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Inferno Claude Chabrol

L’Inferno di Claude Chabrol assomiglia all’abisso

Chabrol scruta la mente umana

5 minuti di lettura

Ci sono diversi inferni sulla Terra, collettivi e personali, e Claude Chabrol – grande maestro della Nouvelle Vague ed esponente dei leggendari Cahiers du cinéma – ci regala un Inferno mostrandocelo in tutta la sua crudezza.

Chabrol riprende un progetto di Henry-Georges Clouzot che nel 1964 non riuscì a portare a termine il suo film per problemi di salute. L’enfer (1993, disponibile ora su MUBI) non rappresenta la semplice descrizione di un sentimento – la gelosia – da tutti più o meno sperimentato, ma un vero e proprio viaggio nella mente di un uomo. Chabrol sfonda il confine della normalità ed entra in quello della patologia. Patologia che porta anche alla violenza. Una violenza, però, nella quale Chabrol non si compiace come – ad esempio – nel successivo Il buio nella mente (1995) ma che dispensa con parsimonia: piccoli assaggi utili alla descrizione dell’abisso, dell’enfer, sempre più corposi man mano che la narrazione procede.

Emmanuelle Béart da (e fa) impazzire

Paul (François Cluzet) è un piccolo imprenditore in procinto di inaugurare un albergo in riva al lago. La sua vita sta per cambiare anche per il matrimonio con la sua fidanzata, la pseudo-innocente e conturbante Nelly (la stupenda e bravissima Emmanuelle Béart).

Dopo il matrimonio, i due iniziano a gestire l’albergo e hanno anche un figlio. La coppia sembra felice anche se lui manifesta stress dovuto al lavoro che lo costringe a prendere sonniferi per dormire. Nelly aiuta il marito nelle faccende quotidiane e intrattiene i clienti dell’albergo. Poco alla volta, però, il mostro della gelosia fa capolino nella mente di Paul. Un crescendo impetuoso di paranoia, insicurezza e violenza che travolge letteralmente il protagonista del film facendolo scivolare nel suo inferno.

La gelosia è un mostro che si autoalimenta: parte da una “innocente” domanda indagatrice, continua col frugare nella borsetta e termina col legare a letto la vittima. Ad un certo punto l’uomo non sarà più in grado di distinguere realtà e fantasia con effetti distruttivi sulla famiglia, nel lavoro, nella sua persona.

Chabrol scruta morbosamente, – e ce li mostra – i pensieri celati nelle pieghe della mente. Quei pensieri e sentimenti sconvenienti, imbarazzanti, paurosi e soprattutto incontenibili perchè patologici. Il protagonista, Paul, è conscio delle sue difficoltà e del suo problema ma non riesce a frenarlo; la gelosia lo soverchia, lo domina, ne fa il suo pupazzo, lo travolge senza senza possibilità di reazione e questo lo consuma lentamente ed inesorabilmente.

In preda a un vero e proprio delirio, alla presenza del medico di famiglia e della moglie, finirà per accusare quest’ultima di essere andata a letto con tutte le persone presenti nell’albergo e di essere isterica.

In Inferno Chabrol scrive con la macchina da presa

Hitchcock è sullo sfondo, soprattutto nelle scene di interno. Ma è una sequenza girata in esterno da ricordare su tutte – anche perché rappresenta un vero e proprio punto di svolta nella narrazione – ed è quella del pedinamento attraverso il bosco che circonda il lago.

Paul corre disperatamente seguendo il motoscafo – guidato dall’affascinante Martineau, un avventore dell’albergo – che traina la moglie mentre fa sci d’acqua. Chabrol vuole mostrarci il protagonista smarrito fisicamente e psicologicamente tra gli alberi del bosco e lo fa rappresentando la scena in controluce: Paul è ridotto ad un contorno che si staglia nel lago sullo sfondo, una sagoma nera che vaga in un bosco nero: non ha più identità, non è più lui, è questo l’inizio dell’inferno. Da questo momento Paul inizierà a soffrire di vere e proprie allucinazioni.

La sezione finale di Inferno è un crescendo di tensione, tutto girato nella camera da letto dei protagonisti, con esplosione di violenza in epilogo.

Geniale il finale sans fin, una sorta di “meta-fine”. Il finale, si badi bene, c’è; ciò che è sans fin non è la pellicola ma l’Inferno vissuto dal protagonista, la sua condizione; un uomo prostrato, ridotto al fantasma di se stesso che farfuglia parole senza senso.

D’altronde, se non fosse sans fin, che inferno sarebbe?


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Roberto de Vincenzo

Maestro di scuola elementare, avvocato, cuoco sconclusionato, scacchista senza talento. Anamnesi: affetto da curiosite cronica, malato di cinema, insana passione per Eric Cartman e Mr. Hankey. Autori preferiti (impossibile citarli tutti) "Beat" Kitano, Lars Von Trier, Aki Kaurismaki, Kim Ki-duk, Buñuel, fratelli Coen, Tarantino, Hitchcock, Argento, Mario Bava, Fernando di Leo. Eroe preferito: Superman? Batman? Macchè! Arturo Bandini

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