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Il Divin Codino

Il Divin Codino, su Netflix Baggio oltre il campione

La storia di Baggio diventa un film per appassionati e non solo

11 minuti di lettura

Il Divin Codino è l’ultima produzione italiana apparsa sulla piattaforma streaming Netflix, disponibile da mercoledì 26 maggio. Il film è diretto dalla regista Letizia Lamartire, autrice di un cortometraggio dal titolo Piccole italiane e di un lungometraggio, tra l’altro d’esordio, intitolato Saremo giovani e bellissimi. Una pellicola chiamata Il Divin Codino non può che essere incentrata su Roberto Baggio, il grande campione calcistico nato a Caldogno il 18 febbraio del 1967.

Il Divin Codino cerca di ricostruire parte della carriera calcistica di Baggio, focalizzando l’attenzione su alcuni momenti salienti e, allo stesso tempo, dando spazio alla sfera privata. Il cast che compone Il Divin Codino vede Andrea Arcangeli nel ruolo del protagonista; l’attrice Valentina Bellè, conosciuta per aver recitato in opere come L’uomo del labirinto, Dolceroma, Una questione privata, Fabrizio De André – Principe Libero, I Medici e Antonio Zavatteri, apparso anche in Mia madre di Nanni Moretti; e infine Martufello, nei panni dell’allenatore Carlo Mazzone.

Il Divin Codino: la storia di Baggio dal Vicenza al successo

Il Divin Codino

Il Divin Codino inizia nella città di Vicenza. Nel 1985, Roberto Baggio è un ragazzo di appena diciottanni. Baggio gioca proprio nel Vicenza, celebre squadra calcistica che, all’epoca, militava nella seconda divisione professionistica del campionato di calcio italiano maschile. Sin da subito, è considerato una vera e propria promessa. Le sue prodezze col pallone ingolosiscono le squadre più importanti. Tra queste, vi è proprio la Fiorentina, la quale propone l’acquisto per quasi due miliardi di lire, una cifra piuttosto alta, specie per un giovane talento.

La sfortuna, però, è sempre dietro l’angolo e non risparmia neanche un futuro campione. Baggio, infatti, durante la partita contro il Rimini allenata da Arrigo Sacchi, si infortuna gravemente al ginocchio, il primo dei tanti incidenti che purtroppo subirà. I sogni di approdare in Serie A sembrano improvvisamente smaterializzarsi. Tuttavia, fortuna per lui, la squadra toscana continua a credere e a sperare nella sua guarigione. Ma se per alcuni la ripresa è parte di una carriera sportiva, per Baggio sembra un inferno da cui non è possibile uscire.

I primi anni a Firenze non vanno come sperato. Nell’aria c’è l’alone di cederlo al Pescara, e quindi tornare nella Serie B. Ma è durante il soggiorno nel capoluogo che incontra Maurizio Boldrini (nel film Riccardo Goretti), un anonimo proprietario di un negozio di musica che diventa, ben presto, un caro amico del calciatore. Maurizio, infatti, aiuta Baggio a superare questo momento di difficoltà avvicinandolo al buddismo. E tramite la preghiera egli riesce a ritrovare sé stesso e ad affrontare le avversità della vita.

La maglia viola garantisce a Baggio il tanto auspicato sogno di sempre: la nazionale italiana. Roberto riesce a diventare un giocatore dell’Italia con la quale, nel 1994, partecipa ai mondiali negli Stati Uniti d’America. Una carriera, insomma, costellata da mille successi che non mancheranno anche laddove Baggio si ritrova senza squadra. Infatti, durante un periodo privo di un ingaggio, il Brescia, al cospetto dell’allenatore Carlo Mazzone, gli offre un contratto. Da qui, il calciatore colleziona importanti successi e traguardi che culminano con l’addio più emozionante di sempre.

Quel maledetto rigore

Il Divin Codino

“Più di vent’anni in un pallone
più di vent’anni ad aspettare quel rigore
per poi scoprire che la vita
era tutta la partita”

L’uomo dietro il campione, Diodato

Il nome di Roberto Baggio è associato a moltissimi bei ricordi, quasi sempre legati all’ immensa e unica bravura calcistica. Baggio, come giocatore, era un vero e proprio fuoriclasse, molto abile nel fraseggio e nell’avere un’ottima visione di gioco. Era veloce, agile, elegante. Caratteristiche piuttosto insolite per un calcio italiano dell’epoca, abituato a un gioco più fisico e tattico. Nei suoi quasi trent’anni di carriera, Baggio è riuscito a conquistare importanti trofei, tra i quali: due Campionati Italiani, una Coppa Italia, una Coppa Uefa e, in particolar modo, il Pallone d’Oro nell’anno 1993.

