strade, nelle piazze, al’interno di quattro mura. Il movimento dall’esterno all’interno è soprattutto psicologico: guardie e detenuti sono spesso visti nei loro momenti precedenti e successivi alle barbarie, nella loro stanchezza, nella loro ripresa, nella loro infinita solitudine.

Il corpo è l’elemento dominante di Hunger: nocche sanguinolente, teste folte di capelli, toraci smagriti. Mortificato continuamente, strumento di ideologie e ruoli troppo forti, troppo duri, che non permettono dialogo, ma solo scontro, violenza; mai superamento, ma solo identità schiacciate contro il muro.

Hunger

Un dialogo impossibile

Il film è contraddistinto da pochi dialoghi, tanti rumori e immagini visivamente potenti. E nel bel mezzo della pellicola, venti minuti intensi, di cui diciassette in un unico piano sequenza, in cui si staglia il dialogo tra Bobby e Padre Dominic Moran ( Liam Cunningham). Unico momento dialettico, i due discutono della decisione definitiva dello sciopero della fame, che porterà la morte di diversi detenuti. Le posizioni dei due protagonisti, entrambe repubblicane, entrambe avverse alle politiche inglesi, si incagliano sull’eterna questione della moralità del fare.

Hunger

Bobby rivendica l’autenticità e l’assoluta necessità delle proprie operazioni; per farlo, racconta di un viaggio nel Donegal durante il quale lui e i suoi amici, ragazzi, trovarono in riva ad un fiume un puledro con una zampa spezzata: nessuno voleva porre finire alla sua sofferenza ma solo lui prese l’iniziativa e affogò il puledro, motivo per cui all’epoca venne punito. A distanza di anni, la radicalità che accompagna Bobby nella protesta è ancora estremamente semplice, e in tale semplicità trova tutta la propria forza.

Trattare, come suggerisce il prete, sarebbe come tradire, come mancare la saldatura tra idee e prassi. La coerenza motiva Bobby ed i suoi compagni, incapaci di trovare accordi, e la volontà giustifica moralmente le loro decisioni. La volontà protratta a costo della morte, altro non è che la vertigine della libertà.

Stefano Sogne

Amo le storie. Che siano una partita di calcio, un romanzo, un film o la biografia di qualcuno. Mi piace seguire il lento dispiegarsi di una trama, che sia imprevedibile; le memorie di una vita, o di un giorno. Preferisco il passato al presente, il bianco e nero al colore, ma non disdegno il Technicolor. Bulimico di generi cinematografici, purché pongano domande e dubbi nello spettatore.
Stefano Sogne