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Intervista a Mattia Bioli, giovane regista indipendente italiano

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9 minuti di lettura

Noi della redazione di NPC magazine abbiamo avuto il piacere di intervistare Mattia Bioli, regista romagnolo che da anni opera tra il cinema, la fotografia e l’animazione. Uno dei suoi ultimi lavori, In Memory Of, ha avuto un ottimo percorso festivaliero nei vari Festival nazionali ed internazionali, tra i quali il Tehran International Short Film Festival, il Magma (Mostra di Cinema Breve) di Catania e l’Amarcort Film Festival di Rimini. Con Mattia Bioli abbiamo riflettuto sul cinema e sull’arte e abbiamo parlato dei suoi nuovi progetti.

mattia bioli

Raccontami un po’ la tua formazione e da dove proviene la tua passione per il cinema.

La mia formazione è ironica. Per esempio, nella mia famiglia nessuno bazzica nel campo artistico e nessuno da piccolo mi ha mai avvicinato al mondo del cinema. Poi crescendo, in maniera spontanea, e giocando, ho sempre usato sempre il mezzo cinematografico. Sono un completo autodidatta.

Il tuo ultimo lavoro ha girato i festival. Come sta andando?

Ora sta andando molto bene, ha avuto un inizio un po’ particolare però; ha girato anche tanti festival internazionali e tra pochi mesi sarà al festival più antico d’Europa, al video forums festival di cinema sperimentale. Questo è un corto nato dal niente, in una stanza, e ha comunque girato tanto ed è una soddisfazione incredibile.

Tutti i tuoi lavori che abbiamo visto hanno un tema ricorrente: costruire un mondo nel mondo. Per te il cinema e la fotografia sono i mezzi per descrivere questo mondo interno e perché proprio quelli?

Il concetto di “mondo nel mondo” e miniature di mondi sono la mia ossessione. Se nei primi lavori era la tematica maggiore, in ciò a cui sto lavorando ora lo è ancora, ma ci sono anche altre tematiche legate al mezzo cinematografico stesso: per esempio, uso i nastri VHS riflettendo sulla loro degradazione e conservazione. Spero che tra poco anche un altro lavoro, chiamato All end, inizi il suo percorso festivaliero. In quest’ultimo, ho lavorato sulla bellezza della degradazione e della bassa qualità che permette all’immaginazione, in confronto all’alta definizione, di essere più presente. In questo nuovo corto molte parti sono girate con i nastri VHS, un mezzo che mi affascina dal momento che ha l’umiltà di conoscere la sua data di scadenza. Sono sicuro che, nella sua degradazione, ci sia del mistero.

E riguardo questo discorso sul mezzo, come hai realizzato In the memory of?

Tutto è nato da una paranoia: cosa si può fare quando si hanno pochi mezzi? Questo mezzo particolare dove mi bastava girare la ghiera della messa a fuoco per creare immagini è nato proprio da questo pensiero. Poi c’è voluto tantissimo tempo per lavorare alla sceneggiatura perché è stato un corto complesso, una scelta difficile quella di creare una narrazione non astratta ma che fosse comunque concreta. Dopo due anni di lavoro, con in mezzo la pandemia, mi sono visto con un mio amico attore. Sembrerà ironico, ma siamo partiti da lì, davanti ad un muro bianco, lui con una tutina, poi il resto del lavoro l’ho fatto con l’editing, con una tecnica sperimentale chiamata datamoosh: ho fatto comprimere i frame per creare nuove immagini.

Ritornando a In the memory of, in questo corto, a mio avviso, c’è anche della video-arte. Cosa ne pensi?

La mia paura principale per quel lavoro, siccome è molto sperimentale, era che fosse troppo astratto. Infatti l’unico dubbio che ho avuto fin dall’inizio è stata la concretezza stessa del film. Però dopo essere stato ai vari festival, mi sono reso conto che si sposa bene con quel genere. Non è un calcolo che avevo fatto, ma adesso va bene così. A me piace la sperimentazione, ma non deve essere fine a se stessa, perché poi bisogna sempre essere creativi ed uscire dai binari. Ora sto lavorando ad un nuovo progetto e sto usando una tecnica che a livello pratico neanche esiste, ma sento la necessità di provare e rischiare.

Hai nuovi progetti?

Uno dei due nuovi progetti che sta iniziando il suo percorso festivaliero – o meglio dire, che spero inizi questo percorso – è un corto che nasce anche dalla mia grande passione per i videogiochi. La mia passione per l’arte nasce soprattutto così e non guardando film. Il corto si chiama All end e racconta della fine del mondo. Ho usato un mezzo poco nitido e il concetto della qualità come inganno. Il secondo progetto, ancora in fase di scrittura invece, espanderà e concluderà questo discorso sulla qualità, ma, appunto, ci stiamo ancora lavorando e sarà una cosa molto complessa.

Capisco, il discorso e spesso l’immagine non nitida e definitiva si avvale di valori diversi e sicuramente diventa più interessante…

Sì, inoltre, la trovo più accessibile e non elitaria. Lavoro molto anche con la comunicazione social e noto che c’è una sorta di corsa a chi riesce ad ottenere la foto più nitida o definita; una sorta di disagio nel volere questa estrema nitidezza anche quando spesso, invece, la magia e l’immaginazione stanno proprio nella bassa qualità e nella pastosità dell’immagine. E poi, secondo me, questa sfocatura umanizza ancora di più il progetto: se un’immagine pulita diventa sempre più indistinguibile dalla realtà, la patina di bassa qualità crea effetti diversi. Per esempio, per fare quest’ultimo corto ho dovuto studiare attrezzature che erano state dimenticate: ormai i nastri magnetici non esistono più, mentre il resto è fatto male e si distrugge con pochissimo. C’è questo equilibrio tra distruzione e creazione che cerco di riprendere sempre nei miei lavori.

Quindi tu hai scelto questo mezzo perché verrà dimenticato o anche per alti motivi?

Non sono stato mosso dal discorso vintage, mi appassiona il concetto di inganno. Per esempio, quando c’è un puntino nel cielo, mi piace lasciare che sia lo spettatore a vedere in questo puntino una luna o qualsiasi altra cosa, e questo gioco riesce nel momento in cui l’alta definizione non compie già il lavoro di identificazione. Ritornando al corto, invece, ci sono inquadrature isometriche riprese dal videogioco che raccontano di una ragazza che cerca il suo cane. Non voglio fare spoiler però. Tutto il corto, come dicevo, gioca sull’inganno sonoro e visivo. Quello che cerco di fare con i miei lavori e con i social è far ritornare l’arte anche ad uno stato di gioco, scardinandola dal discorso accademico e elitario.

Lasciamo qui il trailer del suo ultimo lavoro All End:


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Classe 2000, studio cinema e arti contemporanee. Sono interessata anche al mondo dell'editoria e della comunicazione e vorrei fare troppe cose nella vita. Per ora scrivo, un modo per guardare oltre la provincia in cui vivo.

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