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Il Mio Amico Massimo, l’omaggio a Troisi in un buon documentario

5 minuti di lettura

Disponibile nelle sale per soli tre giorni, dal 19 al 21 dicembre, Il Mio Amico Massimo è un documentario incentrato sull’iconica figura di Massimo Troisi. Diretto da Alessandro Bencivenga, il film si propone di restituire al pubblico un’inedita immagine dell’attore partenopeo, a circa settanta anni di distanza dalla nascita.

Molto più di un attore

Su Massimo Troisi molto è stato scritto e detto. L’iconocità dell’attore originario di San Giorgio a Cremano è ormai fuori discussione, e ancora tutti sembrano concordare su alcuni versi dedicatigli dal collega e grande amico Roberto Benigni:

Per lui non vale il detto che è del Papa / morto un Troisi non se ne fa un altro

Roberto Benigni

Quando infatti il 4 giugno 1994 la sua vita fu stroncata da un infarto, fu chiaro a molti che l’Italia – non solo Napoli – aveva perso un talento senza pari. Un inimitabile artista della risata che, entrato rapidamente nel cuore di qualsiasi tipo di spettatore, dal più grande al più piccino, riusciva a far sorridere per il suo linguaggio semplice, diretto, permeato da una spontaneità fresca e naturale.

È proprio sull’universalità di Troisi che si fonda Il Mio Amico Massimo. Pur avvalendosi di molti filmati di repertorio, foto inedite e interviste realizzate ad amici e colleghi – tra i molti, Claudio Verdone, Maria Grazia Cucinotta, Nino Frassica, Renzo Arbore, Ficarra e Picone -, Bencivenga inserisce alcune incursioni romanzate, brevi stralci filmati che riproducono la vita di un leader predestinato e carismatico. Anche se non del tutto incisive, esse non pregiudicano le nobili intenzioni del documentario, che si mantiene per quasi tutta la sua durata interessante e piacevole. In fondo, sentir parlare di Massimo Troisi è come sentir parlare di un vecchio amico, un compagno di vita che non si vuole assolutamente dimenticare.

Un “amico” di tutti

L’amicizia è più impegnativa della passione e dell’amore.

Così recita una frase di Troisi che Bencivenga inserisce all’inizio e alla fine del suo documentario. Una scelta calzante, che ben esemplifica uno degli aspetti più sviscerati di tutto il film: l’amicizia dolce, duratura e profonda che legava il grande attore napoletano con il suo pubblico.

Un’amicizia a prima vista, che nasce sin dagli anni de La Smorfia, mitico trio cabarettista completato con Enzo Decaro e Lello Arena – ne Il mio amico Massimo, nelle vesti di irresistibile narratore -, e che prosegue con film amatissimi e popolari come Ricomincio da tre, Scusate il ritardo, Non ci resta che piangere, Pensavo fosse amore e invece era un calesse e, naturalmente, Il Postino.

È sull’ultimo film girato da Troisi che il documentario dà il meglio di sé: sfruttando abilmente la figura di Gerardo Ferrara, controfigura di Massimo nel bellissimo film diretto da Michael Radford, Bencivenga articola l’epopea di un attore che, pur provato da una malattia atroce, continua ostinatamente a recitare l’ultimo ruolo della sua carriera: quello di un postino ingenuo e innamorato della sua terra, messagero di una poesia appannaggio di tutti. E da qui, il Troisi che si vuole raccontare ne Il mio amico Massimo: non solo il “Pulcinella senza maschera” capace di dare voce ai sentimenti più nascosti, ma l’uomo dall’umanità spontanea, commovente, destinata ad essere ricordata per sempre.

Il Mio Amico Massimo, operazione a metà

Beninteso, Il Mio Amico Massimo non può definirsi un’operazione pienamente riuscita. In più di un’occasione stona l’eccessiva leggerezza con cui si affronta la vita dell’icona partenopea, mentre alcune fasi della carriera, soprattutto quella centrale che va da Non ci resta che piangere a Pensavo fosse amore e invece era un calesse, sono affrontate in modo piuttosto superficiale.

A venire in soccorso nei vari punti morti del film è però lo stesso Massimo Troisi, che, ritornando in vita in sketch, estratti di film ed interviste, avvalora l’esistenza di un prodotto che si vuole non convenzionale, ma che invece resta confinato in un racconto tradizionale, a tratti macchinoso.


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Napoletano, classe 1996, laureato in Filologia moderna e con un master in Drammaturgia e Cinematografia. Perennemente alla ricerca di sonno, cibo e stabilità psicofisica, vivrebbe felice anche nel più scoraggiante dei film di Von Trier, ma si accontenta della vita reale insegnando nelle scuole ad amare le belle storie. Nulla gli illumina gli occhi più del buio di una sala.

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