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Il partigiano Johnny

Il partigiano Johnny: la Resistenza nel film di Guido Chiesa

Un film importante da (ri)vedere il 25 aprile

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9 minuti di lettura

Il 25 aprile è una data molto importante per l’Italia. Settantasei anni fa la città di Milano veniva liberata dalle forze di occupazione tedesca avvenuta durante la Seconda Guerra Mondiale, mettendo fine, così, al dominio nazifascista sull’Italia. E come vuole la tradizione, il 25 aprile è istituito come giorno della Liberazione.

Quest’ultima rappresenta un momento cruciale per la storia italiana, dal momento che segna la chiusura di una fase critica che ha visto il nostro paese dilaniato da un vero e proprio conflitto interno: da un lato i fascisti, reduci della caduta di un regime, risorto, in seguito, come Repubblica di Salò; dall’altro lato i partigiani, ovvero tutti quei combattenti che si opposero con forza alle truppe nazifasciste.

La Resistenza al cinema

Sulla Resistenza si è scritto e raccontato tanto, e le testimonianze in possesso sono alquanto preziose. Anche il cinema ha saputo ritagliarsi uno spazio modesto, narrando, attraverso i suoi potenziali tecnici ed estetici, i momenti importanti di questa fase storica. Il neorealismo, ad esempio, ha contribuito moltissimo alla stessa testimonianza, per mezzo di titoli che hanno saputo illustrare tutti quei momenti. Fra i tanti è lecito menzionare pellicole come Roma città aperta di Roberto Rossellini.

Alcune delle opere cinematografiche che si focalizzano sulla Resistenza, divenute in seguito delle vere e proprie pietre miliari, prendono spunto da importanti opere letterarie. Potremo stilare il lungo elenco di cui è composto, e parlare dell’influenze che hanno avuto sulla memoria e sul ricordo di quei giorni. Tuttavia, è giusto incentrare l’attenzione su un’opera celebre, tratta da un romanzo fondamentale: Il partigiano Johnny.

Il partigiano Johnny: il racconto per una libertà

Il partigiano Johnny

Il partigiano Johnny è un film del 2000, scritto e diretto dal regista Guido Chiesa. La pellicola è tratta dall’omonimo libro del famoso scrittore italiano Beppe Fenoglio. Il sodalizio Chiesa-Fenoglio non è nuovo, dal momento che il regista ha diretto nel 1998 il documentario dal titolo Una questione privata, tratto sempre dall’omonima opera dell’autore piemontese.

Il partigiano Johnny racconta la storia di Johnny (Stefano Dionisi), uno studente universitario di Alba, con una grande passione per la letteratura inglese, il quale, in seguito dell’armistizio di Cassibile, diserta e si rifugia tra le colline della sua città natale. Vive nascosto, trascorrendo il tempo rinchiuso in casa a studiare. Tuttavia, dopo la morte di un suo caro amico, avverte dentro di sé l’esigenza di dover fare qualcosa. Comprende che, in momenti come questi, studiare serve a ben poco, e decide, pertanto, di contribuire con qualunque mezzo. Quindi parte e si arruola insieme alle truppe partigiane.

La prima formazione nella quale viene reclutato sono i “rossi”, noti anche come la Brigata Garibaldi. Con loro, egli condivide sia l’ideologia comunista, sia la voglia di eliminare i fascisti. Al vertice della formazione vi è il Biondo (Alberto Gimignani) un giovane comandante che lo educa alla guerriglia tra i boschi e le colline. Il sodalizio, purtroppo, non dura a lungo, giacché il Biondo perisce in seguito di un assalto delle truppe fasciste. Johnny riesce, però, a fuggire e trova riparo presso gli “azzurri”, conosciuti con il nome di badogliani.

