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Una foto di Giuseppe Quatriglio da una scena de Il cassetto segreto

Il cassetto segreto, microcosmi passati, presenti e futuri

8 minuti di lettura

Il cassetto segreto di Costanza Quatriglio, presentato alla 74esima Berlinale, si apre con uno strappo, con una tenera lacerazione: la regista, uno dei nomi di punta del cinema del reale e tra le autrici del docufilm Aria, decide di donare l’archivio del padre Giuseppe alla regione Sicilia, e, nel farlo, apre le porte di casa agli archivisti, ai bibliotecari e alla sua macchina da presa, che media il rapporto complesso tra il corpo e lo spazio.

Il cassetto segreto è il risultato di quest’apertura verso l’esterno e di ri-apertura verso l’interno, dell’indagine di una casa che si è sempre conosciuta attraverso il corpo e i sensi attraverso lo sguardo esterno ed estraneo dell’obiettivo.

Lo sguardo esterno è di Giuseppe Quatriglio, firma storica del Giornale di Sicilia e inviato in giro per il mondo: la stessa Costanza, nel mostrare i video dei viaggi del padre a Berlino, a Parigi e in America, sottolinea la peculiarità di quello sguardo «siciliano e mediterraneo» ma capace di guardare la Sicilia con lo sguardo pieno di stupore e di curiosità di chi viene da fuori.

Giuseppe Quatriglio è il simbolo di un certo modo di fare giornalismo in via di estinzione: la sua biblioteca, tra documenti, migliaia di negativi fotografici, bobine 8mm e ore di registrazioni audio, ricompone il ritratto di un mondo ormai scomparso che nella sua assenza continua ad ossessionarci.

Una scatola cinese di volti, strade e storie

Foto in bianco e nero di Giuseppe Quatriglio durante uno dei suoi viaggi in una scena de Il cassetto segreto.

Su questo rapporto tra esterno e interno, tra famiglia e società, tra nazione e mondo, si costruisce il sapere che emerge dalle viscere della biblioteca di Quatriglio, che in tutta la sua fragile e imponente materialità viene trasposta su altri dispositivi, incanalata in altre tecnologie.

Il trasferimento non sta solo nel faticoso trasloco dalla casa all’archivio pubblico, ma anche nel passaggio al dispositivo del cinema: il materiale d’archivio si ricompone sullo schermo e si articola in un grande racconto novecentesco, che di questo secolo fa una rassegna di voci, volti e territori.

Dal volto sorridente di Anna Magnani alla foto mossa di Enrico Fermi seduto alla sua scrivania, ai video di Ignazio Buttitta con la sua voce di sottofondo che si interroga sul futuro degli uomini fino alla foto delle macerie dopo il terremoto di Belice e la voce di Carlo Levi che parla del Meridione e della violenza dell’emigrazione. E poi gli appunti di un Quatriglio quasi novantenne che scrive da una zona di soglia, ad limina, lasciando sedimentare sulla carta gli ultimi segreti che aspettano di essere svelati.

E l’unica in grado di farlo è la figlia Costanza: il film si apre proprio con una sorta di legittimazione, con la voce della madre che le conferisce il diritto di aprire il cassetto segreto e di frugare tra i ricordi. In quanto figlia, Costanza è l’unica che può spacchettare i segreti e trasformarli in un’eredità tramandabile, riproducibile e condivisibile.

Ne Il cassetto segreto, il cinema diventa strumento e specchio della memoria, in grado di parcellizzarla, di dividerla in frammenti, di ricomporla e moltiplicarla, restituendo allo sguardo del pubblico una moltitudine di storie di diversa grandezza e interdipendenti, come delle scatole cinesi contenute una dentro l’altra.

Come la storia dei due amanti di Gibellina raccontata attraverso le lettere ritrovate dal padre ed evocate dal ricordo delle macerie del paese devastato dal terremoto, ora contenute nel Museo a cielo aperto della città nuova: tutte queste storie ritrovano il loro ordine nelle coordinate scarmigliate tracciate dalle parole di Carlo Levi registrate da Quatriglio.

Il cassetto segreto, genealogie di voci dal futuro

Foto a colori di Costanza Quatriglio in mezzo agli scatoloni destinati all'archivio in una scena de Il cassetto segreto.

Il cassetto segreto non è solo il resoconto della vita di Quatriglio: tra l’enorme mole di materiale che ci viene presentato in un flusso di immagini e suoni c’è lo sguardo di Costanza che cataloga, osserva e impacchetta. Ci sono le mani dei bibliotecari e degli archivisti che analizzano il materiale, sfogliano i documenti e li sistemano in faldoni, cartelle e scatole.

In sintesi, ne Il cassetto segreto c’è una presenza umana che interagisce con il passato e lo trasforma in racconto, uno sguardo vitale e curioso che interroga le tracce e le fa parlare e danzare. Così come vediamo danzare Costanza all’interno della biblioteca quasi vuota, in un atto di riappropriazione giocosa di uno spazio rimasto per anni nell’ombra.

La colonna sonora de Il cassetto segreto è l’espressione più diretta della soggettività di Costanza: le canzoni preferite della regista, che spaziano da pezzi rock a brani di Schubert, accompagnano e ordinano gli scatti del padre, in un’accumulazione di sguardi che instaura un legame transgenerazionale.

Il limite della fotografia sta nella sua immobilità: al contrario del tempo, che è un flusso continuo e indistinto, la fotografia seleziona momenti, frammenta in attimi e li congela in una staticità plastica.

Il cassetto segreto sembra anche interrogarsi su questo: come restituire agli attimi immortalati il dinamismo sottratto dallo scatto della macchina fotografica? Come reinserire quei momenti nel flusso del racconto del passato?

Una fotografia della manifestazione a Berlino del 1963 presente nell'archivio di Giuseppe Quatriglio e mostrata ne Il cassetto segreto

Roland Barthes ne La camera chiara, il suo saggio sulla fotografia, parla di studium e punctum come due elementi compresenti nella fotografia: il primo consiste nella realtà fisica dell’immagine che osserviamo, mentre il punctum è qualcosa che emerge all’improvviso durante l’osservazione, punge chi guarda e colpisce lo sguardo fino a ferirlo.

Il cassetto segreto lavora proprio sul punctum, sull’aspetto emotivo, sul «sentire istintivo e irrazionale che commuove e riempie di forza la vista» di cui parla Barthes e cerca di prolungarne la folgorazione e di renderla uno spazio universale e abitabile.

Nelle due ore de Il cassetto segreto abitiamo lo sguardo di Costanza e lo seguiamo nel suo lavoro di selezione e di catalogazione dei ricordi del padre. Seguiamo la traiettoria dello strappo, della ferita che si riapre e accoglie la luce e gli sguardi del pubblico.

Uno strappo che si ricompone attraverso un viaggio a ritroso nel tempo, che parte dalla fine e culmina nell’epilogo della nascita di Costanza: in questo accumularsi di ferite, pubbliche e private, il cinema trasforma e infonde vitalità, restituisce alle immagini una cornice, apre i cassetti e decide «cosa tenere e cosa lasciare andare».


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Classe 1999, una delle tante fuorisede in terra sabauda. Riguardo periodicamente "Matrimonio all'italiana" e il mio cuore è diviso tra Godard e Varda. Studio al CAM e scrivo frammenti sparsi in giro per il mondo.

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