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il mio nome è vendetta NPC Magazine

Il Mio Nome è Vendetta, il revenge movie italiano fa il possibile ma non abbastanza

7 minuti di lettura

Disponibile su Netflix dal 30 Novembre, Il Mio Nome è Vendetta è la terza pellicola di Cosimo Gomez, regista che nel 2017 aveva presentato il suo film d’esordio, Brutti e Cattivi, nella sezione Orizzonti del Festival di Venezia, conquistando, successivamente, anche alcune candidature ai David di Donatello e ai Nastri d’Argento.

Il Mio Nome è Vendetta è una pellicola a metà tra i revenge movies hollywoodiani- dei quali però ricalca purtroppo soltanto gli aspetti negativi – e il classico dramma italiano, di quelli che si prendono maledettamente sul serio ma finiscono immancabilmente per rivelare i propri limiti, a partire da un cast – Alessandro Gassman e Ginevra Francesconi su tutti – quasi mai all’altezza e una sceneggiatura fiacca, grossolana e banale.

Uccidere o essere uccisi

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Santo vive con la famiglia sui monti altoatesini. Sofia, la figlia, è una ragazza caparbia – sarà fondamentale nel corso del film -, gioca a hockey e guida il fuoristrada del padre negli impervi sentieri di montagna, tra boschi e torrenti, nonostante non abbia ancora raggiunto la maggiore età. 

I due hanno un bellissimo rapporto, e durante una delle loro uscite, nonostante Santo le abbia detto più volte di non voler essere fotografato, Sofia condivide una sua foto sui social.

La favola si trasforma così in vero e proprio incubo. Si scopre che Santo non è chi dice di essere, che ha sempre nascosto la propria identità alla famiglia, ma soprattutto il fatto che le sue origini calabresi siano strettamente legate alla ’ndrangheta, di cui faceva parte e per la quale si è macchiato di insospettabili crimini.

Per fuggire a quelle sabbie mobili che lo stavano portando a fondo, era stato costretto a fuggire e rifarsi una vita all’insegna del completo anonimato, ma grazie a quella foto condivisa dalla figlia, una cosca, sulle sue tracce da decenni, riesce a rintracciarlo, uccidendo la moglie e il cognato, e scatenando in lui una sete di vendetta che porterà a compimento insieme alla figlia.

“Uccidere o essere uccisi”. Nessuna alternativa.

Quando il passato bussa alla porta

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Il Mio Nome è Vendetta guarda oltreoceano, ai revenge movies hollywoodiani, dei quali ricalca il classico canovaccio dell’uomo apparentemente comune che nasconde un passato di violenza.

Senza andare troppo indietro nel tempo, il film di Cosimo Gomez potrebbe essere considerato un’operazione alla John Wick o alla Io Sono Nessuno – peccato che Alessandro Gassman non abbia né il carisma né l’aplomb di Keanu Reeves o Bob Odenkirk -, ma senza scomodare chi questa materia la maneggia con ben altra maestria, il paragone più scontato da fare è probabilmente quello con gran parte della filmografia action di Liam NeesonTaken su tutti -, certamente l’emblema dei revenge movies senza grandi pretese.

Nessun problema, certo, nessuna vergogna. È anzi sacrosanto il desiderio di voler sperimentare con un genere che il cinema italiano non ha quasi mai approfondito, così come è altrettanto legittimo confezionare un prodotto volto al “solo” intrattenimento. Certo è che il problema sussiste, invece, nel momento in cui Il Mio Nome è Vendetta manca di assolvere a quell’unico obiettivo che si era posto.

Questo perché nel tentativo di creare qualcosa di più realistico e cupo rispetto alla controparte oltreoceano – prendendosi appunto terribilmente sul serio -, Gomez si dimentica di quella che è la linfa vitale di questo genere: il divertissement, il godersi un momento di puro svago, trovando un antidoto a quel pascaliano senso di vuoto che attanaglia le nostre vite. Lo fanno a Hollywood, perché non farlo anche noi?

Il Mio Nome è Vendetta quella credibilità che vacilla

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Il Mio Nome è Vendetta deve poi fare i conti con una credibilità che è spesso tallone d’Achille non solo del cinema d’azione italiano, ma anche di quello internazionale. In questo caso, sono molteplici gli elementi che contribuiscono al suo vacillamento, e Il Mio Nome è Vendetta sembra camminare su una sottilissima lastra di ghiaccio, dove le crepe aumentano passo dopo passo.

Uno dei motivi incriminanti è sicuramente la presenza di un cast quasi mai all’altezza, dove sembrano più a fuoco i personaggi secondari piuttosto che i protagonisti. Alessandro Gassman potrebbe anche essere credibile nei panni del rude uomo d’azione, se non fosse per una recitazione veramente piatta che priva di qualsiasi tridimensionalità il suo Santo. Lo stesso vale per Ginevra Francesconi – nonostante il suo sia sicuramente il personaggio più complesso del film – che non riesce purtroppo a impersonificare le mille sfaccettature di una Sofia in continuo mutamento.

A rincarare la dose c’è poi l’assenza totale di coinvolgimento durante le scene d’azione, troppo impostate e compassate, oltre alla perenne sensazione di trovarsi di fronte a un episodio di Celebrity Hunted, non solo per l’inverosimile tecnologia nelle mani della ‘ndrangheta, ma proprio per le dinamiche che il film porta avanti.

Risultano quindi vani anche i pochi pregi di Il Mio Nome è Vendetta, come un comparto tecnico tutto sommato apprezzabile – la fotografia soprattutto – e delle atmosfere noir piuttosto convincenti. Non è ancora questo il giorno in cui vedremo un revenge movie italiano di buon livello. Possiamo però consolarci, consapevoli che il primo passo sia stato fatto.


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Sono Filippo, ho 22 anni e la mia passione per il cinema inizia in tenera età, quando divorando le videocassette de Il Re Leone, Jurassic Park e Spider-Man 2, ho compreso quanto quelle immagini che scorrevano sullo schermo, sapessero scaldarmi il cuore, donandomi, in termini di emozioni, qualcosa che pensavo fosse irraggiungibile. Si dice che le prime volte siano indimenticabili. La mia al Festival di Venezia lo è stata sicuramente, perché è da quel momento che, finalmente, mi sento vivo.

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