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Il prodigio, spiegare la fede con il metacinema

6 minuti di lettura

Dal 16 novembre è su Netflix Il Prodigio, il nuovo film del regista cileno Sebastián Lelio (Una donna fantastica, Disobedience, Gloria Bell), tratto dal romanzo di Emma Donoghue (qui anche co-sceneggiatrice insieme al regista e Alice Birch) e presentato prima al Telluride Film Festival, poi al Toronto International Film Festival e al Festival Internazionale del Cinema di San Sebastián. Il film – di produzione inglese, statunitense e irlandese – ha ricevuto ben 12 candidature ai British Independent Film Awards che si svolgeranno a inizio dicembre. Protagonista de Il Prodigio è Florence Pugh, nei panni di un’infermiera inglese chiamata a una grande sfida umana.

Dalle pagine allo schermo: l’adattamento che si contestualizza al nuovo mezzo

Il Prodigio NPC Magazine

L’audacia dell’adattamento è subito evidente: Il Prodigio inizia in un set cinematografico, con l’inquadratura che si sposta mostrando una locanda dell’800 nel bel mezzo di uno studio moderno. Una voce fuori campo annuncia quello che stiamo per vedere: “Questo è l’inizio. L’inizio di un film chiamato Il Prodigio. Le persone che incontrerete, i personaggi, credono ciecamente alle loro storie. Non siamo niente senza storie, perciò vi invitiamo a credere in questa.”; da lì inizierà il film vero e proprio in un villaggio irlandese con un’ambientazione tutt’altro che artificiale.

Elizabeth Wright (Florence Pugh) è un’infermiera inglese che viene chiamata per assistere Anna O’Donnell (Kíla Lord Cassidy), una bambina a digiuno da quattro mesi e che sostiene di nutrirsi di “manna dal cielo”. Un fenomeno scientificamente inspiegabile: un miracolo.

Fede contro scienza, devozione contro razionalità, motivo per cui Lelio ci mette di fronte al metacinema che infrange la quarta parete, chiedendoci di credere al film come i fedeli credono ai miracoli. Non è più sottinteso credere alla storia che vediamo su schermo, ci crediamo ma sappiamo essere un film, quindi dichiararlo – per quanto possa essere un danno alla sospensione dell’incredulità – questa volta funziona in quanto il film e il mezzo cinematografico si autocollocano in una posizione di riflessione su se stessi, in un mondo fatto di storie che vengono raccontate e che sopravvivono al tempo grazie a chi ci crede e le tramanda.

Il Prodigio, un thriller elegante e concreto

Elizabeth crede che la madre nutra la figlia di nascosto, mantenendo in piedi la storia del digiuno miracoloso con il fine di dare credibilità alle speculazioni della comunità secondo cui Anna sia una santa. Il mistero che resta sospeso tra falso e reale rende il film un thriller dalla grande tensione, alimentata dagli effetti sonori e dalle musiche orrorifiche di Matthew Herbert.

Sebastián Lelio gira elegantemente, componendo quadri geometrici con soggetti statici, spesso silenziosi, asciugando una sceneggiatura a cui non sempre servono dialoghi per raccontare qualcosa. Varie scene ritraggono Elizabeth durante i pasti, probabilmente per accentuare la distanza tra lei, rappresentante della scienza, e Anna, rappresentante della religione. Il regista si lascia andare pochi piccoli virtuosismi ben innestati all’interno della narrazione, prediligendo uno stile classico, semplice e concreto.

Lelio gira sapientemente la scena cardine de Il Prodigio: un campo-controcampo, una scena tesa e silenziosa, senza musiche né effetti sonori, solo le due protagoniste interpretate straordinariamente in un dialogo di lacrime e rivelazioni.

Lo spettatore persuaso dal mezzo cinematografico

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Le atmosfere inquietanti tipiche del genere horror si affacciano ne Il Prodigio, ma vengono pian piano smorzate dal thriller drammatico classico: le musiche, le immagini d’impatto, i personaggi, tutto si assesta, quasi come se il film stesso giocasse con il falso e il reale, con il mezzo cinematografico che si conferma persuasivo nei confronti di chi crede a una determinata cosa (in questo caso lo spettatore che crede a una possibile svolta horror).

Gli elementi che restano in sospeso portano con sé delle pecche nella chiara caratterizzazione di alcune sottotrame, in particolare il passato di Elizabeth, accennato ma nel complesso enigmatico, poco delineato per dare la giusta forza alla causa motrice del rapporto madre-figlia che si instaura tra lei e la piccola Anna.

Il Prodigio pone dubbi etici, parla del coraggio di chi sa di avere la ragione dalla sua parte, un’opera che mostra il calore celato di chi appare freddo solo perché esente da un credo. Sebastián Lelio porta in scena un piccolo gioiello con un’idea di base prospettica che culmina in un finale dove tocca allo spettatore scegliere se credere o no al miracolo del cinema.


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Classe 1997, appassionato di cinema di ogni genere e provenienza, autoriale, popolare e di ogni periodo storico. Sono del parere che nel cinema esista l'oggettività così come la soggettività, per cui scelgo sempre un approccio pacifico verso chi ha pareri diversi dai miei, e anzi, sono più interessato ad ascoltare un parere differente che uno affine al mio.

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