«Il re di Staten Island»: Pete Davidson come un novello Adam Sandler

È un dato di fatto: la chiusura dei cinema è pervaso da un alone nostalgico. Per gli amanti della settima arte, il recarsi sul posto con l’intenzione di trascorrere un paio d’ore, ai fini di guardare l’ultima produzione, è alquanto mortificante. Tuttavia, non tutti i mali vengono per nuocere. A soppiantare questo periodo mortificante, il cinema si è appoggiato sulle alcune piattaforme streaming importanti.

Tra queste, Chili ha deciso di pubblicare titoli interessanti. Balza all’occhio Il re di Staten Island, pellicola scritta e diretta da Judd Apatow e da Pete Davidson. Quest’ultimo già famoso nel mondo della comicità, dal momento che nel 2014 si è unito al cast del programma televisivo comico Saturday Night Live. Il film, infatti, assume i contorni di una vera e propria autobiografia, giacché Davidson risulta essere il protagonista.

Il comico decide di raccontare la sua vita, qualora, però, non avesse intrapreso la carriera di comico. Una forma quasi “distorta” della propria esistenza, contrassegnata dal se che tutti noi, almeno una volta nella vita, ci siamo posti.

«Il re di Staten Island»: una vita travagliata

Scott Carlin (Pete Davidson) vive all’interno del quartiere più anonimo e più eccentrico di New York: Staten Island. I contorni che definiscono la zona sono alquanto privi di una loro identità che lo stesso quartiere assume i connotati di un non-luogo, come una fetta di metropoli alla quale è difficile dare una reale fisionomia. Non osserviamo le luci di Manhattan o la sua caoticità tipica dei film di Woody Allen. E tanto meno non scorgiamo il fascino di Brooklyn o quel classico multiculturalismo del Queens.

All’interno Staten Island, il giovane Scott conduce un’esistenza molto travagliata. Il padre, pompiere, muore l’11 settembre del 2001 e il protagonista aveva solo 7 anni. Il terribile Morbo di Crohn giunge senza che nessuno gli abbia chiesto nulla, portando a una sofferenza a livello intestinale.

Giunto all’età di ventiquattro anni, Scott ha vissuto insieme alla madre, Margie Carlin (Marisa Tomei), e alla sorella, Claire Carlin (Maude Apatow). Le sue giornate trascorrono tra il fumare marjuana insieme agli amici e consumare la relazione segreta insieme a una amica dell’infanzia, Kelsey (Bel Powley). Sebbene la sua vita sia contrassegnata da enormi difficoltà, il ragazzo non sembra lamentarsi. Sogna di aprirsi un tatoo-restaurant e di condurre una vita umile e serena.

A modo suo, Scott Carlin è un non-ribelle. Per quanto il passato sia stato arduo, e per quanto la morte del padre lo faccia soffrire, nonostante lui cerchi sempre di mascherare il dolore oramai insito nel suo cuore, non vuole spaccare il mondo, vendicarsi contro qualunque cosa perché la vita si è accanita su di lui. Comprende pienamente che le difficoltà ve ne siano, ma preferisce condurre la propria esistenza in una specie di limbo.

Limbo che diviene sinonimo di tranquillità, di zona grigia nella quale sottostare. Non ambisce a chissà cosa e non pianifica alcun tipo di futuro, ma preferisce ugualmente aggrapparsi a quei sogni che chiunque possiede alla sua età. Insomma, un ventiquattrenne che oscilla tra una passività e voglia di essere qualcuno. Senza troppe pretese!

Come si vive con la giusta umiltà

Abituati come siamo a determinati cliché, Il re di Staten Island può apparire un film insolito. Il classico ragazzo che conduce una vita difficile, si ribella alle convenzioni e riesce a ottenere una ipotetica svolta. Tuttavia, Apatow riesce a fare dell’ambiguità (del film) il suo punto di forza, donandoci un ottimo prodotto.

Come accennato prima, la pellicola ruota attorno all’enorme se del protagonista, immaginando una vita diversa se (appunto!) non fosse andata come previsto. Eppure, qualora prendessimo alla lettera l’etimologia della parola commedia, Apatow costruisce una storia che parte da una condizione complessa e giunge a un lieto fine.

Come ci aveva già abituati in film come 40 anni vergine, anche in Il re di Staten Island troviamo un protagonista dai toni sinceri e reali. Entrambi diventano delle vere e proprie qualità, dal momento che lo sguardo e l’analisi nei confronti di Scott Carlin assume i connotati introspettivi.

Non vi sono aspetti cinici e disillusi della vita. Non vi è un classico racconto triste. Carlin combatte ogni giorno con il giusto coraggio e la giusta dose di umiltà. E tali dinamiche hanno la forza di comunicare una forte empatia con lo spettatore, il quale è consapevole che dinanzi ha un personaggio (e una storia) dal forte contenuto comunicativo. Il sentimento diviene una base sulla quale Judd Apatow erge una narrazione giusta e ricca di significati.

È probabile che Scott Carlin possa essere accusato di pigrizia. Di non voler reagire alla tragicità di un evento. Ma, a ben vedere, è lui stesso che riscopre dentro di sé sensazioni sopite. Come quello di accettare le decisioni della madre – che decide di frequentare un uomo, guarda caso pompiere – la cui vita deve andare avanti.

Come essere catartici

Il re di Staten Island è un film dal forte contenuto catartico. Chiunque abbia subito una perdita dolorosa è conscio che tale ferita è una voragine che difficilmente si rimargina. L’opera di Apatow può fungere da terapia (senza alcunché di pretese!), specie perché non ha timore di affrontare temi delicati. Il tono usato può essere pragmatico, tuttavia la risata alleggerisce il tutto.

Sul finale vediamo Scott Carlin alzare lo sguardo verso i grattacieli di New York. In loro non scorge una minaccia, ma un tentativo di rivalsa, di speranza, quasi di sogno. È un frammento che regala emozioni tenere, gentili, vere. Un evento tragico può trasformarsi in un momento di crescita che dobbiamo, prima o poi, accettare.

Persino Carlin lo accetta. È consapevole che deve crescere. Ma il tempo che si ha per capire ciò che si è realmente, non è dato saperlo. Si comprende una volta arrivati alla meta della propria esistenza. E la strada è molto lunga e ardua.

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