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Il capo perfetto, ascesa e disfatta di un perfezionista

Javier Bardem in una delle miglior interpretazioni della scorsa stagione cinematografica.

8 minuti di lettura

Nella short-list dei film spagnoli candidabili agli Oscar 2022, Il capo perfetto (El buen patrón) era arrivato a un passo dalla cinquina che si sarebbe affrontata per la statuetta al Miglior film straniero del 2022. Alla fine, però, non ce l’ha fatta. L’ultimo prodotto di Fernando León de Aranoadisponibile su Sky e NOW dal 12 giugno 2022 – è una commedia drammatica disinvolta, sicura tanto nella critica sociale di cui si investe tanto quanto nella forza dei suoi interpreti, Javier Bardem su tutti.

Storia di un’ossessione

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All’azienda Bilance Blanco tutto funziona secondo un rigido schema. Questo perché il capo Julio Blanco (Javier Bardem) non lascia sfuggire nulla alla sua supervisione, dalle consegne di materiale alla fase di produzione, sino alla vita sentimentale dei suoi stessi dipendenti. Questa ossessione di controllo lo porta da una parte al successo imprenditoriale – l’azienda è in gara per un premio regionale – ma dall’altra all’annullamento della sua vita personale.

I problemi per Blanco sono dovunque: un dipendente (interpretato da Óscar de la Fuente) licenziato per un taglio di personale che fa picchetto davanti all’ingresso dell’azienda; un altro (Manolo Solo) che impazzisce per la sua situazione coniugale non troppo felice; e infine, una stagista (Almudena Amor) con la quale ha una breve storia, solo per scoprire troppo tardi che si tratta della figlia di un suo ex compagno di università. Alla fine, Blanco ottiene il premio tanto ambito, ma al prezzo di sotterfugi, manipolazioni, di vite intralciate e modellate a suo piacimento. La sua vittoria è solo apparente

Un nuovo punto di vista

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Nel 2002, Aranoa aveva diretto I lunedì al sole (Los lunes al sol), pellicola sul disagio di un gruppo di operai navali licenziati e ambientata a Gijón, sul Golfo di Biscaglia. Il protagonista era sempre Javier Bardem, che tuttavia interpretava il ruolo di un ex operaio impegnato in proteste e lotte sindacali.

Con Il capo perfetto, dunque, Aranoa crea la visione speculare e opposta del suo vecchio film, decidendo di sondare il mondo del lavoro attraverso gli occhi dell’imprenditore, del capo d’azienda.

Il capo e il padre

Come abbiamo già accennato, il perfezionismo di Blanco sfocia nel controllo assillante dei suoi dipendenti, tanto sul posto di lavoro quanto nella loro vita privata. Quando il suo più fedele collaboratore gli confessa di sospettare che la moglie lo stia tradendo, Blanco lo aiuta a pedinarla e arriva persino a uscire a pranzo con lei per dissuaderla dai suoi intenti infedeli. Oppure, quando il figlio di un altro dipendente viene arrestato per aggressione, Blanco lo fa rilasciare e gli fa la predica.

Questo comportamento viene giustificato sin dall’inizio del film, dove un compiaciuto Blanco rivela ai suoi dipendenti: “Voi sapete che io e mia moglie non abbiamo figli. E non ne abbiamo bisogno, perché voi siete i nostri figli”. Affetto per alcuni, paternalismo per altri. Un sentimento che si rispecchia persino nel titolo originale della pellicola, El buen patrón: in spagnolo, infatti, “patrón” è traducibile con “difensore”, “protettore” o “guardiano”, e l’accezione di “capo” è soltanto secondaria, se non terziaria. Il corrispondente più valido per l’italiano “capo” e l’inglese “boss” sarebbe “jefe”.

La metafora della bilancia

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In accordo con la meticolosità maniacale del suo titolare, all’azienda Blanco si producono bilance di diverse fogge e dimensioni. Ai cancelli d’entrata, una bilancia con problemi di calibratura sarà oggetto di discussioni e complicazioni per tutto il film, soprattutto in vista dell’arrivo della commissione regionale che dovrà valutare la competenza della ditta. “Fabbrichiamo bilance. Non possiamo permetterci imprecisioni” chiosa Blanco, e più volte ripete una frase simile per giustificare le sue azioni più sleali nei confronti di chi lo circonda. E tuttavia, nonostante egli paia avere tutto sotto controllo, una sensazione di precarietà aleggia per tutta la pellicola.

Lo si può intuire persino dalla locandina, che mostra una bilancia con Blanco su un piatto, e i suoi dipendenti e la sua famiglia sull’altro. Lui, sorridente, a braccia aperte; loro, oscurati, ammassati, in procinto di cadere. È Blanco che pesa di più sulla bilancia, a scapito di tutti.

Un grande Javier Bardem

Per alcuni, la natura quasi caricaturale di certi personaggi (pensiamo alla guardia, o anche al dipendente licenziato) potrebbe risultare un punto a sfavore de Il Capo Perfetto. A questa monodimensionalità, però, Blanco sfugge. Egli, come molti ottimi protagonisti, sa piacere anche nelle sue terribili imperfezioni.

La critica è unanime negli elogi alla performance di Bardem, che con i suoi sorrisi sornioni, i suoi sguardi penetranti e la sua gestualità robusta ha dato vita al suo Julio Blanco. È un personaggio che effonde sicurezza e stabilità, ma al contempo inspira diffidenza e timore. Come un contrappeso, tiene saldo l’intero film.

Il Capo Perfetto e una filosofia di vita fallace

Il capo perfetto gode del suo umorismo caustico e mordace: i dialoghi sciolti e lesti nelle battute beffarde ne sono la miglior prova. È una storia attuale, sintomatica dei nostri tempi e dei cambiamenti sociali che essi stanno apportando. Non si ritrae quando è il momento di mostrare i difetti umani, e anzi li mette in bella mostra sul piatto della bilancia.

Lo scarto tra argomento e tono è l’ingrediente principale di ogni dramedy che si rispetti, e Il capo perfetto non fa eccezione. La serietà della materia ci viene presentata attraverso una lente comica. Per questo motivo tutto sembra finire bene, sebbene il film non si concluda serenamente. Il successo di Blanco, difatti, è illusorio. Come lui stesso dice: “A volte devi truccare la bilancia per trovare l’equilibrio”. Ma è proprio questa falsità di base che esclude un qualsivoglia equilibrio e rivela che la filosofia di vita del protagonista è fallace.


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Classe 1998, ho studiato Lingue e Letterature Straniere all’Università Statale di Milano. Ammaliata da quella tragicità che solo la letteratura russa sa toccare, ho dato il mio cuore a Dostoevskij e a Majakovskij. Viale del tramonto, La finestra sul cortile e Ritorno al futuro sono tra i miei film preferiti, ma ho anche un debole per l’animazione. A volte mi rattristo perché so che non mi basterebbero cento vite per imparare tutto ciò che vorrei.

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