Questi sono guidati dal carismatico comandante Nord (Claudio Amendola), la cui funzione è vitale perché è in contatto con le truppe angloamericane. Qui Johnny ritrova un caro amico, Ettore (Fabrizio Gifuni), e insieme partecipano alla temporanea liberazione della città di Alba. Tuttavia, gli scontri contro le truppe fasciste diventano sempre più impegnative e le truppe partigiane vengono lentamente decimate. Sia Ettore, sia Johnny affrontano delle fasi molto critiche e lo stesso film termina con un frame del protagonista impegnato in uno scontro armato.

“La guerra è solo casi estremi!”

Il partigiano Johnny

Leonardo Cocito: “Poniamo un caso, che tu avvisti un fascista e decidi di sparargli, però tu sai che se lo uccidi ci potrebbe essere una rappresaglia contro i civili. Cosa fai, te la sentiresti lo stesso di sparargli?”

Johnny: “No.”

Leonardo Cocito: “Bene. E se tuo padre fosse un fascista, uno di quelli duri, te la sentiresti di sparare?”

Studente: “Professore, lei fa solo casi estremi!”

Leonardo Cocito: “La guerra è solo casi estremi.”

Una delle caratteristiche principali de Il partigiano Johnny è l’incredibile veridicità del racconto. Non è presente, infatti, un’enfasi, un’esaltazione sulle dinamiche che hanno portato i partigiani a liberare il nord Italia, nel caso del film la zona del Piemonte. Vi è una narrazione pura, semplice, ma soprattutto reale, sicché ciò che traspare è dapprima il racconto di un conflitto e poi il racconto di una liberazione. Anzi, quest’ultima si declina per mezzo di alcune scene come le lotte contro i nemici, le difficoltà nel combattere tra il freddo, la pioggia, il fango; così come il rischio di imbattersi in uno scontro a fuoco e non vedere più il ritorno dei rispettivi compagni.

Ciò che si evince ne Il partigiano Johnny è la complessità di portare avanti un’idea e il rischio nel quale ci si imbatte affinché questa possa sopravvivere. La Resistenza è stata, di per sé, un’ideale. E lo scopo dei partigiani fu quello di eliminare i residui di una dittatura caduta nel 1943 e, soprattutto, di respingere l’invasore che un tempo era stato un alleato. Nel film viene illustrata proprio questa dinamica tramite un autentico resoconto bellico. Non vi sono atti di eroismo, ma solo momenti in cui gli uomini hanno paura, timore e fame; e anche coraggio, forza, audacia.

Il partigiano Johnny: luci e ombre di un film

Il partigiano Johnny

Questa concretezza dei fatti, viene espressa attraverso una camera a mano continua. Per dare una maggior sensazione di oggettività, il film tende a muoversi con l’intera narrazione. Segue i passi dei partigiani, la loro corsa, il loro restare nascosti dal nemico. E quasi sempre l’obiettivo della macchina coincide con gli occhi del protagonista, cosicché lo spettatore entra in simbiosi con le emozioni e le sensazione di Johnny.

Tuttavia, per quanto la trovata stilistica di Guido Chiesa sia un valido pretesto, Il partigiano Johnny non ha riscosso successo tra il pubblico. E, in parte, è da ricercare non tanto nel modo di raccontare la Liberazione, quanto proprio negli aspetti tecnici. La pellicola non sembra mostrare una particolare cura e attenzione per le dinamiche che servono a realizzare un buon prodotto cinematografico in senso stretto. Ciò che ne consegue è uno stile più documentaristico.

A ogni modo, Il partigiano Johnny è un valido prodotto per conoscere un pezzo di storia focalizzata su un tema molto importante per la storia italiana. Lo scopo, in sostanza, è sempre quello: impedire che la memoria venga cancellata, così da ricordarci che noi siamo i figli della Resistenza e della Liberazione.


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Alessandro La Mura

Classe ’93, vivo a Taranto, città che un tempo era l’angolo di mondo che più allietava il poeta latino Orazio. Laureato in lettere, trovo nella letteratura un grande appagamento dagli affanni quotidiani. La mia vita è libri, scrittura, film e serie TV. Sogno di fare della cultura il mio pane quotidiano.

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