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Il Miniaturista: Anya Taylor-Joy irradia la miniserie finalmente su Sky

9 minuti di lettura

Le dieci inquadrature del primo minuto de Il Miniaturista accentrano già, retrospettivamente, il nucleo della storia, settando i principi di un gioco narrativo seducente e intrigante. A ogni stacco corrisponde un dettaglio sulla realizzazione di una piccola gabbia in miniatura, su cui si aprono i titoli di testa. Stacco: una gabbia vera, con un pappagallo verde al suo interno. Ancora non lo sappiamo, ma nell’interscambio continuo di piccolo e grande, finto e reale, sarà nascosta l’anima – e il senso – di questo ammaliante period.

È disponibile su Sky dall’11 gennaio, in differita di qualche anno dalla sua realizzazione (2017), Il Miniaturista: produzione BBC tratta dall’omonimo romanzo di Jessie Burton, con Guillem Morales in regia nella direzione di un cast esiguo ma eccezionale. A capitanarlo, un’Anya Taylor-Joy ante litteram, l’embrione della regina che sarebbe diventata, dì lì a poco, sul piccolo e grande schermo: qui già convincente, ipnotica e credibile.

Il Miniaturista fiorisce nel tocco elegante di un thriller tragico, che da una misteriosa casa delle bambole muove la parabola di formazione della protagonista, novella sposa travolta dalla fitta trama di misteri che avvolge la sua nuova famiglia.

L’anima de Il Miniaturista vive nei suoi enigmi

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Petronella/Nella (Anya Taylor Joy) è una giovane ragazza di campagna, recentemente sposatasi con Johannes Brandt (Alex Hassell), stimato mercante, per salvare la sua famiglia dall’ingerenza dei debiti. È il 1686, è Amsterdam, è l’inizio di un’esperienza matrimoniale anomala, sinistra, comunitaria. Perché ad accoglierla nella sua nuova casa, disadorna, buia e glaciale, si contano tre individui ma tra loro non c’è il marito: Marin Brandt (Romola Garai), la sorella; Cornelia (Hayley Squires) e Otto (Paapa Essiedu), i due domestici.

Il clima nell’abitazione è severo, opprimente, ermetico. I segreti sembrano da subito essere molti, riguardare tutti, negare chiarezza e imprigionare la nuova arrivata. Dal sottotesto incerto del rapporto tra i due fratelli, all’apparente distanza tra gli sposi, alla camera con vista di Petronella -dove le tende devono essere sempre aperte, perché la gente deve poter osservare la sposa-, fino alla singolare casa delle bambole che Nella riceve come dono di nozze da Johannes.

È dentro, intorno e fuori da quest’ultima che si irradiano tutte le vicende del racconto: la ragazza si rivolge a un miniaturista, il cui simbolo è un sole raggiante – the sign of the sun – per adornare il regalo ricevuto, perfetta riproduzione in scala della dimora in cui vive. Le richieste sono tre, richiami materici dell’infanzia appena lasciatasi alle spalle: una gabbia con un parrocchetto (sì, quella dell’incipit), un liuto e una confezione di marzapane.

Alla consegna del pacco vengono aggiunti alcuni pezzi: una culla, un cane (quello del marito) e una sedia (l’esatta copia di quella presente nelle camera di lei): non richiesti, sospetti, primi di una serie di ambigui omaggi che sembrano vedere troppo da vicino quello che accade nell’oscurità della famiglia Brandt.

Il Miniaturista: la magia è nello sguardo

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Nel passaggio perverso da una dimensione all’altra (delle case) si avvicendano gli episodi della serie, rivelando un ritorno metodico del processo di svelamento dei suoi misteri: quello che all’inizio sembra essere per Petronella l’unico strumento di controllo -l’arredamento della casa di bambole- si trasformerà in mezzo essenziale per la risoluzione dell’intreccio, complice nel graduale apprendimento alla visione e in quel percorso di formazione che è, in fondo, in cuore pulsante de Il Miniaturista.

Il segreto antistante all’ignoto artigiano e l’inquietante preveggenza delle sue miniature fungeranno da veri e propri simboli – e possibilità – di modi di stare al mondo, vivere e convivere con il circostante.
Il doppio rinvio tematico e filmico si risolverà nell’estensione del dominio al reale della sua abitazione, famiglia e identità, reiterando intelligentemente il movimento di quella lente d’ingrandimento che dal piccolo passa al grande e viceversa: in fin dei conti, ci dice la serie, il trucco sta solo nel modo in cui si decide di osservare.

Ce lo spiega bene Morales, divertendosi a ingannare lo spettatore con impercettibili transizioni tra le inquadrature delle due dimore, che confondono e ribaltano continuamente i piani e allargano la sfida del guardare anche a noi, sorprendendoci pedine in scacco nel tranello degli enigmi.

Tra le case e le gabbie de Il Miniaturista

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Se c’è una protagonista, ne Il Miniaturista, questa è la casa. Intesa come oppressione, prigione, inganno e anelata come liberazione. Tutti i personaggi sono vittime nelle proprie gabbie, adombrati dal peso dell’impossibilità di essere ciò che vorrebbero. Nell’abitazione non c’è luce propria, ogni chiarore è filtrato dall’esterno: e così Petronella, l’altra faccia del misterioso sign of the sun, da un fuori lontano sopraggiunge a chiarificare le traiettorie di chi le sta intorno, pagando il pegno di fare spazio a quella tenebra di cui gli avvenimenti la innerveranno, quasi come tappe fondamentali del suo cammino di crescita come essere umano.

Morales si muove con efficacia in questa spazio formale, giocando con dei chiaroscuri che disegnano bellissimi passaggi di luci e ombre, frugando tra i campi totali e vuoti della dimora e i tableau vivant dei suoi inquilini. Filmico e profilmico riverberano linguisticamente la semantica dell’opera: i campi e fuoricampi; i movimenti di macchina; la simmetria dei piani visivi, la cromaticità degli abiti; la cura scenografica, il pavimento a scacchiera – aerea di gioco di personaggi che sono soltanto pedine, bambole, riproduzioni di loro stessi .

Il costante ritorno dentro mura chiuse e impenetrabili e l’impossibilità di aprirsi all’esterno, alla libertà e alla vita, risultano essere l’unica difesa da una società bigotta, meschina, ostracizzante, corrotta e trasversalmente gretta.

Il movimento, però, esiste. Seppur nella particolarità di un nucleo famigliare estroso e pieno di non detti, la trama si rifrange nel consolidamento di rapporti reali, profondi, intimi e sinceri. La bellezza sta nella percezione di una verità di sentimenti condivisi, che si solidifica tra i personaggi, pur rappresentandosi in un’eccezionalità di forme: con la servitù, nella sorellanza, nel matrimonio. Petronella è speranza, possibilità e futuro per la famiglia Brandt.

Il Miniaturista è una miniserie intrigante, esteticamente ammaliante, meritevole di essere recuperata.
Il magnetismo delle performance, soprattutto nel duello femminile della Taylor-Joy e della Garai, affinano un prodotto che intrattiene, coinvolge e si alimenta di tensione per tutta la sua durata.


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Laureata in Cinema e Comunicazione. Perennemente sedotta dalla necessità di espressione, comprensione e divulgazione di ogni forma comunicativa. Della realtà mi piace conoscere la mente, il modo in cui osserva e racconta le sue relazioni umane. Del cinema mi piace l’ascolto della sua sincerità, riflesso enfatico di tutte le menti che lo creano. Di entrambi coltivo l’empatia, la lente con cui vivere e crescere nelle sensibilità ed esperienze degli altri

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