«Il grande dittatore», quando Charlie Chaplin ci richiamò alla dolcezza

Il Grande Dittatore di Charlie Chaplin è un film che ha fatto la storia del cinema, e l’ha fatta perchè è riuscito ad andare al di là del grande schermo.

Perché più che un semplice film è il sentimento di un tempo, un tempo storico ben preciso, quello della seconda guerra mondiale. E le sue atrocità, la sua malvagità così banale, così sfacciata, ma allo stesso tempo così presente nelle convinzioni di un intero popolo, è stata denudata completamente da Il grande dittatore e portata di fronte al giudizio etico di un intero mondo.

Situazione storica

Il film è uscito nelle sale il 15 Ottobre del 1940. Abbastanza ovvio è sottolineare la delicata situazione politico-storica in cui versava il mondo.

Un mondo che era preda in quel momento di un Dittatore, di un Grande Dittatore, Adolf Hitler, il quale in quello stesso anno ormai aveva superato il confine con la Polonia, arrivando a conquistare grande parte dell’est Europa, e che stava già anche subendo la sua prima sconfitta, quella della battaglia aerea contro gli inglesi.

Il grande dittatore

Ma d’altra parte il 1940, nonostante la piccola macchia inglese, era un anno di grande festa nei saloni di Berlino: la guerra sembrava ormai già vinta e la macchina militare tedesca pareva diventare sempre più inarrestabile.

Così di fronte alla disperazione generale di un mondo comandato da un austriaco pazzo coi baffetti, Charlie Chaplin decide di compiere un’opera cinematografica che doveva divenire un appello, un appello per la salvaguardia della democrazia, della libertà di essere e di decidere, un appello che doveva avere una eco mondiale, superare i confini, e superare anche il tempo. E Charlie Chaplin ci è riuscito.

Trama

Il grande dittatore

In sé si può dire che questo film, al di là della sua pregnanza di significato storico, sia anche un film divertente.

Il protagonista è un barbiere ebreo, che dopo aver prestato servizio per l’esercito tedesco del temibile Kaiser Guglielmo II, durante la prima guerra mondiale, rimane per un lungo periodo in stato di amnesia in ospedale, risvegliandosi quando ormai il dittatore nazista Adenoid Hynkel è salito al potere.

Tornato nel proprio quartiere di origine, ormai diventato a tutti gli effetti un ghetto ebraico, si ritrova davanti ad una situazione che non riesce a comprendere. Infatti ci sono soldati in camicia nera che lo obbligano a scrivere la parola ”ebreo” sulle vetrate del suo negozio, persone vessate e picchiate senza una apparente ragione, e varie altre stranezze che il protagonista proprio non riesce a capire.

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Davanti alla richiesta di uno di questi soldati di scrivere la parola ”giudeo” sulle proprie vetrate, il barbiere si ribella. Verrà poi aiutato da una giovane ragazza, che lo farà scappare nel proprio cortile.

Eppure la situazione non gli viene spiegata da nessuno, tanto che continua a non comprendere le angherie degli uomini dalla camicia nera, continuando puntualmente a ribellarsi.

Ad un certo punto però un intero plotone di soldati lo circonda, arrivando quasi ad impiccarlo ad un palo. Se non che improvvisamente si palesa il comandante Shultz, un ex aviatore della prima guerra mondiale ormai entrato negli alti ranghi dell’esercito nazista, a cui il barbiere aveva salvato la vita.

Questi lo salva, e rimane in contatto con lui, proprio perché prova una sincera avversità nei confronti del dittatore e necessità di compagni fedeli per poter fare un colpo di stato.

Così, mentre si susseguono varie scene di particolare ilarità sui rapporti tra il dittatore e Napoleoni, che non è altro che la controfigura di Benito Mussolini, il barbiere, la ragazza e i suoi famigliari e Shultz, preparano un piano per uccidere il dittatore.

Il grande dittatore

Il piano verrà spento sul nascere, perché improvvisamente scoperto, e i personaggi verranno costretti a scappare.

