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Il Padrino

Il Padrino, riscoprire un cult che compie i suoi primi cinquant’anni

Il capolavoro di Francis Ford Coppola torna al cinema in una veste restaurata

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8 minuti di lettura

La Paramount Pictures, una delle Big Five hollywoodiane fondata nel 1914 e con più di tremila film prodotti, si è affacciata agli anni ’70 in piena crisi finanziaria, causata da numerosi flop al botteghino dopo i grandi successi di C’era una volta il West di Sergio Leone e Rosemary’s Baby di Polanski. L’ultima speranza che la Paramount aveva per evitare la chiusura era nelle mani di un libro, Il Padrinoscritto da Mario Puzo e pubblicato nel 1969, di cui la casa di produzione cinematografica americana aveva comprato i diritti per un adattamento addirittura due anni prima, quando il libro ancora non era finito. Il romanzo divenne un best seller internazionale e di conseguenza un’ottima occasione per farne un film che cavalcasse quel successo e che risollevasse le sorti di una delle case di produzione più importanti e influenti al mondo. 

Il Padrino cena

Chiamarono tutti i registi più famosi dell’epoca, da Sergio Leone a Elia Kazan passando per Peter Bogdanovich, ma nessuno accettò il ruolo, così da costringere la produzione a chiamare il trentaduenne Francis Ford Coppola, già vincitore di un Oscar per la sceneggiatura ma ancora sconosciuto come regista. Una scommessa obbligata, uno grande sforzo produttivo costellato di litigi e malumori tra Coppola e la Paramount causati dalle scelte di casting, di location e sul tono del film, ma che ha dato alla luce uno dei capolavori della storia del cinema, un successo clamoroso di critica e pubblico che ha salvato la Paramount Pictures e ha reso Francis Ford Coppola una delle figure più importanti della New Hollywood

Il Padrino, uscito nel 1972 e primo film di una trilogia conclusa nel 1990, spegne cinquanta candeline e si regala una nuova veste per tornare solo per pochi giorni in sala, sul più grande schermo possibile e nel silenzio buio e quieto, l’unico luogo che merita di ospitare un film così imponente e maestoso.

Il Padrino: famiglia, sangue e legami

Il padrino

A un film perfetto basta una scena per far capire tutto e Il Padrino con la prima lunga sequenza del matrimonio mostra e delinea benissimo la storia che vuole raccontare, una storia di una famiglia malavitosa unita da un forte legame e l’ambizione di essere la più potente di una New York che festeggia la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Un matrimonio siciliano, dove si suona e si balla la tarantella, dove si beve buon vino e si mangiano le lasagne preparate dalle nonne, dove il padrino Don Vito festeggia la sua unica figlia ed è impegnato a promettere favori per allargare la sua influenza. Vito Corleone è un uomo conscio di come deve apparire e di come deve comportarsi per mantenere l’impero che ha costruito: parla poco e con un tono magnetico, si mostra amichevole ma sempre dominando fisicamente chi ha davanti, è capace di mettere la testa di un cavallo nel letto di un produttore cinematografico e allo stesso tempo di dare amore ai propri figli e nipotini. 

L’equilibrio della famiglia viene scosso quando il mercato illegale e sotterraneo della droga non più essere ignorato dalla malavita e Corleone è l’unico che decide di non integrarlo nella sua fitta organizzazione. Una decisione non condivisa dai suoi figli e che porta a un forte scontro con le altre famiglie, pronte a iniziare una guerra contro i Corleone per assorbire e spartirsi ciò che controllano.

L’uomo che riesce a risollevare le sorti della famiglia è quello più inaspettato: il figlio Michael, l’unico che ha sempre rifiutato di entrare in quel mondo sporco e violento, ma che dopo l’attentato premeditato al padre convince i fratelli a ribaltare la situazione e rispondere con altrettanta cattiveria. Michael si sporca le mani di sangue e da quel momento non riuscirà più a lavarle, impossibilitato a rinunciare alla sensazione di potere e dominio, così prende piano piano le redini della famiglia e scende dal paradiso per giungere in quell’inferno che fino ad allora lo aveva disgustato.

Perché Il Padrino è entrato di diritto nella storia del cinema

Il Padrino è un film totale, ogni aspetto tecnico e artistico è curato nel minimo dettaglio e amalgamato perfettamente al resto per rendere il lungometraggio un’esperienza che trascende il confine della finzione cinematografica. La musica indelebile di Nino Rota, la sceneggiatura di Mario Puzo capace di dare peso e significato ad ogni parola e dialogo.

La regia camaleontica di Coppola è in grado di essere lieve nelle scene familiari e adrenalinica negli scontri a fuoco e nelle sequenze thriller, performance attoriali talmente grandiose di Marlon Brando, Al Pacino, James Caan, Robert Duvall e tutto il resto del cast che sono stati capaci di dar vita a personaggi indelebili e presi come esempio da tutti i film che sono venuti dopo.

Il Padrino è grandioso proprio perché ha riscritto le regole del gangster movie. I capolavori di Martin Scorsese, di Brian De Palmadi Quentin Tarantino e tutta la scia che si è sviluppata dopo gli anni ’80 seguono le orme che ha tracciato il film di Coppola. Un film sulla mafia senza mai citarla perché intento a non fermarsi a quella realtà, ma la sfrutta per far emergere quel mondo così nascosto e sotterraneo e mostrare i concetti su cui fa leva come la famiglia, l’onore, il rispetto, la violenza e portarli a un livello superiore e più generale.

Esempi lampanti sono i due percorsi di Vito e Michael Corleone, due facce della stessa medaglia, di un’America in declino incapace di evolversi perché troppo legata al passato e di un’America nuova, innocente, ma che dopo aver conosciuto il potere non riesce più a tornare indietro. Il Padrino è un film da scoprire e riscoprire all’infinito perché è una delle rare tappe fondamentali del cinema moderno e farlo al cinema è un’occasione da non perdere, un film che compie cinquant’anni ma che è talmente strabiliante che risiede fuori dal tempo e resterà scolpito per sempre nella storia.


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Il cinema e la letteratura sono gli unici fili su cui riesco a stare in equilibrio. I film di Malick, Wong Kar Wai, Jia Zhangke e Tarkovskij mi hanno lasciato dentro qualcosa che difficilmente riesco ad esprimere, Lost è la serie che mi ha cambiato la vita, il cinema orientale mi ha aperto gli occhi e mostrato l’esistenza di altre prospettive con cui interpretare la realtà. David Foster Wallace, Eco, Zafón, Cortázar e Dostoevskij mi hanno fatto capire come la scrittura sia il perfetto strumento per raccontare e trasmettere ciò che si ha dentro.

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