«Il Processo ai Chicago 7» in un imperdibile dramma politico di Aaron Sorkin

Dal 30 settembre alcune sale italiane hanno accolto il nuovo film di Aaron Sorkin, Il processo ai Chicago 7 (The Trial of the Chicago 7). Il progetto ha una gestazione ventennale, che vede come primo regista papabile Steven Spielberg. Ma la sua celebre firma si è ridimensionata in quella di produttore, nella stesura datata 2020 di Sorkin, già alla regia di The Social Network.

Tempestivo è stato poi l’ingresso in scena di Netflix, che ha conquistato la pellicola alla modica cifra di 56 milioni di dollari. Dal 16 ottobre, quindi, sarà disponibile anche sulla piattaforma streaming. Ma non c’è niente come il piacere della proiezione da sala, che ospita sul grande schermo i volti di Sacha Baron Cohen, Eddie Redmayne, Joseph Gordon-Levitt, Mark Rylance e Michael Keaton. Sono attori da Premio Oscar, esponenti della sinistra progressista americana, narratori di una storia che deve essere raccontata.

Chi sono i Chicago 7

Il processo ai Chicago 7

Nel 1968 le televisioni americane trasmettevano in diretta l’estrazione delle date di nascita di coloro che avrebbero dovuto servire il Paese in Vietnam. Ragazzi dai 18 ai 24 anni, il cui destino era segnato da una convocazione nella cassetta delle lettere. E intanto la sera scorrevano sullo stesso schermo televisivo i nomi di chi non ce l’aveva fatta, sotto gli sguardi assenti delle madri. In quel minuto di silenzio, c’era chi si chiedeva se quella guerra sanguinaria fosse davvero necessaria. Con Johnson alla presidenza e un Partito Democratico diviso sul da farsi, qualcuno doveva farsi sentire.

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Chicago 7
I Chicago 7 con i loro due avvocati, William Kunstler e Leonard Weinglass

Così il grido di ribellione arrivò da un gruppo di attivisti di sinistra. A capo dell’associazione Students For A Democratic Society (SDS), Tom Hayden e Rennie Davis, promotori di una protesta pacifista, così come David Dellinger. Dall’altro lato Abbie Hoffman e Jerry Rubin dello Youth International Party, amanti della triade sesso, droga e rock ‘n roll, pacifici, ma propensi a usare la violenza, se necessario. Allo stesso modo di Bobby Seale, leader dei Black Panther e desideroso di farsi sentire. E infine Lee Weiner e John Froines, che non centrano molto con gli altri, ma adesso capiamo perché.

Cosa accadde alla Convention

Il processo ai Chicago 7

Da un rapido calcolo risultano otto attivisti coinvolti. Ma ci fu un fraintendimento con Bobby Seale, sullo sfondo di un pensiero razzista e prevenuto. Così dopo ingiustizie e maltrattamenti in tribunale, fu liberato. Di quelli rimasti, Weiner e Froines erano esche da salvare. Ovvero due attivisti portati a processo senza una vera motivazione, solo per essere assolti, dimostrando così una parziale giustizia del sistema americano, anche se costruita. Ma c’erano anche loro quel giorno di fine estate a Chicago, alla Convention Democratica del 1968. C’erano tutti.

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Dagli accampamenti al parco alle marce su strada, migliaia di manifestanti contro la Guerra del Vietnam irruppero sullo sfondo della Convention, scontrandosi con la polizia. Dalla libera espressione di un’idea, al disordine incontrollato di una folla assetata di giustizia, fino alle temibili manganellate in faccia. Basta poco a generare un caotico delirio senza guida. Una parola, un’espressione, l’assenza di un pronome personale. Tutto è fraintendibile in un sistema dove il buono e il cattivo si fondono in un amalgama ibrido. Tutto è indefinito. Così l’espressione «spargere il sangue» significa in realtà «spargere il nostro sangue» e un processo civile è in realtà un «processo politico», come lo definisce Sacha Baron Cohen.

Come viene raccontato

Il processo ai Chicago 7

Il Processo ai Chicago 7 è un film sul potere della parola. Per questo si poggia su una brillante sceneggiatura che gioca sul fraintendimento, sull’assonanza, sull’errore di pronuncia, sulla confusione terminologica. L’aula di tribunale diventa così un ginepraio di sketch che suscitano una risata amara. Quasi tutti gli imputati contano più di un oltraggio alla corte, il cui giudice è dipinto come un clown che mette in scena lo spettacolo americano.

Un falso assaggio di giustizia dove nessuno ne esce vincitore. Neanche se il pubblico è dalla tua parte, neanche se parli a nome di migliaia di ragazzi uccisi sul campo di battaglia. Nemmeno se leggi i loro nomi davanti a tutti.

un dramma politico tratteggiato da una piacevole e consapevole ironia

E il desiderio di cambiamento è davvero palpabile all’inizio del film, con un montaggio serrato che accosta i diversi discorsi politici degli attivisti. Poi, l’apparente calma nell’arena del tribunale, dove la parola, vera arma dei protagonisti, viene loro tolta. Così l’indisponenza diventa necessità espressiva. Perché la Storia è raccontata dai vincitori e, al momento, i nostri personaggi sono i perdenti. Intervengono senza permesso, con battute pepate, ma anche scatti di rabbia. In questo modo si crea un dibattito su botta e risposta, ritmico, trainante, ma velato, così che la narrazione prosegua oleosa in un sotterraneo climax che avanza verso il twist finale. E lì arrivano i brividi.

« Il Processo ai Chicago 7» perché ci convince

Il processo ai Chicago 7

Il film si pone come un dramma politico tratteggiato da una piacevole e consapevole ironia. La narrazione, scattante, attenta ai dettagli e scorrevole, ci mostra tutto, ma in maniera graduale. Come se stessimo scartando un pacchetto regalo realizzato a matrioska. Perché il fulcro della storia è una semplice domanda: chi ha scatenato la rivolta dei manifestanti contro la polizia? Questo interrogativo passa di voce in voce e sembra condurre sempre a risposte differenti, quando la verità si trova lì, nascosta nel linguaggio.

A condurre il gioco sono i personaggi, perché sono complessi ma il loro messaggio è chiaro e condivisibile. Il fatto che siano sotto accusa e che vengano anche condannati a cinque anni di reclusione ci fa arrabbiare. Perché siamo dalla loro parte e avvertiamo la morsa stringente della politica che cerca di dare un’unica direzione militare e gerarchica a tutto. Questo rende claustrofobico e asfissiante il gioco di potere in cui sono inseriti i personaggi. Ed è purtroppo anche fortemente attuale.


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