Il barbiere e Shultz si ritroveranno a camminare al confine tra l’Austria e la Germania, giusto poco prima del famoso Anshluss, che avrebbe unito i due paesi. Solo che il barbiere ha una forte somiglianza col dittatore, visto che d’altronde entrambi i personaggi vengono interpretati dallo stesso attore, Chaplin.

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Così il barbiere si traveste da soldato nazista e arriva a piedi al confine austriaco, accompagnato da Shultz.

Il barbiere naturalmente viene salutato dalla folla come il dittatore nazista e viene portato al comizio trionfale dove avrebbe dovuto intonare il proprio discorso, basato su odio, razzismo, fascismo e altro.

Ma il fantomatico dittatore, di fronte ai microfoni, decide di proferire un discorso completamente diverso e opposto rispetto all’ideologia che dovrebbe professare. Un discorso all’umanità, alla libertà, al ripudio della dittatura e dell’odio, del razzismo e del dolore insensato. Insomma un discorso che sarebbe divenuto uno dei più famosi non solo nella storia del cinema, ma anche nella storia dell’uomo. Ma lo si lascia al vostro piacere.

Il rimorso di Chaplin

Quando Chaplin iniziò a girare il film, quprima del 1940, alcuni elementi presenti nel film, come la scritta ”ebreo” sulle vetrine dei negozi, erano ancora censurati.

Tuttavia, seppur con molta difficoltà vista l’epoca, il film uscì nel 1940 e non nel ’38/39, e ormai gli equilibri politici erano cambiati.

Tant’è che ci furono alcuni che azzardarono addirittura a dire che Chaplin era stato troppo buono nella rappresentazione dei personaggi e della Germania nazista.

Quando la guerra si concluse e vennero alla luce le atrocità dell’olocausto Chaplin disse:

Se avessi saputo com’era spaventosa la realtà dei campi di concentramento non avrei potuto fare ‘il grande dittatore‘; non avrei trovato niente da ridere nella follia omicida dei nazisti

Critica

Il Grande Dittatore è un film molto importante per la storia del cinema, e ancora oggi viene studiato, analizzato e ampiamente citato. La critica è sempre stata concorde nel considerare questo film come un capolavoro sia per la tecnica filmica, che per la narrazione letteraria.

Il genio di Chaplin sarebbe stato quello di essere riuscito a trasportare sulla pellicola tutta la drammaticità della realtà sociale dell’epoca in una prospettiva innovativa.

Perché Chaplin riuscì a rappresentare il dramma del nazismo in una prospettiva comico-parodica, quindi con un certo umorismo.

Ed è interessante perché contraddittorio e quasi surreale. Insomma, si rappresenta il male per ciò che è davvero, un qualche cosa di atrocemente banale.

Quindi questo umorismo ha un po’ un’accezione pirandelliana, nel senso che può sicuramente in un primo momento suscitare un sentimento di ilarità, ma deve anche far riflettere. Perché la comicità del male ha purtroppo nella storia risvolti nefandi.

Conclusioni

Il grande dittatore

Un’opera senza tempo, poiché non parla solo al cuore di un’epoca, ma parla all’uomo, in sé, nella sua essenza. E lo fa insegnando un qualche cosa di così grande, di così potente, che ancora oggi, e soprattutto oggi, dovremmo riguardare, per ricordare e non dimenticare.

E allora concludiamo questo articolo citando proprio l’ultimo discorso del film.

Abbiamo aumentato la velocità, ma siamo chiusi in noi stessi. Le macchine che danno l’abbondanza ci hanno dato la povertà, la scienza ci ha trasformato in cinici, l’abilità ci ha resi duri e spietati. Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchine abbiamo bisogno di umanità. Più che d’intelligenza abbiamo bisogno di dolcezza e di bontà. Senza queste doti la vita sarà violenta e tutto andrà perduto.


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Vladislav Karaneuski

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