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Il Divo Sorrentino

Il Divo, il monologo di Andreotti tra Leopardi e Sorrentino

9 minuti di lettura

Uno dei monologhi più belli del cinema italiano è certamente quello iniziale de Il Divo di Paolo Sorrentino. Qui un magistrale Tony Servillo inscena un Giulio Andreotti seduto su uno scranno dai colori regali, tipici degli arredi di Palazzo Chigi, mentre sprofonda in un flusso di parole ininterrotto di un discorso che attraversa buona parte della storia italiana, svelandone con la finctio cinematografica i lati più bui.

Echi leopardiani nel monologo di Sorrentino

Chi è andato a vedere l’ultimo film di Sorrentino, È stata la mano di Dio, potrà ricordarsi di quelle scene in un cui Fabietto, seduto alla sua scrivania, cita a memoria passi tratti da Foscolo o da Leopardi. Poste in questo modo dal regista paiono queste quasi delle reminiscenze del liceo, quei passi brevi che abbiamo tutti un po’ studiato a memoria e che tendiamo, talora forse un po’ a sproposito, a citare in forma di lacerti vaghi in qualche occasione.

Ecco, Sorrentino non è nuovo a questo utilizzo citazionistico della letteratura italiana. Perché infatti, come ora vedremo, lo fa anche nel monologo del Divo. Se prendiamo una delle poesie più famose della nostra letteratura, che un po’ tutti conosciamo a memoria, ossia A Silvia di Leopardi, ci accorgiamo delle somiglianze col monologo.

Silvia, rimembri ancora

quel tempo della tua vita mortale,

quando beltà splendea

negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,

E tu, lieta e pensosa, il limitare

di gioventù salivi?

Confrontiamolo con l’inizio del monologo di Sorrentino:

Livia, sono gli occhi tuoi pieni che mi hanno folgorato un pomeriggio andato al cimitero del Verano. Si passeggiava, io scelsi quel luogo singolare per chiederti in sposa – ti ricordi? Sì, lo so, ti ricordi. Gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sapevano, non sanno e non sapranno, non hanno idea

Anche ad un primo ascolto, ad orecchio, si possono percepire un serie di elementi comuni.

Il primo elemento che Sorrentino riprende all’inizio del monologo da Leopardi sono gli occhi. Questi occhi, che nel caso della Livia di Andreotti prima hanno un ruolo folgorante, quasi stilnovista, e poi assumono allo stesso tempo quel connotato di ingenuità, di chi non sa e non saprà. Sono gli stessi occhi di Silvia, o Teresa Fattorini, la donna che Leopardi ascolta e vede dalla sua stanza. E in quegli occhi c’è l’ingenuità, la stessa di Livia. L’ingenuità di chi non sa in questo caso che morirà.

Inoltre nel caso di Silvia gli occhi sono “ridenti e fuggitivi”, nel caso di Livia sono “pieni e puliti e incantati” dove gli aggettivi sono tre, a differenza dei due leopardiani volti a riprendere lo stile petrarchesco. Il motivo è forse di carattere ritmico, infatti in tutto il monologo ci sono sempre vari tricola, talora anche in forma di omoteleuto, ma sempre intesi a forma di tre.

Un altro elemento è l’apostrofe iniziale. Leopardi probabilmente nello scrivere A Silvia mise nella lettura del nome, così, in apertura del componimento, la stessa enfasi che ci mette Servillo quando lo pronuncia.

Livia… / Silvia…

La pausa sintattica della virgola ne dà di per sé lo stesso ritmo. Un altro elemento somigliante è l’interrogativa, dove si chiede: “ricordi?

Se Leopardi scrive: “rimembri ancora…”, Sorrentino lo pone alla fine della frase: “ti ricordi?” E lo ripete ancora nella frase successiva (“Sì, lo so ti ricordi”). Questo particolare del ricordo che in entrambi i casi riporta ad un passato leggiadro e privo dei dolori e delle colpe correnti. In Leopardi a quando Teresa è ancora viva, in Sorrentino a quando Livia è ancora giovane, e ancora “non sapeva”.

Un altro elemento interessante è sicuramente quello cimiteriale, o comunque in qualche modo legato alla sfera della morte. Infatti Sorrentino sceglie di usare come base del suo monologo A Silvia di Leopardi, la quale come tutti ben sappiamo morirà di malattia. E infatti gli ultimi versi di Leopardi sono:

All’apparir del vero

Tu, misera, cadesti: e con la mano

La fredda morte ed una tomba ignuda

Mostravi da lontano

Ecco che questo elemento sembra ricongiungersi con l’incontro e la richiesta di matrimonio di Andreotti a Livia, al cimitero del Verano di Roma.

Andreotti, un Leopardi riuscito?

Si possono fare molte riflessioni su queste somiglianze e sul perché quando Sorrentino fa parlare Andreotti gli mette quasi in bocca alcuni versi famosissimi di A Silvia.

In primis forse perché Andreotti può essere visto come un Leopardi riuscito. Insomma un Leopardi che riesce a parlare con Silvia, riesce a chiederla addirittura in moglie, ma che alla fine rimane sempre Leopardi. Dunque poetico e allo stesso tempo oscuro, nascosto dietro ad un io così preponderante e di conseguenza così solo.

Un Io realista quello di Andreotti, un Io che compie il male per avere il bene, perché sa che il male è parte dell’uomo e della natura dell’uomo.

Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa, e lo so anch’io.

La non perfettibilità dell’uomo, il pessimismo cosmico, il fato che costringe l’uomo ad una esistenza permeata sull’eterna lotta, in realtà già persa in partenza, contro una natura matrigna e indifferente ai desideri umani. Tutti argomenti che portano Leopardi a scrivere le Operette morali, i suoi memorabili Canti, e fiumi e fiumi di riflessioni sullo Zibaldone. Ecco qui pare che l’Andreotti di Sorrentino riprenda tutto questo e lo ponga a giustificazione del suo agire.

 Lo stragismo per destabilizzare il Paese, provocare terrore, per isolare le parti politiche estreme e rafforzare i partiti di Centro come la Democrazia Cristiana l’hanno definita “Strategia della Tensione” – sarebbe più corretto dire “Strategia della Sopravvivenza

Compiere il male è giusto, lo sa anche Dio ed è “sopravvivenza”, l’uomo non può fare altro, perché l’uomo è questo e la natura, il cosmo, l’esistenza sono questo, e dunque tutto è giustificato.

Ecco che in questo senso utilizzare Leopardi per spiegare Andreotti, o lasciare Andreotti spiegare se stesso attraverso Leopardi è sicuramente una finezza intellettuale molto interessante e se scovata un elemento in più per capire Il Divo.

In copertina: Artwork by Alessandro Cavaggioni
© Riproduzione riservata


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Classe 1999. Studente di Lettere all'Università degli studi di Milano. Amo la letteratura, il cinema e la scrittura, che mi dà la possibilità di esprimere i silenzi, i sentimenti. Insomma, quel profondo a cui la parola orale non può arrivare.

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