Eppure su di lui giace un’idelebile macchia. Uno sbaglio purtroppo fatale, forse uno dei pochi commessi in carriera. Non un autogol, non uno stop mal riuscito, non un intervento a gamba tesa o un fallo piuttosto violento. Bensì un rigore. Anzi, quel rigore che è costato all’Italia la sconfitta durante la finale nei mondiali USA ’94 contro il Brasile. A Roberto, infatti, toccava battere l’ultimo rigore, quello “decisivo” per permettere agli Azzurri di restare in lotta e proseguire.. Arrivato sul dischetto, però, Baggio calcia il pallone al di sopra della traversa.

Il Divin Codino ripercorre in particolar modo questa vicenda, raccontandoci tutte le fasi che hanno portato l’Italia in finale. Quel mondiale fu piuttosto arduo per la nazionale, iniziato con una sconfitta contro l’Irlanda per ben 1 a 0. Nonostante tutto, la squadra era riuscita ad arrivare alla partita conclusiva, dopo un ripescaggio al termine dei gironi e al seguito di avversari molto forti.

Il rigore sbagliato da Baggio è, di per sè, il simbolo di quel mondiale, un ricordo che non sparirà dalla mente del campione. Il Divin Codino si focalizza molto su questo punto ed è un chiaro espediente che serve alla regista per dare voce alla fragilità di uomo. Baggio, per anni, è stato “tormentato” da quel rigore, tanto da domandarsi il perché di quel tiro. E nel film vi sono scene nelle quali assaporiamo la croce di un uomo. Non bastano i vari trofei vinti, i mille traguardi raggiunti. Quel rigore, purtroppo, non si cancella.

Tuttavia, l’essenza del suo essere campione risiede, quasi paradossalmente, in quel tiro. Baggio, dinanzi alle avversità della vita, è riuscito sempre ad alzarsi e ad andare avanti. È stato capace, dentro di sé, di trovare la forza e il coraggio necessari per proseguire lungo la propria strada. E tali aspetti hanno reso il giocatore uno dei più amati di sempre. Se, infatti, un Francesco Totti può essere considerato come il simbolo della Roma, Roberto Baggio è, a conti fatti, il simbolo dell’Italia intera.

Non è un caso che Il Divin Codino ci mostri scene di un Baggio vestire la maglia azzurra. Per quanto abbia indossato le casacche delle squadre più famose come l’Inter, il Milan e la Juventus, Baggio è sempre ricordato per la maglia della nazionale. La scena finale, quando in una stazione di servizio tutte le persone presenti accorrono per ringraziarlo, è il momento che più di tutti ci fa capire e comprendere chi sia stato Roberto Baggio.

Il Divin Codino non è un film banale

Il Divin Codino ha diviso il pubblico. C’è chi l’ha profondamente apprezzato e chi è rimasto piuttosto deluso. Di per sé non si può certamente biasimare. Alcuni, infatti, speravano di vedere un film incentrato sulle qualità sportive di Baggio, di ripercorrere gli attimi nei quali è stato protagonista delle sue partite, come un Atalanta-Brescia terminata con un pareggio di 3 a 3 e la famosa cavalcata dell’allenatore Carlo Mazzone con tanto di pugno minaccioso sotto la curva bergamasca.

Il racconto di un giocatore, ma anche la narrazione del suo privato. È possibile vedere i momenti dove lui è in casa con l’intera famiglia, composta da padre, madre e sette fratelli. Possiamo scorgere il rapporto quasi mai idilliaco con il padre Florindo, un uomo scontroso, apparentemente freddo e privo di passione. Eppure è il motore della pellicola, sicché la regista ha saputo mettere in scena la storia di un figlio che ricerca il padre per un semplice motivo: farsi dire sei stato bravo.

Il Divin Codino può contare sull’incredibile bravura degli attori, i quali cercano di dare voce all’essenza dei rispettivi protagonisti. Vi è in loro la capacità di dare profondità e concretezza che si ripercuote sull’intera narrazione. Inoltre, il film può anche contare sulla competenza tecnica di Letizia Lamartire, la quale, complice il suo team, è stata in grado di destreggiarsi nel riproporre scene del calcio giocato, una delle cose più difficili da fare nel mondo del cinema.

Il Divin Codino è un film che merita di essere visto, anche solo per il gusto di vedere una pellicola incentrata su uno dei campioni più importanti di sempre.


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Alessandro La Mura

Classe ’93, vivo a Taranto, città che un tempo era l’angolo di mondo che più allietava il poeta latino Orazio. Laureato in lettere, trovo nella letteratura un grande appagamento dagli affanni quotidiani. La mia vita è libri, scrittura, film e serie TV. Sogno di fare della cultura il mio pane quotidiano.

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